Gioco di specchi

Michael aprì il giornale alla pagina degli affitti. Come consuetudine ormai da più di un mese, prese a leggere controvoglia le poche offerte che si poteva permettere: una fetida stanza da condividere in due; un bilocale riadattato per quattro persone…
«… un appartamento luminoso con cucinotto, cabina armadio e soppalco. Alla modica cifra di…»
«Cosa diamine è una cabina armadio?» lo interruppe la ragazza seduta al tavolo lì accanto. Non sapeva il suo nome, ma come lui era un’ospite a tempo indeterminato del grazioso ostello “The Rising Sun”, facile da raggiungere se ti trovavi in un deserto in mezzo al nulla e la tua macchina gli si era fermata casualmente davanti.
Qualsiasi cosa si potesse dire di quel luogo dimenticato da Dio, di certo non prevedeva il sorgere del sole!
«E’un armadio inserito all’interno di un muro,» spiegò paziente il ragazzo.
«Davvero? Bè, allora non deve essere poi così male no?»
Perché non può passare le sue mattine a fare qualcosa di costruttivo? si chiese tenendo a freno la rabbia.
«No,» rispose in tono cortese, «non lo è infatti, ma il prezzo è tutta un’altra cosa…»
Lei sembrò pensarci su e non disse altro, e Michael ringraziò chiunque ci fosse lassù per quel breve momento di silenzio.
Era già abbastanza frustrante essere costretti a cercare casa, di sicuro quello che gli serviva non era certo una donna stupida e petulante a fargli domande idiote ogni singola mattina.
Chiuse la pagina degli affitti e aprì quella sulle offerte di lavoro. Ancora una volta la vocetta stridula della ragazza riempì le sue orecchie.
«Non trovi che sia stupido?»
«Cosa?» Stavolta le concesse una frazione del suo tempo per guardarla dritto negli occhi, arrabbiato.
«Quello che fai… con le pagine.»
Michael sospirò esasperato; per forza quella donna non trovava un lavoro, passava troppo tempo a farsi gli affari degli altri!
Se le rispondo forse dopo mi lascerà in pace… pensò non per la prima volta.
«E’ scaramanzia,» si limitò a dire, ma vedendo la faccia confusa di lei aggiunse: «E’ un modo per portarmi fortuna: un giorno comincio guardando gli annunci delle case e il giorno successivo inizio invece dal lavoro. E’ solo superstizione, niente che comprometta la mia ricerca.»
«E allora perché lo fai?» All’improvviso si fece seria, osservandolo con altri occhi.
La domanda lo aveva spiazzato.
«Non saprei… Per sperare di trovare quello che voglio, per dare un senso alla mancanza di fortuna con il lavoro, la casa, l’amore…» E qui si interruppe bruscamente, sapendo di avere detto troppo.
Alla ragazza comunque non parve importare, era troppo presa dalla parola “superstizione”.
«Io non scherzerei con quelle cose. Se ci si crede troppo finisce che poi si avverano.»
«Bè,» rispose lui infastidito, «francamente, è proprio quello che spero!»
La ragazza si alzò dal tavolo scuotendo la testa.
«Mia nonna diceva sempre,» disse mentre si infilava la giacchetta, «attenta a ciò che desideri perché potrebbe avverarsi.» Gli rivolse un ultimo sguardo ammonitore e uscì dalla sala comune senza aggiungere altro.
Prima che la porta le si richiudesse alle spalle una folata di vento fece cadere alcune pagine del giornale a terra: Michael si alzò a metà dalla sedia per raccoglierle, urtò la tazza di caffè con il braccio, e quel poco che era rimasto andò a versarsi sulle inserzioni che stava leggendo e sui pantaloni appena lavati.
«Merda!» imprecò a denti stretti, e stava già raccattando le sue cose quando l’occhio gli cadde su una immagine ingiallita dalla macchia di caffè.
«Ottimo affare! Due piani, camera da letto, stanza per gli ospiti, due bagni, salotto, cucina, ampia soffitta e cantina; con giardino.»
La foto dava l’idea di una casa che cadeva a pezzi, ma il prezzo era abbordabile: valeva la pena dargli un’occhiata.
Ritagliò l’inserzione e, dimentico della chiazza sui pantaloni, uscì dalla porta sul retro. Compose il numero dell’agente immobiliare prima ancora di arrivare alla macchina parcheggiata di fronte alla porta, e un uomo dalla voce cristallina gli rispose al primo squillo.
Non volle dargli molte informazioni al telefono, ma se lo aspettava, così si diedero appuntamento direttamente sul posto da lì a mezz’ora.
La casa si trovava solo a dieci minuti dall’ostello, per cui quando Michael arrivò ebbe modo di farsi un’impressione tutta sua prima di sorbirsi le chiacchiere adulatrici dell’agente.
Sembrava davvero un ottimo affare! Doveva essere disabitata da un po’, l’erba cresceva incolta tutto intorno e l’intonaco era scrostato in più punti, ma nel complesso era in uno magnifico stato.
«Probabilmente l’interno regalerà delle sorprese…» disse tra sé e sé mentre in quell’esatto istante la vettura tirata a lucido dell’agente faceva capolino dal vialetto di ingresso.
Un uomo di mezza età, alto e ben vestito si presentò non appena emerse dall’auto. Il sorriso fiducioso e gli occhiali scuri in assenza di sole bastavano a delinearne la personalità, ma Michael non si lasciò impressionare. Aveva già visto abbastanza case – e abbastanza agenti – per sapere come condurre la conversazione, e cominciò a fare le domande che si era mentalmente segnato nell’attesa che l’uomo arrivasse.
Come sospettato l’inghippo stava all’interno… si narrava che la casa fosse stregata per cui nessuno si era più avvicinato da lungo tempo, costringendo l’agenzia a doverne abbassare notevolmente il prezzo.
«Lei è la prima persona a vedere la casa dopo che…» si interruppe bruscamente l’agente.
«Dopo che?»
«Ecco, dopo che… la precedente inquilina ha dovuto lasciarla in tutta fretta, cinque mesi fa. Ma non si preoccupi, è ancora in perfetto stato, come può notare, e a parte qualche piccolo ritocco qui e là vedrà che si troverà molto bene dentro questo gioiellino.»
L’uomo sorrise mostrando una splendente serie di denti bianchissimi: a Michael ricordò il lupo di Cappuccetto Rosso e per un momento fu sul punto di dirgli “che denti bianchi che hai…”
La faccenda gli puzzava non poco, la storia della casa stregata probabilmente copriva qualcosa di ben peggiore accaduto in quel luogo – forse un marito impazzito aveva ucciso la moglie a colpi di ascia? Il paese era pieno di racconti di questo tipo – o più semplicemente l’agenzia, come spesso succedeva, ci aveva ricamato sopra una storia interessante pur di vendere una vecchia catapecchia disabitata impossibile da piazzare. Quale che fosse il segreto Michael si disse che non importava: la casa era a posto, era in un luogo isolato al punto giusto e, cosa più importante, aveva un prezzo che poteva permettersi.
Mentre non poteva permettersi di salutare questa occasione per cercarne un’altra che probabilmente non sarebbe mai arrivata.
La sua permanenza al “The Rising Sun” aveva i giorni contati!
Sorrise all’uomo di rimando e fece un cenno di conferma: il contratto venne firmato seduta stante e le chiavi finirono nelle sue mani prima ancora che la mattina fosse terminata.
Finalmente non dovrò più sentire le chiacchiere inutili di quella ragazza, si sorprese a pensare mentre si rimetteva in moto per tornare a recuperare le sue cose all’ostello.
La sua prima notte trascorse senza intoppi, cigolii di assestamento a parte e un freddo dannato, aveva dormito come un bambino tra le braccia della madre! Istintivamente si era messo a cercare qualcosa da mangiare tra le dispense vuote e la sua imprecazione fece eco al brontolio del suo stomaco, vuoto anch’esso dalla sera prima. La giornata infatti era stata pesante, si era trattenuto a lavoro più tardi del dovuto – il nuovissimo programma da lui creato non girava sulla piattaforma come ci si aspettava – ed era stato così stanco che non appena arrivato a casa si era gettato sul letto impolverato senza nemmeno spogliarsi.
Si vestì al volo e uscì, aveva notato un piccolo market non lontano e acquistò a casaccio tutto ciò che poteva servirgli in un’abitazione nuova. Non appena rientrò nel vialetto di casa il sole gli abbagliò la vista, e fece per abbassare il paraluce quando si rese conto che la casa era rivolta ad ovest. Osservò meglio e vide che la luce in realtà proveniva riflessa da una stanza in quella che doveva essere la soffitta. Probabilmente c’era uno specchio, nulla di sopranaturale, ma non poté fare a meno di rabbrividire.
Incredibile cosa possano fare una diceria e una vecchia casa!
Scese dall’auto scuotendo la testa, ma decise che dopo una sostanziosa colazione ne avrebbe esplorato ogni centimetro per accertarsi che nulla potesse uscire dalle ombre a disturbare il suo sonno.
Aveva una mente logica e razionale, ma nonostante questo non si era mai permesso di scherzare con certe cose, fin da bambino ne aveva avuto sempre il giusto rispetto e timore: colpa (o merito?) di una nonna della Louisiana!
Oltre a strati e strati di polvere non scoprì nulla di particolarmente allarmante se non per la sua allergia, finché non entrò nella soffitta (che si era deliberatamente tenuto per ultima) e vi vide i segni di quel che sembrava un rituale.
Monconi di candele colorate circondavano due enormi specchi posti uno di fronte all’altro ma inclinati al punto giusto da poter cogliere anche il più piccolo fascio di luce solare, e un pezzo di carta squadrata vi si trovava esattamente nel mezzo.
Si chinò cautamente a raccoglierlo e vide che in realtà altro non era che una fotografia. Non una di quelle vecchie e ingiallite dagli anni, ma una abbastanza moderna, scattata da quelle macchine Polaroid in voga negli anni ’90, e ritraeva una ragazza appoggiata a un muretto che sorridente e felice guardava l’obbiettivo.
Era meravigliosa! Non aveva mia visto una ragazza così bella in vita sua, e quel sorriso illuminante non faceva che accentuarne lo splendore. Dimentico che qualcuno avesse fatto un rito in quella che era adesso la sua casa, si mise a cercare accuratamente intorno altri segni che potessero portare all’identità misteriosa di quella giovane e attraente donna.
Aveva trovato alcuni vestiti nell’armadio nella stanza di sotto e, se prima gli aveva rivolto solo brevi sguardi disinteressati, adesso li analizzava sperando di trovarvi qualcosa nelle tasche: un portafogli, un documento dimenticato, un ricamo… nulla! Prese a cercare nei cassetti ancora ingombri di roba ma aveva trovato solo portaoggetti vuoti – probabilmente alleggeriti dai ladri – e poche altre fotografie, ma nessuna la ritraeva e nessuna portava una dicitura.
Un momento!
Pescò dalla tasca la fotografia trovata in soffitta e la voltò: in una piccola e ordinata calligrafia da donna si poteva leggere non senza difficoltà: “Estate al mare, 1996. Anne e Thomas L.”.
«Anne e Thomas L.,» mormorò riguardando la donna, «dovevano essere sposati…» Una punta di gelosia affiorò inaspettata dal profondo delle sue emozioni. Si sentì ridicolo, oltre che patetico, e sorrise della sua stessa follia.
Poi ricordò che la precedente inquilina viveva da sola e che quindi la donna in foto o doveva essere un’altra, oppure se era la stessa era diventata single nel tempo che era trascorso dallo scatto al suo pernottamento in quella casa.
Ancora una volta un’emozione ridicola e patetica chiese udienza, ma era sollievo e un accenno di speranza a parlare, non gelosia.
Prese il cellulare e iniziò a comporre il numero dell’agente immobiliare, poi si vide mentalmente iniziare la conversazione: “Mi scusi, per caso la ragazza che è dovuta scappare in tutta fretta si chiamava Anne L.? Sa, ho trovato una sua fotografia tra due specchi…”
Ridicolo!
Chiuse il telefono e rifletté. C’erano così tanti vestiti in quella casa, e nessun nome a cui restituirli.
Ricompose il numero e questa volta attese almeno tre squilli prima che l’altro rispondesse.
«Buongiorno, sono…»
«Oh sì, mi ricordo di lei, voglio sperare che tutto proceda bene nella sua nuova casa?»
Gli ci volle un attimo per capire che era una domanda.
«Sì,certamente, tutto perfetto! Ecco, la chiamavo per alcuni oggetti che ho trovato…» nessuna risposta dall’altra parte. «…suppongo siano della precedente inquilina, una certa Anne L., e mi chiedevo se ci fosse modo di restituirli.»
Silenzio…
«Forse intende la signorina Carroll? Come le ho già detto ha lasciato la casa cinque mesi fa e da allora non ne abbiamo saputo più nulla.»
«Ma i vestiti? E tutto il resto? Ci sarà pure stato qualche parente da contattare!»
Un lungo sospiro…
«La signorina era arrivata da solo una settimana, e ha pagato per un solo mese, segno forse che non aveva intenzione di fermarsi di più. Non lo so e francamente non mi importa, se ha deciso di andarsene avrà avuto i suoi buoni motivi. Le donne sono volubili, probabilmente un uomo le ha spezzato il cuore e ha deciso di scappare, fine della storia. Buona…»
«E non ha pensato di avvertire la polizia?» lo interruppe Michael adirato.
«Io sono un agente immobiliare, non un detective, finché mi pagano non ho nulla di cui preoccuparmi. Se proprio non può farne a meno, allora la chiami lei la polizia, BUONA GIORNATA!»
Michael fissò il cellulare per un po’; scioccato e arrabbiato per la mancanza di tatto dell’uomo si era scordato di approfondire un piccolo particolare: la signorina Carroll?
Meditò se richiamarlo per far luce su quel dettaglio ma preferì affidarsi ad amici più cari e affidabili: i computer.
Non aveva ancora allacciato la linea per cui avrebbe dovuto aspettare fino a lunedì per tornare in ufficio e collegarsi dalla sua postazione.
Cosa fare in quei due giorni?
Tornò nella soffitta e si mise ad analizzare i due specchi: la posizione in cui si trovavano era decisamente strana, quasi comunicassero, e la foto tra i due lo incuriosiva non da meno.
Che l’inquilina di prima avesse cercato di invocare questa Anne L.? Magari era sua sorella, morta da tempo?
Uno spirito maligno ne era venuto fuori al suo posto e aveva ucciso la donna, facendo credere che fosse scappata in preda a una delusione d’amore!
Ho visto troppi film dell’orrore… pensò ridendo.
Un’ombra passò da uno specchio all’altro.
Michael urlò, e scattò all’indietro in modo così fulmineo da fare invidia a un’atleta olimpico.
Attese che il cuore riportasse i suoi battiti a una velocità normale e si avvicinò, a distanza di sicurezza, per osservare di nuovo gli specchi.
Nulla.
Non fece in tempo a rilassarsi che di nuovo l’ombra passò, e stavolta gli parve avesse una forma umana.
«Anne?» chiamò istintivamente.
«Signorina Carroll?» provò incerto e sentendosi sempre più stupido.
Niente di niente.
Rimase immobile per quella che sembrò un’eternità, finché non fu svegliato dal brontolio del suo stomaco: il sole non si vedeva più dalla finestra, doveva essere pomeriggio inoltrato.
Quando si sarebbe deciso a comprare un orologio?
All’improvviso l’idea di rimanere solo in quella casa mentre calava la sera non gli parve molto buona, ma non aveva amici in zona e non poteva di certo restare fuori tutta la notte.
Prima ancora di rendersene conto i suoi passi lo portarono alla macchina, e questa all’ostello in cui aveva vissuto fino a soli due giorni prima.
Si sorprese a cercare con lo sguardo la ragazza petulante di cui non conosceva il nome, ed eccola lì, seduta sulla sua poltrona preferita a sorseggiare tè mentre la TV trasmetteva un qualche film d’autore come tutti i sabato sera.
Quando la vide non poté fare a meno di sorridere sollevato, strana la vita! Lei alzò lo sguardo su di lui e fu così contenta da fare credere che avesse avuto il timore di non rivederlo mai più.
«Jane,» si presentò lei dopo che le si fu avvicinata.
«Michael,» rispose lui disorientato.
«Allora Michael, trovato quel che cercavi?»
Le donne avevano tutte l’aria di sapere sempre più di quanto le si dicesse, e anche quando non sapevano il loro atteggiamento dimostrava esattamente il contrario!
«Forse ben più di quel che cercavo…»
La ragazza aggrottò le sopracciglia e fece per aprire bocca e tempestarlo senza dubbio di domande, ma Michael la fermò in tempo.
«Ti va di fare un giro? Posso farti vedere la mia nuova casa.»
Ma come ti viene in mente, idiota. Non la conosci nemmeno!
Eppure le parole gli erano venute in modo così naturale che non era riuscito a fermarsi. Ormai il danno era fatto.
«Certo!» disse lei con entusiasmo, sorprendendolo ancora una volta.
Lei era molto carina, notava ora per la prima volta, ma non l’aveva né cercata, né invitata perché si aspettasse quel genere di cose. In realtà non sapeva nemmeno quale fosse il vero motivo. Forse aveva solo bisogno di non rimanere solo, e l’unica persona che conoscesse in zona era lei, anche se conoscere non era probabilmente il verbo adatto…
Nessuno dei due parlò per tutto il tragitto verso casa, e quando arrivarono al vialetto Michael rallentò così bruscamente che la ragazza si voltò verso di lui.
«Qualcosa non va?» gli chiese mantenendo il solito tono allegro.
Michael scosse la testa e abbozzò un sorriso, ma non rispose, continuando invece sul vialetto di casa quasi a passo d’uomo.
“Ecco, questa è la mia dimora: una casa stregata in cui probabilmente un essere demoniaco ha ucciso la donna che ci abitava prima e che quanto prima verrà a prendere anche me, ti piace?”
Scacciò il pensiero e si sforzò di uscire dalla macchina con disinvoltura; la ragazza era troppo presa dalla casa per fare caso al suo comportamento tutt’altro che disinvolto!
«Wow! Sembra una di quelle case da film dell’orrore!»
Non poteva scegliere commento più sbagliato.
Michael sorrise e la scortò dentro, continuando a cercare nella sua testa una qualunque cosa sensata da dire.
«Non c’è molto in casa, solo della birra.»
«E’ perfetta, grazie.»
Se non altro la ragazza continuava a pensare a quella gita come a una festa scolastica… e probabilmente si aspetta lo stesso finale! pensò inorridito. Non aveva alcuna intenzione di portarla a letto, nemmeno di baciarla, voleva solo mostrarle la soffitta, nient’altro. Meglio mettere in chiaro le cose fin da subito!
«C’è una cosa che vorrei mostrarti,» disse risultando ancora più malizioso. «In soffitta,» aggiunse all’istante imbarazzato, «ho trovato una cosa stranissima, volevo parlarne con la polizia ma mi sento un po’ stupido a raccontarlo.»
La ragazza ora aveva uno sguardo a metà tra il preoccupato e l’incuriosito.
«Oh niente di cui allarmarsi, davvero, solo che… ecco, mi è parso strano. Ma è meglio se vedi con i tuoi occhi.»
Probabilmente è così che tutti i serial killer cominciano una conversazione, pensò disgustato.
Salirono in soffitta con ancora le birre in mano e, quando Michael aprì la porta, lo sguardo che la ragazza diceva palesemente era che poteva trovare una scusa migliore per abbordarla!
«Qui,» si affrettò a chiarire lui, «ho trovato la fotografia di una donna, esattamente tra questi due specchi. E tutto intorno, come puoi vedere, ci sono ancora i resti delle candele usate per un rito, ne sono sicuro.»
Lei lo guardò come se fosse ammattito, ma poi rispose, ancora una volta, sorprendendolo:
«Hai provato ad evocare la donna?»
Questa volta fu lui a guardarla con aria interrogativa.
«Sì,» continuò lei, «hai presente quelle tavole Ouija per evocare gli spiriti? Potremmo comprarne una e vedere cosa succede.»
Gli sorrise eccitata, come se gli avesse appena detto che per venire alla gita scolastica aveva mentito ai genitori.
«Non so se è il caso…» cominciò lui.
«Andiamo! Sarà eccitante, e divertente, non dirmi che hai paura?»
Sì, una fottutissima paura!
«Certo che no!»
«Perfetto! Conosco un negozio che vende ogni genere di cose strambe, avrà senz’altro anche la tavola.» Si voltò per andarsene.
«Adesso?» chiese lui scioccato.
«Ovviamente! Andiamo, se ci muoviamo lo troviamo ancora aperto.»
Si precipitò giù dalle scale dimenticando la sua birra in soffitta e Michael, a malincuore, la seguì bevendo tutta d’un fiato la sua.
In cosa mi sono andato a cacciare! pensò non per l’ultima volta.
«Pronto?»
No!
«Sì.»
«Dammi la foto,» disse lei perentoria.
La mise accanto alla tavola e posizionò le sue mani sul cursore, poi chiuse gli occhi.
«Anne, puoi sentirci?» esordì in tono pacato.
Michael non sapeva se ridere o farsela addosso per la paura.
La faccia di sua nonna che emergeva al posto della ragazza gli fece quasi scappare da ridere: “Non si scherza con queste cose, figliuolo!” Poteva anche vederla muovere il dito ammonitore come faceva quando lui era un ragazzino.
Si impose di rimanere concentrato.
Jane continuava a ripetere la stessa domanda, ogni tanto variava l’ordine delle parole, a volte chiamava soltanto il nome, ma il succo rimaneva quello: nessuna risposta dall’altra parte e nessuna ombra passare tra gli specchi.
Dopo quasi un’ora in quella scomoda posizione a gambe incrociate, Michael tolse le mani dalla tavola e si alzò, non senza provocare un’ esclamazione  insoddisfatta  nell’altra.
«E’ inutile,» la anticipò lui, «se uno spirito c’è non vuole farsi vedere e, a dirla tutta, ne sono molto contento!»
Lei lo assecondò richiudendo la scatola, ma il suo volto mostrava una cocente delusione: una bambina a cui è stato detto che non si andava più allo zoo.
«Possiamo riprovarci,» disse lui sorprendendo sé stesso, «una di queste sere se ti va.»
Lei si illuminò e rispose con un sorriso di cui l’agente immobiliare sarebbe stato fiero!
Finì la sua birra – ancora immacolata da quando erano usciti per comprare la tavola – e lo anticipò sulle scale.
«Ciao Anne,» disse al vento quando uscirono di casa.
Non dissero una parola nemmeno lungo tragitto casa-ostello, ma quando lei scese dalla macchina si fermò un momento come per un ripensamento e gli disse:
«Gli spiriti non sempre rispondono ai richiami immediatamente, sai il loro piano è diverso dal nostro, per cui probabilmente stanotte si farà sentire. Non ti allarmare quindi se senti scricchiolii e rumori strani. A presto!»
E così dicendo si allontanò dalla macchina lasciandolo a bocca aperta, stordito e ancora meno rassicurato di quando era partito solo poche ore prima per cercare un sostegno!
Decise che non l’avrebbe più rivista – ogni volta che si congedava gli lasciava una perla di saggezza tutta sua che poteva risparmiarsi – e si rimise in macchina, controvoglia, verso la sua dimora.
Bevve un’altra birra e si buttò sul letto sperando di crollare in un sonno profondo. Qualunque cosa potesse esserci in casa lui non voleva né vederla, né sentirla.
Le prime ore della notte trascorsero quiete, nulla in ascolto se non i soliti, fastidiosi scricchiolii; ma a notte inoltrata gli parve di sentire un rumore di passi provenire dalla soffitta.
Immaginazione?
Probabile, ma cosa fare? Di andare a controllare non ci pensava nemmeno, ma anche rimanere sdraiato immobile sul letto non sembrava una buon idea.
Accese la luce nella speranza di spaventare lo spirito, e continuò a dormire, o meglio a tentare di farlo.
Silenzio.
Tic- tic…
Silenzio.
Tic-tic…
Non sembravano passi.
Finalmente si alzò e scoprì che il suono proveniva dal bagno al piano di sotto: il rubinetto della doccia perdeva acqua. Imprecò e lo strinse con tutte le sue forze, poi si avviò verso la camera da letto.
Ogni passo produceva un rumore amplificato dal silenzio della notte, un silenzio troppo assordante per pensare di potere riposare.
Tornò dunque al primo piano, accese tutte le luci – ingresso, cucina e salotto – e prese un’altra birra insieme a del formaggio; poi accese la vecchia radio e la sintonizzò sull’unica stazione funzionante.
Aveva visto abbastanza film da sapere quali armi potessero servirgli e, mentre “Stairway to Heaven” faceva da colonna sonora, salì le scale verso la soffitta con un barattolo di sale in una mano e il crocifisso di sua nonna nell’altra.
Era stato un regalo per la sua comunione, migliaia di anni fa, e non gli era mai sembrato così utile come quella notte.
Cercò nella mente i ricordi del catechismo e riuscì a ricomporre per intero l’Ave Maria, l’unica cosa che gli venisse in mente.
Meditò solo un secondo prima di aprire di scatto la porta della soffitta. La luce del corridoio illuminava la stanza abbastanza per mostrare nulla di insolito, ma mise comunque una mano dentro quel tanto che bastava a fare scattare l’interruttore.
L’illuminazione della stanza era debole ma gli permise  di guardarsi velocemente intorno e, quando fu sicuro che nulla potesse attaccarlo, entrò e andò incerto verso gli specchi.
Non fece in tempo a posizionarvisi in mezzo che un’immagine, stavolta più nitida, si stagliò in quello di destra.
Questa volta non c’erano dubbi: una figura umana si trovava chiaramente dall’altra parte, se lo spirito della donna o una creatura di un altro mondo ignoto non lo sapeva, ma qualcosa nel suo portamento lo rassicurò quanto bastava a parlarci.
«Salve!» Delle cose assurde che poteva dire questa era di certo la più insensata, ma non c’era motivo di essere scortese!
L’immagine si mosse e si rifletté nell’altro specchio.
Michael si voltò e ripeté il saluto, stavolta più incerto.
Ancora una volta l’immagine si spostò, costringendo il ragazzo a girarsi da una parte all’altra come a un vecchio ballo di coppia.
Pensò che forse era il caso di riprendere la tavoletta, ma si ricordò che l’aveva tenuta Jane, per qualche strano motivo – forse sperava così di rivederlo – e andò avanti in quella conversazione a senso unico.
«Io sono Michael.»
Nessuna risposta, soltanto movimenti convulsi.
Forse è il suo modo di comunicare? O forse aveva solo timore di mostrarsi. Che pensiero assurdo, era lui quello terrorizzato!
«Non devi avere paura,» disse comunque non avendo altre risorse, «non voglio farti del male. Vedi?» E appoggiò in terra crocifisso e sale, spostandoli di lato col piede e alzando le mani in segno di resa.
«Mi chiamo Anne.» Una voce flebile e per niente raccapricciante emerse all’improvviso dallo specchio, facendo perdere a Michael due anni di vita! L’immagine della donna seguì poco dopo: la stessa ragazza della foto, soltanto molti anni più tardi, lo guardava con quei suoi occhi luminosi e bellissimi.
«Quindi sei tu?» riuscì a dire tirando fuori la fotografia che aveva ancora in tasca.
Un velo di tristezza le passò sul volto.
«Quella ero io molti anni fa, quando la mia felicità era legata a quella di mio marito.»
Forse cominciava a capire: qualcosa doveva essere accaduto, forse avevano divorziato o peggio ancora il marito era morto, e lei aveva ripreso il suo cognome da nubile: Carroll. Ma come indagare senza mostrarsi insensibile?
Lei gli risolse ogni dubbio.
«Quando scattai quella fotografia ci eravamo appena sposati, è stato l’anno più felice della mia vita.» Il sorriso più bello che avesse mai visto si allargò sul visto della donna.
«La nostra luna di miele l’avevamo trascorsa viaggiando di città in città sulla nostra macchina. Ricordo che prendemmo una cartina e cominciammo a segnare i luoghi che più ci ispiravano, solo per il nome, e quando fu ora di partire seguimmo l’itinerario che inizialmente avevamo pensato soltanto per gioco.»
Si fermò assaporando i ricordi, sorridendo a cose note soltanto a lei.
«Che successe poi?» chiese Michael incuriosito.
Lei lo guardò come se si fosse accorta di lui per la prima volta, poi il suo sorriso si trasformò in una smorfia di dolore.
Non disse nulla, e Michael non ebbe bisogno di chiedere altro.
Restarono in silenzio per pochi minuti, poi la curiosità tornò a fargli visita e le fece la domanda che più lo tormentava.
«Come sei finita intrappolata lì dentro?»
Si sorprese di quanto facilmente la ragazza gli rispose. Forse anche lei non vedeva l’ora di parlarne, in fondo si trovava in quel luogo chissà dove, sola e spaventata da chissà quanto tempo: ancora, infatti, non sapeva se fosse la stessa donna scomparsa cinque mesi prima.
«Qualche mese fa mi trasferì in questa città per lavoro, volevo dimenticare Thomas e sperare di ricominciare una nuova vita. Ripresi il mio cognome da nubile, nonostante fossimo ancora sposati, e pernottai all’ostello qui vicino. Vi rimasi soltanto per una settimana prima di trovare questa casa: era disabitata da anni, c’era molto da ristrutturare ma aveva un prezzo e una posizione che difficilmente avrei ritrovato. Non portai con me molto, non sapevo cosa avrei fatto della mia vita, dove volevo andare e per quanto tempo volevo in effetti rimanere.
Ero a pezzi. Mi sembrava che il mondo mi fosse crollato addosso. La morte di Thomas mi aveva lasciata completamente spoglia di ogni più piccolo stimolo, ma dovevo cercare di farmi forza e decisi di andare avanti a ogni costo.»
Fece una pausa per essere sicura di avere la sua attenzione: Michael era seduto a terra di fronte allo specchio, a gambe incrociate, e la osservava senza proferire parola, attento persino a emettere un respiro di troppo.
Intanto la notte passava e la casa non sembrava più così spaventosa e solitaria, con tutti i suoi scricchiolii e i rumori di cose a lui ignote.
Sto parlando con una donna in uno specchio! Non c’era davvero nulla che potesse sorprenderlo ormai.
«Fu così che un giorno entrai in quel negozio di cianfrusaglie a pochi isolati da qui e trovai un libro che parlava di come migliorare la propria vita. Dapprima lo sfogliai con disinteresse, sapevo non avrebbe fatto la differenza più di quanto avesse potuto farla il mio psicologo; ma poi capii che parlava di tutt’altro: quello che leggevo non erano semplici consigli per essere felici, erano veri e propri incantesimi per cambiare concretamente le cose! Incuriosita lo comprai e lo lessi tutto d’un fiato. Un incantesimo parve fare al caso mio e decisi di metterlo in pratica; in fondo non avevo nulla da perdere, tentare un’altra strada non mi costava nulla.
Avevo soltanto bisogno di alcune candele e di una mia fotografia che mi ritraesse in un momento di felicità, mentre la casa mi forniva già la cosa più importante: due specchi.
Il rituale era molto semplice: come avrai capito si trattava di posizionare la fotografia tra i due specchi, accendere le candele e spegnerle ad una ad una mentre nel frattempo pronunciavo qualche parola di rito. Inizialmente sembrò non funzionare ma poi… tutto quel che ricordo è che mi risvegliai  trovandomi bloccata qui dentro…»
Si fermò, la storia era finita e adesso toccava a lui dire qualcosa. Le uniche parole che gli vennero in mente furono quelle di sua nonna che continuava a ripetergli quanto fosse pericoloso scherzare con queste cose.
Non gli sembrò il caso di farlo presente alla donna.
«Mi dispiace,» fu tutto quello che riuscì a dire. Ma poi si schiarì la gola e aggiunse:
«Se posso esserti d’aiuto in qualche modo…»
Lei scosse la testa, sconsolata.
«Temo che non ci sia soluzione, sarò costretta a rimanere qui dentro per il resto della mia vita… e forse anche oltre.» aggiunse terrorizzata.
Michael provò una profonda pena per quella giovane donna, bellissima e piena di vita, e le promise che avrebbe trovato una soluzione per aiutarla. A queste parole lei gli sorrise e svanì così come era apparsa, e a nulla servì richiamarla a gran voce. Guardò fuori dalla finestra e vide il sole fare capolino dalla linea dell’orizzonte. D’improvviso tutta la stanchezza di una notte insonne gli piombò addosso e, tornato in camera da letto, si appisolò come un ghiro nella tana al sicuro dai predatori.
Aiutare Anne fu più facile a dirsi che a farsi. Nei giorni seguenti l’incontro aveva cercato in rete qualsiasi cosa riguardasse persone intrappolate negli specchi: nulla che facesse al caso suo. Per un momento pensò di rivolgersi di nuovo a Jane e comunicarle la scoperta, ma aveva mostrato una sorta di gelosia morbosa per quella storia e non voleva che nessun altro ne fosse a conoscenza: era il suo piccolo segreto, l’unica nota eccitante in una vita piatta e monotona.
Da quella famosa notte lui e Anne avevano preso a incontrarsi ogni sera: lui gli raccontava gli avvenimenti della giornata – piatti e monotoni – e lei ascoltava estasiata come se parlasse di storie eccezionali. Gli piaceva stare con lei, era forse il rapporto più vero che avesse avuto con una donna dai tempi dell’Università, e sentiva tremendamente la sua mancanza quando doveva andare a lavoro.
Non passava giorno in cui non pensasse a come fare per aiutarla, finché si ricordò del libro di incantesimi di cui aveva parlato.
Dove si trovava? Perché non l’aveva mai visto tra le sue cose?
Forse all’interno poteva trovarsi la soluzione, così una sera lo chiese ad Anne, e per la prima volta gli sembrò di vederla adirata.
«Come posso saperlo? Sono qui dentro da mesi ricordi?»
«Ma devi pur averlo messo da qualche parte prima di… ecco, prima di…»
…finire bloccata in quel dannato specchio! finì la sua mente per lui.
«Ricordo di averlo messo in una scatola,» disse lei addolcendosi, «ma la memoria si affievolisce: ogni giorno mi sembra di dimenticare un pezzo della mia vita.»
Era così affranta e vulnerabile, avrebbe voluto abbracciarla e consolarla, e dirle che andava tutto bene, ma dovette limitarsi soltanto all’ultima cosa.
Sembrò bastare, per quanto frustrante fosse.
Si accorse che più il tempo passava e più desiderava quella ragazza con un ardore che credeva di avere perduto.
Ma come fare per aiutarla?
La notte non dormiva, aveva spostato il materasso in soffitta per poterle stare vicino il più possibile, e la mattina andava a lavoro stanco e con la mente ancora con lei.
Non riusciva a trovare quel dannato libro, e oltre a questo c’erano altri punti che non gli quadravano e che sembravano fondamentali per la risoluzione del caso, ma non riusciva a pensare con lucidità. Ogni qual volta affrontava l’argomento con Anne, lei sembrava oscurarsi e preferiva parlare di altro, e più i giorni trascorrevano più si sentiva legato a lei oltre ogni dire.
Una sera, quando frustrato le confessò di non avere altre idee su come fare a salvarla, lei mormorò con fare incerto:
«Forse c’è un modo…»
Inutile descrivere il sollievo dell’uomo a quelle parole, anche se non riuscì a nascondere totalmente una punta di timore.
«Ci sto pensando da giorni, ma avevo paura a parlartene,» disse Anne sulla difensiva, «e non so se può davvero servire a qualcosa.»
«Di che si tratta?» chiese lui mascherando come meglio poté la sua insicurezza.
«Forse,» iniziò lei incerta, «ripetendo il rito potresti riuscire a liberarmi.»
Quasi gli scappò da ridere!
«E in che modo pensi sia possibile che funzioni?» chiese sforzandosi di mantenere la calma. L’ultima cosa che aveva intenzione di fare era un rituale che lo ponesse in pericolo!
«Forse ho sbagliato nel lasciare la mia fotografia sul pavimento, in balìa di qualsiasi forza sopranaturale pronta a coglierla strappandomi così da questo mondo. Forse avrei dovuto tenerla stretta come il libro diceva. Non credevo fosse un dettaglio importante. Era un rituale sulla felicità, come potevo pensare che mi avrebbe portato a questo!»
Scoppiò a piangere e Michael la lasciò sfogare.
Si sentì inutile e non seppe che fare se non acconsentire alla sua richiesta. Non si accorse nemmeno di avere pronunciato le fatidiche parole “d’accordo lo farò”, che si ritrovò a cercare tra le sue cose una fotografia nei suoi tempi migliori: ultimo anno di Università, lui, Steve, la sua ex-ragazza Monica e Mark, il suo migliore amico, si trovavano ai bordi di un lago con in bocca un pesce e la posa di un lottatore arrabbiato. La foto era leggermente storta, la macchina aveva l’autoscatto e l’avevano posizionata sul tavolino da campeggio, instabile sul terreno smosso. Era stato l’ultimo pic-nic insieme, poi di lì a poche settimane si erano laureati e ognuno di loro era andato per la propria strada, ma quella giornata era stata grandiosa!
Devi essere proprio impazzito per fare una cosa del genere. Nessuna donna vale tanto da farlo!
Ma per lei avrebbe fatto qualunque cosa, se ne rese conto solo in quell’istante.
Anne gli disse che doveva scrivere e poi imparare a memoria qualche frase che lo facesse sentire felice, sicuro e con l’impressione che il mondo e le sue infinite occasioni fossero stese davanti a lui, pronte per essere colte.
Da principio non seppe cosa scrivere, poi rivisse nella sua mente ogni singolo momento di quel giorno al lago: le aspettative, i sogni, quanto si fossero sentiti potenti con la laurea che a breve avrebbero ottenuto – quattro giovani ragazzi con tutta la vita davanti e le migliori aspettative che a quell’età si potevano pensare – e le parole gli vennero tutte d’un fiato.
Non fu difficile memorizzarle.
Una volta fatto bruciò il foglio come gli fu detto – anche questo faceva parte del rituale – poi accese le candele, prese la foto tenendola ben stretta tra le dita, e pronunciò le parole con cura, inizialmente con voce tremante, poi sempre più sicura.
A ogni frase compiva un giro intorno agli specchi, poi spegneva una candela; quando l’ultima fiamma si esaurì, il silenzio più assoluto scese sulla stanza illuminata soltanto dalla luna.
Una leggera brezza scosse le tende alle finestre aperte e Michael sussultò, ma null’altro accadde.
Cercò Anne nello specchio e non vi vide alcuna traccia di lei.
Era un buon segno?
Attese ancora qualche istante poi la chiamò.
La voce che gli rispose sembrò provenire da molto lontano, e nel momento in cui riaprì gli occhi – quando li aveva chiusi? – vide la ragazza, bellissima e sorridente, osservarlo da oltre lo specchio.
Frustrato perché il rito non aveva funzionato, fece per avvicinarsi a lei ma qualcosa oppose resistenza.
Provò ancora, tentando di allungare una mano per prendere la sua: non riuscì a muoverla più di un palmo.
Cosa…?
Anne lo guardava dall’altra parte, sorridendo, e all’improvviso quel sorriso abbagliante e meraviglioso che gli aveva scaldato il cuore, non gli parve più così caldo.
«Ti ringrazio,» disse lei senza la minima traccia di calore nella sua voce. «Ho atteso a lungo che qualcuno arrivasse a liberarmi, cinque mesi sono più lunghi di quanto non sembrino quando non riesci a muoverti, presto lo scoprirai…»
«Cosa mi hai fatto?» urlò Michael in preda al panico.
«Nulla che tu non abbia fatto da solo.»
«Io ho tentato di aiutarti, come puoi…» si interruppe, un nodo in gola non riuscì a fargli terminare la frase senza minacciare di farlo singhiozzare.
«Non disperare, forse troverai qualcuno anche tu prima o poi. Succede a tutti.»
A tutti? 
La mente tentava disperatamente di ribellarsi all’idea di quanto fosse accaduto, ma doveva mantenersi lucido, doveva trovare una soluzione, e si impose di ascoltarla e di farla parlare prima che se ne andasse lasciandolo lì, solo e senza risposte.
«Che vuoi dire, cosa dovrei fare?»
Lei mostrò gentilezza dietro quello sguardo da lupo e gli racconto la sua storia, la vera storia.
Il marito morto, il trasferimento, il provare a cambiare vita… era tutto vero, anche il rituale lo era, ma aveva nascosto un piccolo particolare.
«Non c’è mai stato alcun libro, soltanto una donna, intrappolata come me da molti più anni di quanto tu possa contare. Mi disse che aveva fatto un rituale per la felicità, ma che qualcosa era andato storto e si era ritrovata bloccata dietro lo specchio. Quando fu libera mi raccontò che era stata intrappolata da una donna, a sua volta imprigionata da qualcun altro e da un altro ancora. Non aveva idea di quanto tempo la storia si ripeteva ma sapeva che l’unico modo per uscire era intrappolare qualcun altro. E così è stato. Il resto lo conosci.»
A quel punto Michael non riuscì più a trattenere le lacrime.
«Io ti ho aiutata… sono stato con te ogni singola ora di ogni singola notte, sono stato un amico, un confidente, speravo un amante…»
«Mi dispiace Michael, dico sul serio,» non sembrava convinta, «ma quando si tratta della tua sopravvivenza ogni cosa passa in secondo piano, te ne accorgerai presto.»
Fece per andare via, poi si voltò inclinando la testa come per pensare.
«Ma forse c’è una cosa che posso fare per te…»
Non disse cosa.
Si girò e uscì dalla stanza: i passi di lei lungo le scale risuonarono alle sue orecchie per un tempo interminabile, poi l’unico rumore che rimase ad accompagnarlo fu quello delle sue urla che invano gridavano il nome della donna che aveva appena salvato.
Jane aprì il giornale alla pagina degli affitti: seduta al suo tavolo preferito all’ostello “The Rising Sun” sorseggiava il solito caffè sperando di trovare un annuncio interessante.
Arrivata all’ultima pagina l’immagine sbiadita di una casa che aveva visto condizioni migliori la colpì:
«Ottimo affare! Due piani, camera da letto, stanza per gli ospiti, due bagni, salotto, cucina, ampia soffitta e cantina; con giardino.»
Le ci volle soltanto un momento per rendersi conto che conosceva quella casa, vi era stata alcuni mesi prima, quando quello strano ragazzo – Michael?– si era presentato una sera con la storia più assurda per abbordare una donna che le fosse mai capitata!
Che fine aveva fatto?
Non si era più rifatto vivo da quella sera e lei si era veduta bene dall’andarlo a cercare; era carino, ma non così carino da perdere tempo a inseguirlo!
Probabilmente è ritornato a casa sua, si disse disinteressata. Non le era mai sembrato molto adatto al clima di quel luogo.
Scrollò le spalle dimenticandosi del ragazzo e prese invece nota del numero di telefono dell’agenzia.
Quando chiamò, un uomo dalla voce cristallina le rispose al primo squillo. Non volle dirle molto ma scoprì che il precedente inquilino – Michael – era dovuto andare via inaspettatamente all’incirca tre mesi prima.
Lei non volle sapere altro e si diedero appuntamento presso l’abitazione quello stesso pomeriggio.
Il sorriso splendente dell’uomo le ricordò il lupo famelico di Cappuccetto Rosso, ma si guardò bene dal fargli una battuta del genere; firmò il contratto seduta stante ed entrò in casa quello stesso giorno, rimandando a dopo il trasloco delle sue poche cose alloggiate comodamente all’ostello.
Istintivamente mosse i suoi passi verso la soffitta.
Gli specchi erano ancora lì, le candele anche, e un pezzo di carta si trovava esattamente i mezzo ai due oggetti.
Si chinò per raccoglierlo e vide che si trattava di una fotografia: quattro ragazzi si trovavano sulla riva di un lago, in una comica posa da lottatore e con un pesce in bocca.
Osservò meglio e le sembrò di riconoscere uno di loro.
«Michael?» si chiese sbalordita.
Il pensiero successivo fu quello di andare a recuperare la tavola Ouija per evocare l’uomo.

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