La speranza, questa sconosciuta

Ogni volta che lascio l’italia per ritornare a Mosca rimane indietro un brandello di me, ma non per il posto, o il cibo o chissà altro, anche se quelli pure non smettono di mancarmi; sono altri i motivi e stavolta ci ho lasciato il mio intero corpo compresa l’anima. E’ stata fatta a pezzi, come Voldermort fece con la sua, solo che non mi ha reso l’immortalità.
Il mio corpo è vuoto, la mia mente è vuota, c’è posto solo per pensieri basilari come mangiare, dormire, andare in bagno, dover prendere un aereo… ma talvolta nemmeno quelli si fanno sentire.
Ogni volta che provo a distrarmi pensando alla normalità, la mia mente corre attraverso sentieri invalicabili, per poi stancarsi per la fatica e l’inutilità di raggiungerli.
Il risultato rimane comunque lo stesso: non c’è soluzione.
Ho perso la speranza. Non trovo più nulla per cui valga la pena soffrire, combattere, andare avanti.
Ogni cosa si è sgretolata sotto i miei piedi, lasciandomi a dover saltare di roccia in roccia senza però mai trovare un appoggio stabile e duraturo. Sono arrivata al limite della sopportazione.
C’è chi si rifugia in Dio, di qualsivoglia tipo, per alleviare le proprie pene da questo mondo, per dare un senso alle sofferenze sapendo di approdare a rive migliori.
Io non sono credente e, per quanto bello sia questo pensiero che trovo solo rassicurante per noi poveri esseri illusi e traditi, non ha niente a che fare con me, nemmeno con la mia peculiare spiritualità.
Può esistere Madre Terra, può questo Dio essere in realtà di una specie superiore, può davvero persino esistere come i religiosi lo intendono, perché no? Tutto può essere, ma ciò non toglie il fatto che QUESTA vita la devo affrontare io, nessun essere superiore è lì a farlo per me. Sono io che devo soffrire giorno dopo giorno, alternando momenti di contentezza a quelli, molto più frequenti, di tristezza, e senza mai ad arrivare alla piena soddisfazione e felicità di me stessa.
E io, con tutto il rispetto, francamente mi sono rotta le palle.
Ho creduto per tutta la mia vita nella speranza, mi sono comportata bene col prossimo nei modi migliori che ho potuto, ho sempre cercato di essere onesta e comprensiva. Certo, ho fatto errori, ho sbagliato molti di questi comportamenti che credevo di perseguire, ma in buona fede. Ho sempre chiesto scusa se in errore, ho tentato in tutti i modi di capire l’animo umano venendo da una minima esperienza nel campo etologico e psicologico (avendone frequentano persino uno) e, conoscendolo, l’ho sempre compreso ma mai giustificato, anche nei suoi peggiori errori.
Eppure cosa ottengo?
Solitudine, incomprensioni, insulti, disprezzo, un amore che si trasforma in odio, o un altro che si trasforma in incomprensione…
E forse si hanno spiegazioni logiche del perché di questo cambiamento repentino?
Secondo voi la VERA VERITA’ viene detta? No, figuriamoci, la gente si giustifica, li puoi anche comprendere, ma non ti spiegano mai come e perché questa cosa è successa; e non ti spiegano mai perché non era possibile parlarne prima, o meglio, se doveva essere qualcosa di scomodo, farlo semplicemente presente e non trattarlo come qualcosa di poco conto che in un secondo momento diventa di priorità estrema.
Ma forse a volte è anche vero che siamo noi stessi a comportarci in modo sbagliato senza nemmeno rendercene conto; a volte con tutte le nostre migliori intenzioni riusciamo solo a fare delle gran cazzate.
La maggior parte delle persone vede o vuole vedere in te soltanto il lato peggiore perché non è in grado di comprendere, ma esistono pochissime persone che invece riescono a capire e a perdonare chi e come sei, e per queste vale forse la pena aspettare, soffrire e combattere.
In ogni caso, adesso mi sento nulla, la mia ennesima speranza è andata a farsi benedire (o forse dovrei dire maledire), dentro di me ogni organo è come fosse stato estratto lasciando solo il vago ricordo della sua funzione.
Se prima la mia fiducia nel genere umano era scarsa, adesso è scomparsa del tutto.
Non vedo più futuro davanti a me, questa vita mi sta uccidendo lentamente, non so che fare.
Non sono viva, non sono morta.

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Categorie: (Dis)Avventure di una Decathloniana a Mosca, Thoughts & Words | Tag: , , , , , | 8 commenti

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8 pensieri su “La speranza, questa sconosciuta

  1. Non sei viva, non sei morta. In chiave tolkieniana cosa saresti? Uno spettro dei tumuli o uno dell’Anello? Ma un’appassionata di Tolkien che volta le spalle alla speranza… quando posso mi piacerebbe riparlarne, purtroppo non ho molto tempo attualmente.

    • Quando vuoi piacerebbe anche a me, tempo permettendo ovviamente.
      Francamente non so cosa sono, non avevo considerato questa chiave di lettura tolkieniana.
      Finora in me c’erano solo Gollum e Smeagol che spingevano a turno per emergere. Ultimamente Gollum si è fatto più sentire e forse ora, come tu mi fai pensare, è il Gollum possessore dell’Anello a esistere in me: lui, così come gli spettri, non sono cattivi, sono solo schiavi di qualcosa che li rende invisibili, inesistenti, alla mercè di qualcosa di superiore, forse è così anche per me, e quel qualcosa di superiore è semplicemente la vita.

      • Non credo di riuscire a fare un discorso sistematico, ma ti lascio qualche spunto e il comune sentire tolkieniano forse ci farà intendere maggiormente.

        Certo il dono di Eru agli uomini prevede di affrancarsi dalla musica degli Ainur e di poter forgiare da soli il proprio destino, contando su risorse molto piccole e deboli in forza, intelligenza e durata della vita. Gli ostacoli sono immensi per noi, eppure la cosa bella sta proprio in questo fatto: essere piccoli, effimeri, cadere e rialzarsi con una speranza che viviamo come reale.

        Gli Eldar l’avevano persa in effetti: Feanor non aveva speranza nel fatto che i Valar potessero sconfiggere Melkor; Maedhros e Maglor di poter essere perdonati per le molte azioni scellerate; Fingolfin che l’assedio di Angband potesse riuscire. Gli Eldar più avveduti ammiravano gli Edain proprio per questo, perchè avevano tanto poco ma non esitavano a metterlo in gioco e furono proprio degli Edain a compiere le imprese più gloriose (Beren, Hurin, Turin, Tuor, Earendil).

        Molte ere dopo sono gli Edain più potenti a perdere la speranza (Boromir e Denethor) e di nuovo saranno i piccoli e fragili a compiere l’impresa (Frodo, Sam). Forse speranza è un termine sbagliato, o forse suona inadeguato, comunque quell’esortazione e grido di battaglia che hai scritto su (Aure entuluva) non cessa di essere vera e deve avere per tutti noi un forte significato.

        Quando tocchiamo il limite e non ci sentiamo vivi, non ci sentiamo (ci sentiamo come burro spalmato su troppo pane, diceva Bilbo), proviamo ad insistere, continuamo a cercare il buono. Anche se falliremo come Frodo, perchè la prova è insuperabile, ci saremo guadagnati con le nostre azioni precedenti l’occasione di essere salvati da Sam e all’imprevisto (provvidenziale) di manifestarsi sotto forma di un inciampo di Gollum.
        Aiya!

  2. Belle parole… grazie…
    Io considero davvero un regalo quello che Eru ha fatto agli Uomini, ma la nostra non è una vita semplice, e rialzarsi e cadere, rialzarsi e cadere finiscono per stancarti e l’unica cosa che vorresti fare è partire per Valinor e trovare un po’ di pace.
    Io mi sento come Frodo e mi chiedo spesso “dove troverò riposo?” Lui è riuscito nell’impresa di trovare la sua pace, io ancora nn ci riesco e non ho nessuno come Sam ad aiutarmi a compiere la mia missione. Sono Frodo con Gollum e Smeagol nella mia testa. Non a caso sono i miei personaggi preferiti del libro…

    Nonostante tutto continuo a cercare la speranza, è vero, ma non confido in essa, non credo di averlo mai fatto, ma è sempre lì, e mi permette di andare avanti ogni giorno nella speranza di poter finalmente dire “Auta i lome: la notte è passata”.

    • Lo so cosa vuol dire essere logorati dalle continue cadute. E so anche cosa vuol dire perdere una speranza. Ma so da tempo una cosa: che la vita è semplice e che purtroppo siamo noi stessi a complicarcela ^^;
      E sai una cosa? Ho scoperto che la speranza non te la possono togliere, come la libertà.

      Sam è il vecchio amico che non tradisce mai, anche quando è stato trattato male; ce ne vorrebbe sempre almeno uno, io per fortuna li ho dei Sam per amici, ma so anche che a volte si incontrano i Tom Bombadil così per caso e ci salvano, oppure i Faramir o gli Eomer che appaiono nemici e si rivelano amici.
      Nella TdM, diceva Gandalf con ironia, avvengono incontri “casuali” 🙂

      • Già, è vero, ne ho avuto uno recentemente, l’unico che forse davvero contava, e ho perso anche questo.
        Più ci penso e più mi convinco che la mia è una vita destinata alla solitudine e va bene così. Ho amici, pochi ma buoni, una sana famiglia, socializzo in fretta e trovo presto persone con cui andare d’accordo, ma alla fine non mi sento di appartenere a niente e nessuno. Ho smarrito la strada per un momento, credendo in un destino diverso, ma alla fine io sono così, non è un bene o un male, solo una caratteristica. Non è destino, se vogliamo crederci, oppure è semplicemente un limite e ognuno deve imparare ad accettare i propri limiti. Il mio è quello di non riuscire a costruire nulla che abbia valore.

  3. Il fatto che si dia un valore a determinate cose è già un fatto positivo in sè. Hai provato a mettere gli altri in primo piano e se per costruire quel qualcosa di valore ci voleva un’altra persona, forse non sei stata fortunata e il limite era in quella persona, non in te. Chi lo sa? Io non posso giudicare, ma purtroppo sono sensazioni familiari.

    In uno dei testi quando Hurin infine incontra Morwen sul tumulo di Turin, le risponde: “It was a dark road. I came as I could”. Ecco, so che prima o poi lo potrò dire anche io.

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