Doctor Who incontra Tolkien – Viaggio alla Città di Pietra

Racconto che farà parte dell’antologia dedicata alla famosa serie televisa “Doctor Who”,
promosso dal sito Sadastor Edizioni per il contest letterario “Ma il Dottore si ammalò”.
Il Dottore in questione, da me scelto, è il decimo, interpretato da David Tennant.

28 ottobre 1916, Beauval, Francia

«Cos’è tutta questa nebbia? Sicuro che siamo finiti nel posto giusto questa volta?»
«Rose, Rose,» rispose un uomo alto e magro, di bell’aspetto, «siamo all’interno delle paludi di Nàrxos, cosa ti aspettavi?»
«Silenzio voi due!» Un soldato, accucciato a soli pochi passi dall’uomo, lo ammonì senza alzare lo sguardo su di lui: tutta la sua concentrazione volta a un punto da qualche parte nella nebbia.
«Ah! Qualcun altro ha avuto la nostra stessa idea, Rose!» L’uomo avanzò verso di lui con passo sicuro, un ampio sorriso a illuminargli il volto, e quando gli si fu avvicinato abbastanza il soldato lo prese per la giacca e lo trascinò a terra, di fronte a sé.
«Sei forse impazzito?» gli disse in un sussurro a un palmo dal viso. «Vuoi farci ammazzare tutti?»
Il sorriso dell’uomo si spense all’istante e una fronte aggrottata comparve al suo posto.
«Rose, forse è meglio che ti sieda anche tu.»
La donna ubbidì senza ribattere, ma non senza lasciarsi sfuggire un sospiro esasperato.
«Ehm, se posso chiedere,» fece l’uomo al soldato abbassando la voce. «Dove ci troviamo con esattezza?» Il sorriso ricomparve sul suo volto, insieme all’aria più innocente che si fosse mai vista.
L’altro dapprima non rispose, credendo fosse uno scherzo di uno dei suoi compagni, ma quel breve momento gli diede il tempo di scrutare meglio l’uomo che aveva davanti.
Non poteva credere ai suoi occhi!
Un malconcio cappello a tesa larga gli ricadeva sul viso scarno e pallido quasi fosse malato, da cui due grandi occhi scuri e luminosi lo scrutavano da una profondità che pareva non avere tempo, seppure l’aspetto era quello di un uomo sulla trentina. Il soldato pensò di essere di fronte a uno di quegli ex ufficiali impazziti, e la sua opinione si rafforzò maggiormente quando gettò lo sguardo sul resto dell’abbigliamento: oltre a un fin troppo normale completo blu, l’uomo indossava due bizzarri stivali da pioggia, gialli!
Fece per dire qualcosa quando l’altro lo anticipò, notando il suo sguardo.
«Sì lo so, hanno qualche centinaio di anni ma servono ancora allo scopo.» Gli strizzò l’occhio con fare complice e la donna, Rose, sbuffò il suo disaccordo.
Anche lei era vestita in modo alquanto bizzarro, con pantaloni attillati e stivali arancioni, in tinta con occhialoni privi di lenti e a forma di stella.
«Avrei preferito un bel rosa shocking,» disse col broncio, «ma lui dice che i pesci preferiscono i colori caldi.»
«I pesci?» chiese il soldato in un soffio.
«Sì, i pesci delle Paludi di Nàrxos,» rispose l’uomo con aria divertita. Poi rivolto alla donna: «Potevi scegliere il rosso!»
«Non era una tonalità di mio gradimento.»
«Bè, allora non c’è bisogno di lamentarsi!»
«Le Paludi di cosa?» Il soldato lo guardò senza capire e l’uomo bizzarro si fece improvvisamente serio.
«Ah già, hai perfettamente ragione. Io e la mia amica qui, Rose, stavamo andando a pescare alle famose Paludi di Nàrxos, sul pianeta Raxamàlos, nel sistema solare Arfalàxis, ma non essendoci qui né pesci, né paludi, nonostante una grande quantità di umidità, è evidente che ci troviamo da qualche altra parte, anche se non so dove. Ah! Deve essere stata quella turbolenza nei pressi di Dàrofix! Che ti dicevo Rose? C’era qualcosa che non mi tornava! Quel movimento di asteroidi avrebbe dovuto mettermi in allarme.»
Tutto questo lo disse senza prendere respiro un solo momento, con una serie di espressioni che andavano dall’eccitazione alla costernazione, per poi passare per il dubbio, la perplessità e infine la sicurezza di avere tutto sotto controllo.
Il soldato si guardò intorno come per cercare il sostegno di un compagno, ma nessuno era abbastanza vicino da aver udito lo scambio concitato, ma sottovoce, appena tenuto tra lui e i due estranei; cercò di convincersi che stesse sognando ma l’uomo bizzarro non gli diede il tempo di pensare.
«A giudicare dall’abbigliamento direi che siamo in mezzo a una battaglia. Ma tutto questo… silenzio?»
«Le prime luci del mattino ci danno un po’ di sollievo dal tumulto.» Il soldato si sorprese di quanto ferma fosse la sua voce, così continuò più sicuro.
«Vi trovate a Beauval, in una delle trincee del fronte di attacco francese. Non ci sono paludi che io conosca da queste parti.»
La donna sgranò gli occhi e si affrettò ad acquattarsi ancora più al suolo, all’improvviso conscia del pericolo tutto intorno a loro. L’uomo sembrò meno colpito e, anzi, si poteva dire che fosse incuriosito.
«Qual è il tuo nome soldato?» chiese serio, dopo un momento di esitazione.
«Ronald. Ronald Tolkien.»
«Ah!» L’uomo sorrise a Rose, che ricambiò con uno sguardo che non dava segni di aver compreso, e si rivolse di nuovo all’altro continuando a sorridere.
«John, Ronald, Reuel Tolkien?»
«Esattamente,» gli rispose il soldato con aria ancora più dubbiosa della donna.
«È un piacere conoscerla sig. Tolkien,» fece l’altro stringendogli con vigore la mano. «Un enorme piacere. Io sono il Dottore.»

«Vediamo se ho capito bene, tu sei un dottore…»
«Non un. IL
«D’accordo, IL Dottore. Ma, il dottore chi
L’uomo sorrise misteriosamente sotto le falde del cappello, ma non proferì parola. Rose, dal canto suo, lo guardò come se potesse comprendere il suo stordimento, ma anche da lei non giunse risposta.
Decise di sorvolare e concentrarsi su altri dettagli.
«Lei suppongo sia la tua assistente…»
«Possiamo definirla così.»
«E stavate andando a pescare ma per errore siete finiti qui, in una trincea, nel bel mezzo di una battaglia?»
«Non avrei potuto riassumerlo meglio.» Il sorriso non lasciava mai il volto dell’uomo, e guardava Ronald con l’aria di chi avesse fatto una scoperta sensazionale: probabilmente era davvero pazzo, non c’era altra spiegazione!
«Non mi è chiaro però cosa vi abbia portato qui.»
Il Dottore aprì bocca per parlare ma uno starnuto glielo impedì, così che Rose ne approfittò per intervenire al posto suo.
«Ecco, vede sig. Tolkien, per farla breve: ci siamo persi.»
«Giustissimo Rose!» Un altro starnuto.
«Allora penso che facciate meglio a ritornare da dove siete venuti, non è un posto in cui valga la pena restare e fra 5 minuti vi assicuro che ve ne accorgerete da soli. Inoltre, il Dottore pare che non stia molto bene.»
«Già,» disse Rose aggrottando la fronte in direzione del compagno, notando il suo disagio soltanto allora. «Che ti è successo?»
«Nah! Niente di serio,» scacciò con la mano il pensiero. «Devono essere stati i giardini della Città di Pietra. Ti ricordi, ci siamo stati qualche mese fa? Mi provocano sempre un fastidioso raffreddore. Un altro paio di mesi e passa tutto!»
Un paio di mesi? Ronald tenne il pensiero per sé, non era sicuro di volere sapere la risposta.
«Allora, Ronald,» disse un minuto più tardi mostrandogli la solita allegria. «Vieni a fare un giro con noi?»
Ronald lo guardò allibito, non sapendo se rispondere a quella che a tutti gli effetti era la provocazione di un matto, ma prima che potesse farlo cominciò a starnutire anche lui.
«Ecco vedi,» continuò il Dottore. «Ti stai ammalando anche tu a stare qui dentro… o qui fuori… hai proprio bisogno di prenderti una pausa da tutto… questo.» E fece un ampio gesto con le mani per sottolineare il suo disappunto.
Era incredibile la quantità di espressioni che il suo viso riusciva a cambiare nel giro di un minuto!
«Non posso lasciare il mio posto così, su due piedi.»
«Oh ma non sarai su due piedi. Abbiamo il T.A.R.D.I.S.!»
«Cosa?»
«Il T…»
«Non fa niente! E comunque non posso andarmene, sarebbe disertare e, per quanto preferisca senza alcun dubbio essere in qualunque altro posto fuorché qui, devo proprio dire di no. Grazie lo stesso.»
A quel punto, attorno al trio, cominciarono a comparire alcune figure che sembravano essersi svegliate dal torpore della notte, e che ora erano molto interessate a ciò che stava accadendo in quel luogo dimenticato da Dio.
Il Dottore si alzò in tutta fretta trascinando con sé Rose, e tese una mano a Ronald.
«Ti posso assicurare che non diserterai. Fidati di me.»
Ronald guardò la mano, senza sapere perché era tuttavia incuriosito, ma non si mosse.
Il Dottore non desistette.
«Non hai mai desiderato viaggiare per mondi che soltanto il limite della tua immaginazione può farti sognare?» disse con solennità.
Ronald pensò soltanto che dovesse essere impazzito anche lui perché non rispose, si limitò invece ad afferrare la mano e seguire il Dottore.
L’uomo si fece strada tra i soldati sparpagliati nella conca, seguito da Rose e infine Ronald, che ancora stringeva il fucile. Alcuni si girarono a osservare lo strano corteo passare chino nel bel mezzo del nulla, ma la maggior parte era indaffarata con quanto la giornata andava promettendo.
La nebbia ancora non aveva accennato a volersi diradare – il che era una buona cosa considerate le circostanze – così Ronald si ritrovò, senza quasi accorgersene, davanti a una strana cabina blu di fronte cui il Dottore stava armeggiando con una chiave.
Ronald si voltò verso i compagni, chiedendosi come mai nessuno avesse battuto ciglio all’improvvisa comparsa di un oggetto di siffatto genere, ma gli uomini sembravano non accorgersi di nulla che non fosse quanto stessero facendo. Il Dottore non si voltò nemmeno per spiegargli quel mistero.
«È una capacità del T.A.R.D.I.S,» disse, «se nessuno sa che c’è, non riesce a notarlo.»
Rimase sulla soglia della porta aperta, facendo cenno a Ronald di entrare, mentre Rose si precipitava dentro di corsa.
«Visto che ci troviamo in Francia,» aggiunse poi, «mi sembra proprio il caso di dirlo: Allons-y!»
Ronald annuì sorridendo e fece un passo all’interno e… rimase senza fiato.
«Ma è…»
«Più grande all’interno,» rispose frettolosamente l’altro. «Altra caratteristica del T.A.R.D.I.S. Allora, dove vogliamo andare?» Si diresse verso il centro dell’enorme stanza e strofinò le mani eccitato, ma Ronald non riusciva a smettere di fissare la vastità di ciò che stava osservando, e la sua stranezza per forma e colore.
«È sempre così la prima volta,» intervenne Rose. «Ci si fa l’abitudine. Allora?»
D’un tratto si rese conto che i suoi due nuovi strani amici lo stavano guardando in attesa, e Ronald finalmente si riprese, chiedendo perplesso: «Possiamo andare ovunque?»
I due si scambiarono un’occhiata carica di significato e il Dottore cominciò a trafficare con una serie di manopole e leve su quella che sembrava una plancia di comando.
«Tenetevi forte. Si parte!»
Uno strano rumore gli arrivò alle orecchie, prima di essere sbattuto a terra da un violento scossone che gli fece battere la testa. Poi, l’oscurità lo avvolse.
Sognò di trovarsi in una caverna umida e fredda, circondata all’esterno da nemici invisibili, solo e senza via d’uscita quando, d’un tratto, un uomo con un buffo cappello e degli stivali gialli giunse a salvarlo insieme alla sua compagna. Erano venuti per portarlo in un posto migliore, accogliente e caldo, e già si stava preparando a pregustare quel momento quando si svegliò.
«Te l’avevo detto di tenerti forte!» La voce fin troppo allegra del Dottore lo riportò alla stravagante realtà, e si chiese se, in effetti, non stesse ancora sognando. Ma quando fece per mettersi seduto, l’improvviso capogiro lo rassicurò della solidità del presente. Si guardò intorno e non vide segni della stanza con i comandi: al suo posto vi era infatti una confortevole camera rotonda, illuminata da un sole mattutino che faceva capolino da ampie finestre senza vetri. Una brezza leggera portava con sé odore di fiori, insieme con un lieve coro di voci musicali nascosto nel sottofondo.
«Dove mi trovo?» chiese ammaliato di fronte a tanta bellezza.
«Sei nella Città di Pietra, sulla luna Miriantide, all’interno di una delle Oasi, una specie di centro benessere. La loro Sinfonia è ottima per riprendersi dopo i brutti colpi in testa, sebbene a me provochi una qualche forma di allergia che mi fa starnutire in continuazione… ma questa è un’altra storia.» E starnutì come a sottolineare la cosa.
In quell’istante Ronald si accorse che la figura accanto al Dottore non era Rose, e quasi svenne di nuovo per lo stupore. Uno strano essere alto e slanciato, dal collo lungo e sottile, lo fissava da dietro due occhi simili a mandorle, ma dal colore così chiaro da sembrare trasparente. Due fessure al centro del viso erano tutto ciò che costituiva il naso, e la bocca era una linea quasi invisibile su una pelle altrettanto incorporea. Le orecchie erano così attaccate alla faccia che potevi vederle soltanto quando la creatura si voltava, ed erano appuntite e lunghe fin oltre la testa. Su questa non v’era traccia di capelli, a meno che la lunga appendice che da essa si dipartiva per dividersi poi in altre più piccole, non ne fosse un segno. Seppur così lontana dall’essere definita bella in termini umani, Ronald la trovò affascinante, e per niente sgradevole da guardare una volta abituati alla sua presenza. Forse il tutto stava nel suo modo di muoversi, con un’infinita leggerezza e grazia che nessun umano avrebbe mai potuto eguagliare.
«Lei è Saba,» disse il Dottore accennando alla creatura. «Una sorta di infermiera, se così vogliamo chiamarla.»
L’essere annuì e la bocca si allungò in quello che a Ronald parve un sorriso, poi lo toccò con dita esili e Ronald sobbalzò.
Piacere di conoscerti.
«Il piacere è mio,» balbettò quando si rese conto che la creatura aveva parlato nella sua mente.
Ronald spostò lo sguardo dalla creatura al Dottore, che sorrideva apertamente come un bambino davanti a un regalo di Natale.
«Come può…?» cominciò perplesso.
«Oh, quello?» disse il Dottore ammaliato. «È una semplice sinapsi tra neuroni: il suo cervello pensa una cosa, la traduce in un segnale elettro-chimico, attraversa la rete neuronale, poi arriva a…»
«O in altri termini è detta telepatia!» riassunse Rose, comparsa in quel momento accanto al Dottore. Non aveva più quei ridicoli occhiali, e al posto dei pantaloni attillati aveva indossato un vestito molto grazioso, del bel verde delle foglie, e decisamente più consono alla sua persona.
In quel momento notò che il Dottore indossava ancora stivali e cappello e, a giudicare dal colore rosso acceso delle sue gote, non doveva stare troppo bene.
Glielo fece notare, ma il Dottore scacciò il problema con un gesto della mano e un forte starnuto.
Il Dottore è di casa qui, gli disse mentalmente Saba. Ma a quanto pare non è lo stesso per lui: si ammala ogni volta che ci viene a trovare.
«Come mai?» chiese Ronald al Dottore. Questi lo guardò senza capire.
Non può sentirmi se non mi collego a lui. La creatura stirò di nuovo quelle specie di labbra nel suo strano sorriso, e allungò le appendici sulla testa a toccare sia Rose che il Dottore.
«Non saprei,» rispose l’uomo subito dopo. «È così da sempre. Ma ho un ottimo rimedio!»
Batté con due dita sul cappello, e solo allora Ronald notò la lunga piuma blu che vi era in qualche modo incastrata.
«Aiuta a scacciare i batteri,» disse ridendo. «Utilizza un campo magn…»
«Che ne dite di fare un giro in città?» lo interruppe nuovamente Rose, e Ronald annuì con vigore mettendosi in piedi prontamente. Il capogiro era finalmente svanito e si sentiva bene come non mai!
Ansioso di sapere tutto su quella città incantata si portò subito accanto a Saba, che apriva la strada muovendosi con grazia infinita, quasi librandosi nell’aria.
«Perché si chiama “Città di Pietra”? E davvero siamo nello spazio? E la tua specie, ha un nome? Da dove venite?»
Saba si voltò verso il Dottore e fece alcuni gesti con le mani.
«Dice che hai troppa fretta,» ridacchiò lui. «Esattamente come me!» Il Dottore rispose alla creatura con un altro gesto misterioso e l’essere proseguì.
«Sono solo curioso,» si difese lui.
«Già, ed è una dote  assolutamente eccezionale! In ogni caso, avrai poche risposte dagli Aari, sono creature molto schive, difficilmente accolgono i forestieri, io sono un’eccezione.»
«E perché mai?»
«Li ho aiutati molto tempo fa a trovare una nuova dimora, e da allora mi concedono di venirli a trovare di tanto in tanto, e di portare con me chiunque io desideri, soprattutto se è malato.»
«Ma io non sono malato!» esclamò Ronald indispettito.
«Sei sicuro? A me non sembrava stessi troppo bene in quella trincea. E comunque, hai preso una forte botta in testa, non poteva che farti bene un viaggio in questi luoghi. O sbaglio?» aggiunse strizzandogli l’occhio. Ronald gli rispose con un sorriso, e stava per tempestarlo con altre domande quando, una volta fuori della stanza, rimase senza parole.
Immensi alberi si innalzavano verso un cielo dell’azzurro più vivo che avesse mai visto; la loro corteccia era di un bianco lucente, come argento illuminato dal sole, e le foglie dello stesso colore erano così grandi da potervi mangiare sopra. Ora capiva perché la città si chiamava a quel modo: ogni cosa, albero, frutto, foglia o fiore, sembrava come scolpita nella roccia pura.
Ma era viva!
Il tronco vibrava sotto le dita tremanti di Ronald, come se un cuore palpitante si celasse al di sotto, ed emanava un tenue tepore. Le fronde che si muovevano al vento lasciavano cadere, di tanto in tanto, una foglia o due al suolo, segno che la primavera, se ne esisteva una in quei luoghi, stava ormai per cessare.
La Sinfonia di cui aveva parlato il Dottore era sempre presente, a tratti più forte, a tratti così lieve da distinguerla appena. Pareva scaturire dalle viscere della terra, dalle pietre che ne formavano il suolo, per poi risalire lungo i tronchi degli alberi, e sfociare in un’unica grande musica dalle loro chiome.
Musica impossibile a descriversi con parole umane.
«Da dove viene questa melodia?» chiese estasiato.
Saba gli si avvicinò a sfiorarlo con esili dita, e all’istante una successione di immagini esplose nella sua mente, così vivide e reali da poterle toccare con mano. Vide la terra sotto di lui muoversi, ogni singolo grano di roccia scontrarsi e allontanarsi da un altro, e a ogni tocco qualcosa emanava: un rumore, un suono. E ogni suono ne incontrava un altro, e un altro ancora, fino a formare, infine, un’armonia continuamente diversa e, pur tuttavia, sempre la stessa.
«È meraviglioso,» fu l’unica cosa che riuscì a dire.
Altri esseri simili a Saba apparvero qua e là, semi-nascosti in quell’intrico di vegetazione rocciosa, e alcuni portavano con sé cibi e bevande in bilico su quelle foglie enormi usate come vassoi. Uno di essi si fermò per offrire loro della frutta: grosse bacche simili a pomodori ma di un colore chiaro, semi-trasparente, che lasciavano intravedere all’interno piccoli semi nerastri. Ronald ne prese uno, titubante, e lo assaggiò. Era succoso, e carnoso, e così dolce da sembrare zucchero puro! Ma non era sgradevole, e sembrò anzi dargli maggiore vigore.
«È buono,» disse invitando gli altri a provarne uno. Rose lo imitò ma il Dottore declinò gentilmente l’offerta.
«No grazie, sono allergico. Solo a guardarli mi viene da starn… etciù!»
Gli altri risero ma il Dottore sembrava inquieto, e non per il raffreddore. Non disse comunque niente, e proseguirono il loro cammino attraverso la città. La maggior parte delle creature che incontrarono durante la giornata era di sesso maschile, e molte erano di una certa età, per cui a Ronald la domanda sorse spontanea.
«Non ci sono bambini in questa città?» chiese preoccupato.
«Era quello che mi domandavo anche io,» rispose il Dottore.
«Non ci avevo fatto caso,» aggiunse Rose guardandosi intorno. «Ma ora che ci penso, quando siamo venuti qui l’ultima volta, mi sembrava che qualcosa mancasse. Come hai fatto a non notarlo, Dottore?»
Lui la guardò stizzito, poi chiese a Saba il perché di quell’assenza.
La creatura fece un ampio gesto con le braccia e poi le incrociò sul cuore, abbassando il capo.
«Che significa?» chiese Ronald aggrottando la fronte.
«Che le cose non vanno per niente bene. Fai strada, Saba, vedrò come posso aiutarvi.»
Ronald e Rose si guardarono senza capire, ma seguirono i due senza fiatare.
Saba si fermò al limitare di un’ampia radura: di fronte a loro una decina di altri suoi simili era seduta in cerchio avvolta in un silenzio surreale.  Ognuno di loro era unito all’altro tramite quelle strane appendici del capo, e gesticolavano con lunghe mani senza mostrare alcun segno di impazienza o irascibilità.
Questo è il Consiglio degli Anziani, disse Saba guardandoli negli occhi. In quel momento le altre creature si accorsero della presenza dei nuovi arrivati, uno di essi si alzò e fece uno strano gesto a Saba, che rispose allo stesso modo e si avvicinò al Consiglio, seguita dagli altri. Si sedette in mezzo a loro e così fecero i suoi compagni. Immediatamente Ronald fu raggiunto da uno di quei tentacoli che si posò dolcemente sul dorso della sua mano; dalla parte opposta Rose gli strinse l’altra come fosse un’ancora di salvataggio. Il Dottore si tolse il cappello e si sedette di fronte a loro, accanto a Saba, in modo da avere dritto di fronte a sé lo sguardo di quello che doveva essere il Capo degli Anziani.
Il popolo degli Aari è felice che tu sia qui Dottore, disse quest’ultimo nelle loro menti.
Un coro di voci silenziose rispose in assenso, e il Dottore si portò due dita prima alla fronte, poi sul cuore.
La tua venuta tra noi non poteva essere più propizia, abbiamo ancora una volta bisogno del tuo aiuto.
«Qual è il problema?» chiese il Dottore aggrottando le sopracciglia.
Il nostro popolo sta morendo, Dottore. I giovani sono ormai cresciuti, e i bambini sono una rarità. Rischiamo di scomparire per sempre da questo mondo e con noi la nostra storia, se non troviamo subito un rimedio.
«La vostra specie sta per estinguersi,» affermò solennemente il Dottore.
Non era una domanda, per cui nessuno rispose. Ronald guardò il Dottore con occhi nuovi: chi poteva mai essere quest’uomo per avere vitale importanza per un intero popolo?
Ci fu un lungo silenzio in cui il Dottore evitò lo sguardo di tutti, perso nei suoi foschi pensieri; infine sospirò con decisione.
«E come pensate che possa aiutarvi?» chiese con voce dura. «Vi ho già detto più volte in passato che nascondersi dal resto dell’universo non avrebbe portato a nulla di buono. Se non comincerete a conoscere il mondo, imparare una nuova vita… legarvi con altre specie, non…»
Noi non ci mischiamo con altre creature inferiori, disse l’Anziano altrettanto duramente. Sai bene a cosa porterebbe.
«Non sono tutte uguali le specie là fuori! Guarda me! Guarda Rose, o Ronald! Loro sono Umani e forse non saranno il massimo e non hanno ancora imparato tutti a vivere in armonia con altre creature, e nemmeno con se stessi, ma c’è molto in loro, più di quanto possano immaginare! E sono solo una delle innumerevoli, infinite specie che popolano tutti gli universi che ho visitato o che mai visiterò. Potreste trovarne una simile a voi!»
Noi non ci mischiamo con altre creature inferiori, ripeté l’Anziano.
«Allora non c’è molto che io possa fare.» Il Dottore si alzò, rompendo il cerchio, e guardò irato i membri del Consiglio. «Mi dispiace,» disse con più calma. «Ma è nella natura delle cose nascere e morire. L’immortalità può sembrarvi un dono prezioso, ma non lo è, credetemi,» aggiunse piano, quasi a se stesso.
«Andiamo,» disse infine ai suoi compagni, e si allontanò senza controllare che lo seguissero.
Rose, perplessa, cominciò a proferire scuse agli Aari, assicurando loro che avrebbe fatto di tutto per aiutarli, ma infine si alzò per seguire il Dottore. Ronald non poté fare diversamente.
Una volta raggiunto, la ragazza cominciò a urlargli contro, dicendogli che era impazzito, che non ci si comportava così e che non era da lui abbandonare qualcuno e che lui, più di tutti, doveva capire come si sentivano ed era suo dovere aiutarli. Il Dottore a quell’affermazione si fermò e si voltò a fronteggiarla, il viso arrossato prima dalla febbre, ora acceso di rabbia.
«Proprio io, tu dici? Io, l’ultimo Signore del Tempo rimasto in vita, che sceglie di abbandonare un popolo al suo destino? Un popolo che io stesso ho aiutato, centinaia di anni fa, a costruirsi la loro prigione di pietra, quando allora rischiavano di morire per colpa di altre specie che volevano sfruttarli, rubare tutto il loro sapere e poi infine ucciderli quando non ne avessero più avuto bisogno?»
«Tu…» balbettò Rose, turbata, «…hai fatto solo quello che pensavi fosse giusto per loro.»
«Già, e a cosa ha portato?»
Rose guardò Ronald come per ricevere aiuto, ma l’uomo non sapeva che dire. Non capiva molto di quello che stavano dicendo, se non che la situazione non era delle migliori, e non soltanto per la sorte degli Aari.
«Non so chi o cosa sia un Signore del Tempo,» intervenne chinando il capo. «Ma ho capito che adesso sei solo, e questo deve essere terribile. Non potrei mai immaginare cosa significhi rimanere l’ultimo della mia specie… Ma se dici di essere la causa della sorte di questo popolo,» aggiunse guardandolo negli occhi. «E ne provi un gran senso di colpa, perché allora non vuoi aiutarli, e aiutare così a redimere te stesso?»
Ronald vide con la coda dell’occhio Rose guardarlo, ma non si voltò a incontrare il suo sguardo, la sua concentrazione volta al solo Dottore.
«Io sono un Signore del Tempo,» rispose amaramente quest’ultimo. «Posso viaggiare nel tempo e nello spazio, aiutare chi è in difficoltà, modificare il corso delle loro storie. Ma ci sono alcune cose che non posso cambiare, per quanto desideri farlo. Non spetta a me decidere chi deve vivere e chi deve morire, posso solo salvare chi vuole essere salvato. Li ho già aiutati a riscrivere il loro destino una volta, e questo li ha portati solo a guadagnare più tempo. Non posso fare di più.»
«Ma allora perché hai detto loro di uscire allo scoperto, dandogli una falsa speranza?»
«Perché sarebbe comunque una speranza.»
Il Dottore puntò i suoi profondi occhi nei suoi, e Ronald da quello sguardo pensò infine di essere giunto a capire quello strano uomo dai modi allegri e tuttavia tristi. Annuì col capo, il Dottore lo guardò ancora per un solo istante e infine si voltò di nuovo, proseguendo lungo il sentiero.
Rose si guardò più volte indietro, ma non c’era alcun segno di Saba o di un suo altro simile. In verità all’improvviso la città sembrò deserta, soltanto la musica, ora profondamente malinconica e cupa, accompagnava i loro passi.
«Qualcuno dovrebbe scrivere la loro storia,» disse Ronald quando fu infine tornato al T.A.R.D.I.S. «Così non scomparirebbero mai davvero del tutto.»
«Potresti farlo tu Ronald.» Il Dottore gli sorrise avviandosi verso i comandi.
«Sì, perché no?» gli fece eco Rose.
Ronald ci pensò su due volte, poi sorrise tra sé e si preparò a partire, questa volta tenendosi ben saldo.
«Eccoti di nuovo al punto di partenza: 28 ottobre 1916! Stesso giorno, stessa ora, nessuna diserzione.»
«È incredibile, nessuno mi crederebbe se lo dicessi!»
Nulla era cambiato da quando era partito quel mattino, eppure era stato via un giorno intero, attraversando spazio e tempo fino ai confini del mondo!
O forse era sempre rimasto lì, e aveva solo viaggiato con la fantasia, chi poteva dirlo?
Eppure il Dottore era davanti a lui, e lo stava fissando dalla vastità di quei profondi occhi scuri, ancora una volta sotto le falde del buffo cappello e la sua magica piuma blu. Sembrava in effetti stare meglio da quando l’aveva con sé, anche se ancora starnutiva, di tanto in tanto.
Nemmeno a pensarlo che il Dottore starnutì, seguito a ruota da Ronald.
«Farai meglio a riguardarti,» disse Rose abbracciandolo, «o ti ammalerai.»
«Almeno non dovrò più rimanere qui,» rispose Ronald ridacchiando.
Il Dottore gli rivolse un’occhiata carica di mistero ma non disse nulla a riguardo.
«È ora di andare,» rispose invece e, mentre faceva per salutare Ronald, questi all’ultimo gli chiese, pensieroso:
«Se dovrò raccontare la loro storia mi serviranno dei nomi. Mi chiedevo… qual è il tuo, Dottore?»
L’altro sorrise, mettendosi le mani in tasca.
«Tanti e nessuno!» rispose misteriosamente.
Ronald rifletté un solo istante, poi disse, allungando una mano:
«Penso che ti chiamerò Tom.»
Il Dottore allungò a sua volta la mano a stringergli la sua.
«Tom? Bè, devo dire che non mi dispiace per niente!» disse sorridendo.

Oxford, 2007

«Ed eccoci qui, in una delle più famose librerie di Oxford: non c’è posto più adatto per trovare un libro del nostro caro Ronald!»
«Sono proprio curiosa di sapere se ha mai scritto quella storia.»
«C’è un solo modo per scoprirlo,» disse il Dottore sorridendo e offrendole il braccio.
Oltrepassarono la soglia e una volta dentro Rose chiese alla commessa se avessero qualcosa scritto dall’amico: la donna la guardò come se stesse scherzando, poi le indicò un angolo del negozio.
Una targhetta al di sopra di un grosso scaffale pieno di libri riportava la dicitura “J.R.R.Tolkien”; il Dottore ne prese uno e lo aprì all’indice.
«Non so se ha mai scritto quella storia, ma questa,» disse indicando un titolo «la scrisse durante quegli anni di guerra.»
«La caduta di Gondolin…» lesse Rose. «Non capisco…»
Il Dottore sospirò spazientito.
«Gondolin,» disse come se stesse tenendo una lezione, «è una città dell’immaginario di Tolkien. Un universo creato dall’autore a partire dal…»
«Sì, d’accordo, ma vai avanti!»
Lui le scoccò un’occhiataccia, si schiarì la gola e proseguì.
«La città viene chiamata “Rocca Nascosta” dagli Elfi, uno dei popoli da lui creati. Ma letteralmente il suo significato viene da gond, “pietra”; e lindë, “canto”. Non so a te,» disse infine riponendo il libro al suo posto, «ma a me suona familiare.»
Le sorrise con aria innocente e fece per andare via, ma Rose fu colpita da un altro libro.
In copertina vi era il disegno di un uomo basso e grassottello, con la barba lunga e le guance rosse. Ma quello che risaltava maggiormente erano i suoi enormi stivali gialli e il cappello malconcio alla cui fascia era legata una lunga piuma blu. Rose guardò il Dottore a bocca aperta, poi di nuovo il libro e sorrise.
Il Dottore si mise gli occhiali per osservare meglio il libro: “Le avventure di Tom Bombadil” diceva il titolo. «Nah, io non ho la barba!» rispose senza troppa convinzione. «E poi sono molto più magro!»
Ma le strizzò l’occhio sorridendo, mentre usciva compiaciuto dalla libreria.

dottore_cover3_x_mio_libro

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1067514

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Categorie: Racconti vari, Writings | Tag: , , , , , , , , , , | 11 commenti

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11 pensieri su “Doctor Who incontra Tolkien – Viaggio alla Città di Pietra

  1. Il Doctah e Tolkien!!!*-*
    Love,love,love! ❤

  2. Nadia Strawberrie

    Veramente splendida, complimenti! Mi piace moltissimo come hai integrato i due universi 🙂
    E poi il Dottore-Tom Bombadil è una genialata pazzesca!

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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