Nel nome del Padre

Incipit:

Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose.
Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più. “Non tocca a me il nero” faccio, come ogni volta. “Si invece” dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.

“Sa bene che non posso usarli Padre, non mi appartengono.”
La osservo per un momento ma lei non mi degna di uno sguardo, al solito, e con un sospiro carico di rassegnazione attendo che faccia la prima mossa.
“Come ti senti oggi bambina, hai ancora mal di testa?” le chiedo, sperando di ottenere una risposta concreta stavolta. Lei muove il suo pezzo con grazia e si decide ad alzare lo sguardo su di me: sorride, inclinando la testa di lato come fa sempre quando riflette, ma non dice nulla.
E’ forse un buon segno? penso mentre rispondo alla mossa. So bene che non dovrei nutrire inutili aspettative, ma il mio ruolo, e la mia fede, mi impongono di farlo. Ogni settimana torno in questa stanza con la speranza di vedere un miglioramento, avere una risposta da questa giovane donna che mi sta davanti con i suoi dolci occhi angelici, ma nulla di quanto ha detto finora mi aiuta a capire.
Conosco Caterina sin da quando era in fasce, l’ho battezzata io stesso così come suo fratello Nicholas dopo di lei, e ancora mi riesce difficile credere a quanto è successo. Continuo a farle domande, a chiederle spiegazioni, ma la sua risposta è sempre la stessa da un mese ormai e non vedo come possa essere diverso oggi, ma devo tentare un’ultima volta, lo devo alla sua famiglia.
Il suo silenzio comincia ad innervosirmi ora e sono sicuro che lei se ne renda conto, perché continua a guardarmi con ostentata aria innocente e un sorriso da fare accapponare la pelle.
O forse è solo la mia immaginazione e in realtà sta semplicemente pensando alla mossa successiva, in fondo è un’abile giocatrice.
“Non hai nulla da dirmi oggi Caterina?” le domando per rompere il silenzio assordante.
“Nulla di più dell’ultima volta Padre” risponde scrollando le spalle, la sua
attenzione rivolta solo alla scacchiera che ha di fronte. La sua bravura
è sorprendente, muove i pezzi meccanicamente, quasi senza pensare,
consapevole di stare facendo la mossa giusta. Mi chiedo da quando abbia sviluppato la passione per gli scacchi, non ricordo di averla mai vista giocare da bambina. E’ un argomento che la delizia, ne parla con
passione e potrei quasi dire che ogni nostro incontro sia gradevole, non
fosse per il contesto del quale fa parte. I cuscini soffici e l’arredamento delicato rendono la stanza accogliente per fare sentire a proprio agio le persone, ma Caterina sembra non farci molto caso. Non ha
alcun interesse per le cose terrene, come le chiama lei, ma ama giocare
a scacchi quasi quanto leggere la Bibbia. Conosce a memoria ogni
passo di quel libro più di quanto non sappia io stesso e continua a
predicare che quanto accaduto è stato fatto in nome di Dio, che lei è
stata solo un tramite per portare a compimento il suo volere.
E’ proprio questo che mi sconvolge.
Caterina è sempre stata una devota osservante come la sua famiglia, e da che ho memoria non ricordo abbia mai alzato un dito su nessuno. Era una bambina dolce e buona e vedeva nel Padre Eterno l’espressione dell’amore così come dovrebbe essere. Come può, dunque, credere che quello stesso Dio possa averle ordinato una tale impresa? Perché avrebbe dovuto farlo?
Le pongo questa domanda ancora una volta, e ancora una volta ascolto la sua solita risposta.
“Perché era ciò che meritavano Padre. Sa bene quanto me che
chi agisce contro il volere di Dio ottiene in cambio soltanto la sua
ira.”
No, non c’è nessun buon segno oggi. Non è cambiato niente.
Caterina sorride di nuovo e muove un altro pezzo sulla scacchiera come se nulla fosse, sentendo la vittoria vicina.
Io non sono altrettanto sereno.
Ripenso a quel giorno poco più di un mese addietro e un brivido mi corre
lungo la schiena. La casa in fiamme. I corpi carbonizzati fissi in
una smorfia di dolore. Caterina seduta sotto la grande quercia nel
giardino che osserva la scena con espressione rapita.
Una lacrima mi scende sulla guancia mentre eseguo la mia ultima mossa. Lei alza lo sguardo e i suoi occhi si fanno tristi. Il mio cuore si colma di speranza, ma scompare immediatamente quando capisco che la sua commozione è dovuta ad altro.
Prende in mano un cavallo e lo soppesa mentre recita parole che conosco bene.
“Guardai e vidi un cavallo bianco. Il suo cavaliere teneva in mano un arco. Dio gli fece dare una corona, simbolo di trionfo, ed egli passò da una vittoria all’altra, sempre vincitore.”
Posa il pezzo sulla scacchiera e il velo di tristezza scompare lasciando il posto a un sorriso.
“Scacco matto Padre.”

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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