Writings

I miei racconti, speranzosi futuri romanzi, fanfictions e chain novel.

Quella gelida estate

Racconto pubblicato nell’antologia
“365 Racconti d’estate”, Delos Books.

Quasi ora di pranzo e sono ancora a letto, per niente ansiosa di alzarmi. È una domenica come tante: grigia e vuota come quelle passate, che riporta alla mente ricordi infelici non troppo lontani.
Guardo fuori l’inverno farsi strada tra le case e gli alberi, ammantando il mondo di malinconia.
Dipingerebbe un bel quadro, se non portasse con sé foschi pensieri e un gran freddo dentro.
Quand’è stata l’ultima volta che ho ascoltato il suono della primavera, quando si svegliano le fate per danzare con gli insetti? E quando, mi ha toccato l’estate, con la sua stella più grande a mordermi la pelle fino a farla bruciare?
Non ne ho memoria.
Ricordo solo attesa, speranza, un sogno.
La vita come la desideravamo: una casa, un orto, un bosco, e poco oltre il mare.
– Vorrei davvero vederla, quella casa – ti dicevo.
– Ma tu la vedi. Ogni giorno, nei miei sogni, tu sei lì ad aspettarmi.
– Vorrei che non fossero solo sogni.
– Ti ci porterò, quando tutto questo sarà finito.
Ma non è mai finito, e ora mi rimane il ricordo di quella gelida estate al mare, quando mi hai detto addio, non per l’ultima volta. E il mio ritorno a Mosca, nel suo abbraccio afoso, lontano da te. E le innumerevoli notti, e gli sterminati giorni, in quel torrido prolungarsi del tempo che consumava la mia vita, che ne portava un’altra con sé.
Non te lo dissi mai.
Mi sarebbe bastata quell’esistenza a metà, quel sapore dolce-amaro che mi lasciava la tua presenza.
Quel dolore che mi spalancava il cuore quando te ne andavi, e che ci faceva soffrire entrambi mentre sognavamo a occhi aperti, abbracciati negli ultimi istanti, la vita che mai avremmo potuto avere. Inutile la mia scelta di starti vicino, inutile la tua di parlare con lei.
Eppure mi sarebbe bastato.
– A me no – fu l’ultima cosa che mi dicesti.
Un pianto sommesso mi sveglia dall’incubo di quei giorni non troppo lontani; e l’amaro ricordo si placa, ora, nel guardare negli occhi tuo figlio: ultima cosa di te che Dio mi ha donato, unica cosa di noi che mai avrà fine.

AT12_365estate_front_A

Categorie: Racconti vari, Thoughts & Words, Writings | Tag: , , , | 1 commento

Lettera di una ragazza suicida

Quello che segue è per chi cercherà di trovarci un senso, delle giustificazioni, una motivazione.
È per chi si chiederà “com’è possibile? Era una persona così solare.”
Non cercate di capire: non ci riuscirete.
Non fatevene una colpa: non è vostra.
Ognuno di noi vive con i propri pesi, io ho cercato di portare il mio finché ho potuto, ma non è la prima volta che provo questa strada e spero sia l’ultima.
Il sangue sta scorrendo dalla mia arteria aperta, non riesco più a muovere la mano sinistra e fra poco non riuscirò più nemmeno a usare l’altra.
Comincio a vedere annebbiato, le mie percezioni sono alterate ma devo continuare. Ho bisogno di spiegare, per voi, per rendervi il dolore più facile da sopportare.
Mi trovo in un limbo, in uno stato di inquietudine perpetuo.
Attorno a me non ho appigli, solo il perenne vuoto. Non riesco a guardare oltre, il mio cervello si ribella al pensiero di ciò che sarà perché, come può esserci qualcosa se tutto rimane uguale?
Il tempo si muove in modo angosciante, si prende gioco di me e non mi regala niente, solo memorie di giorni sbagliati.
Ruota intorno al mio presente, diventando passato e futuro ma rimanendo fermo sullo stesso punto.
Vedo solo il nulla.
E mi chiedo perché andare avanti: lottare, impegnarsi, soffrire, perdere, cadere per poi, infine, morire?
La vita è questa e io sono stanca di seguirla.
Meglio anticipare l’inevitabile secondo le mie regole, non quelle di una qualche forza superiore con un suo magnifico piano.
Se un dio esiste non mi interessa, non voglio ascoltare ciò che ha da dire, non andremmo comunque d’accordo.
Non vi adirate con nessuno, so a chi state pensando, la colpa è solo mia: non sono mai stata adatta a questo mondo e ora me ne vado con tutta la serenità che non ho mai avuto prima.
Non sento più la mano, le palpebre si fanno pesanti, forse è davvero giunta l’ora.

Categorie: Racconti vari, Thoughts & Words | Tag: , , , , , , , , | 3 commenti

Saucy Albert

Racconto scritto per il concorso natalizio “Flash” promosso dal forum Scrittori per sempre.
Da leggere insieme all’altro “From Hell” per lo stesso concorso.

Incipit:

Albert andò dietro l’albero e vomitò.
Capitava sempre così. Si voltò a guardare i due cadaveri, già pallidi. Gli occhi, vitrei e spalancati, sembravano fissare qualcosa.
Si asciugò la fronte e poi decise di proseguire. C’era altro lavoro da fare.

Con un ultimo, ansante sforzo gettò la restante manciata di terra su quegli sguardi ormai privi di vita, entrambi accusatori senza tuttavia averne diritto. Rabbrividì al ricordo di ciò che erano stati, di quello che avevano fatto, e il senso di panico che lo attraversava a ogni omicidio si placò all’istante, messo a tacere dal pensiero di mostri ben peggiori di lui.
Livellò per bene il terreno con la scarpa aiutandosi con la pala – nemmeno un minuscolo filo d’erba doveva trovarsi nel posto sbagliato – e, quando fu soddisfatto abbastanza, raccolse i suoi attrezzi e si avviò lungo la strada buia che dalla piazza portava nel quartiere probabilmente più malfamato di Londra: Whitechapel.
Si strinse ancora di più nel mantello mentre i ricordi affioravano pian piano nel lungo cammino della sua memoria.
Le uccisioni erano cominciate solo qualche mese prima, il 31 agosto del 1888, in un clima fortemente in contrasto con quello attuale, a soli pochi giorni da Natale. Sarebbe stato un anno diverso, il prossimo, libero degli omicidi più efferati che l’Inghilterra avesse mai visto, o almeno era quello che si augurava.
Una prostituta gli si avvicinò mostrando la sua mercanzia all’aria fredda della notte.
«C’è spazio per due sotto quel mantello?» gli chiese la donna con fare civettuolo, e si avvicinò pericolosamente ad Albert. Lui contemplò le sue curve, il generoso e invitante seno e il calore che prometteva il suo contatto, e pensò che avrebbe potuto concedersi una pausa prima di finire il lavoro.
«Una cosa rapida oggi Rosemary,» le disse mentre si incamminava dietro di lei, «non posso trattenermi a lungo.»
La donna si volto a guardarlo sorridendo, e ammiccò come se avesse scorto ogni segreto in quello sguardo ammantato dal cappuccio.
«Lavori troppo Albert,» disse la donna una volta entrati nella sua piccola casa, mentre lo spogliava dei vestiti logori. «Dovresti concederti una bella vacanza.»
E portare anche te?
Sapeva dove voleva arrivare. Rosemary era la sua preferita, andava sempre da lei, soprattutto dopo un omicidio, quando si sentiva soddisfatto e desideroso di essere ripagato. Non che il suo fosse un atto di generosità nei confronti dell’uomo che liberava il mondo dai criminali, no! Lei non sapeva, così come nessun altro, e richiedeva la sua parcella come qualunque altro commerciante; ma in qualche modo Albert si sentiva ricompensato.
Rosemary non faceva domande, quando si presentava da lei dentro i suoi vestiti sporchi di terra e sangue; non chiedeva che lavoro facesse per intrattenersi sempre fino a tardi in quei luoghi tetri e pericolosi, con una sacca di attrezzi da lavoro e una pala in mano; non aveva nemmeno preteso di conoscere il suo nome la prima volta che l’aveva incontrato. Ma era pur sempre una donna e, come tale, sperava che un uomo troppo a lungo sognato arrivasse, prima o poi, per portarla via dalla sua miseria.
Poteva anche essere la moglie ideale, se solo lui non fosse stato quel che era… e lei una donna di strada.
«Forse in un altro tempo e luogo,» mormorò più a se stesso che alla donna, ma all’altra sembrò una risposta sufficiente e accantonò l’argomento per un’altra occasione, sicura che ci sarebbe stata.
Ma non con me…
Il mondo non sarebbe mai stato libero da assassini, stupratori, ladri, Albert non si faceva illusioni, sarebbe stato un sogno grande quanto quello di Rosemary!
Ma con quella città aveva chiuso: l’incubo peggiore era finito, e molti erano quelli che, in altri luoghi, attendevano che la lama della sua giustizia calasse implacabile su di loro.
«Oggi sei più taciturno del solito. Non ti piace?» Seppure il suo aspetto non fosse propriamente quello di una regina, Rosemary si muoveva con una grazia e sensualità che avrebbero fatto invidia a qualunque nobil donna: impossibile non provarne piacere. Ma Albert amava assaporare le cose in silenzio, godendo di quei momenti come se fossero un incontro con il Creatore stesso.
Fare l’amore lo portava a Dio, così come uccidere.
In risposta la prese con forza e la voltò, affondando le dita ancora sporche di sangue sui fianchi prosperosi. La donna gemette e Albert si chinò su di lei, avvicinando la bocca all’orecchio coperto dagli spledidi capelli rossi.
«Non devi più preoccuparti di nulla, Rosemary,» le sussurrò dolcemente. «Ora sei al sicuro, siete tutte al sicuro.»
La donna, persa nell’estasi della frenesia, non sembrò ascoltarlo; ma poco importava: presto avrebbe compreso, e lui doveva già essere lontano quando ciò sarebbe accaduto.
Avrebbe voluto essere presente quando la polizia avrebbe dichiarato ufficialmente il caso chiuso; guardare in faccia quelle donne, scorgerne il sollievo, quando avrebbero appreso che il loro tormento era finito.
In un altro momento, in un altro luogo, forse qualcuno lo avrebbe definito un eroe, ringraziandolo per i servigi resi alla patria.
Ma non era quello il giorno.
Si alzò e cominciò a rivestirsi, lasciando Rosemary a sonnecchiare sul letto sconcio. Si infilò il mantello, prese il resto delle sue cose e, quando fece per lasciare il denaro sul comodino, la donna gli afferrò il braccio, serrandogli la mano nella morsa delicata della sua.
«Grazie,» gli disse guardandolo negli occhi. Uno sguardo così profondo che non ebbe bisogno di altre spiegazioni: alla fine la donna aveva compreso.
Una lacrima gli scese lungo il viso oscurato dal mantello, ma l’altra non lo seppe mai: in un attimo Albert si voltò e uscì sulla stradina gelida.
La neve aveva ripreso a cadere come in quel pomeriggio, e Albert si sorprese a sorridere tra sé, mentre fiocchi sempre più grandi si posavano sul suo viso.
Forse, dopotutto, poteva davvero concedersi una breve vacanza: avrebbe potuto festeggiare un Natale diverso quest’anno!
Ma prima doveva portare a termine quanto aveva iniziato.
Doveva recarsi in casa dei due assassini ed eliminare le tracce che li avrebbero portati alla polizia, di cui si erano fatti beffa depistandoli con un falso nome. Potevano avere raggirato Scotland Yard, e l’intera Londra, con quelle lettere firmate da una sola mano…
…ma non sono riusciti a ingannare me…
La coppia viveva non molto lontana dalla piazza, aveva infatti scorto più volte la donna alla finestra guardare il grande albero sotto il quale adesso giaceva, insieme a suo marito.
Non ci sarebbe voluto molto e, una volta terminato il lavoro, avrebbe finalmente potuto godersi quel meritato riposo, consapevole di avere cancellato per sempre dalla storia della sua amata Inghilterra, la leggenda di Jack lo squartatore.

Categorie: Racconti vari, Writings | Tag: , , , , , | Lascia un commento

From Hell

Racconto scritto per il concorso natalizio “Flash” promosso dal forum Scrittori per sempre.
Da leggere insieme all’altro “Saucy Albert” per lo stesso concorso.

Incipit:

Il fioccare della neve divenne turbine quasi all’improvviso. Il grande albero al centro della piazza spariva alla vista, e qua e là si intravedevano solo i piccoli flash delle lucine di Natale.
Mentre rabbrividiva, Marta decise che quello sarebbe stato davvero un Natale diverso.

Sì, perché cominciava ad essere stanca del suo lavoro: l’appagamento che aveva provato all’inizio, quando tutto era ancora nuovo e eccitante, ora cominciava a logorarle la mente.
Non perché provasse odio per quel che faceva, o perché lo trovasse ingiusto o poco morale, semplicemente si annoiava.
Succedeva spesso. A lei piaceva cambiare: città, lavoro, hobbies, ogni cosa finiva sempre per diventare abitudinaria e ripetitiva, e lei odiava la monotonia, soprattutto quando cominciava a farti correre rischi.
Distolse lo sguardo dalla finestra, consapevole di avere perso già troppo tempo, e si rimise a lavoro: voleva cucinare una torta per celebrare la decisione che aveva preso, e suo marito sarebbe arrivato da lì a poco, doveva sbrigarsi.
«Quando si devono comunicare notizie importanti,» disse tra sé mentre preparava l’impasto, «è meglio farlo davanti a un pranzo degno di un re!»
Lui non era certamente un re, ma era senza alcun dubbio un uomo di un certo prestigio, un medico noto e stimato da tutta la Londra che contava, e si meritava tutte le attenzioni che una moglie potesse dargli.
La chiave girò nella toppa e suo marito apparve nella sala da pranzo, il soprabito completamente inzuppato di neve.
«Hai finito presto oggi tesoro,» esclamò Marta senza nascondere la sua sorpresa. «Ti aspettavo per l’ora di cena e non ho ancora finito di preparare la torta.»
«Lascia stare la torta Marta, stasera ho una faccenda da sbrigare.» Il tono in cui lo disse non ammetteva repliche, ma la donna sapeva quale compito doveva portare a termine e non intendeva lasciarglielo fare, non quella sera almeno.
«Avevo proprio intenzione di parlare di questo, a cena» ribatté lei ancor più decisa. «Non sarà necessario che tu vada da nessuna parte questa sera.»
L’uomo la guardò di traverso, con quello sguardo che probabilmente riservava a quelle donne che passavano sotto i suoi ferri, ma non ne fu intimorita.
Non lo era mai.
«Vado a prenderti qualcosa di caldo,» gli disse tuttavia in tono più dolce, «tu mettiti pure comodo.» Gli sorrise e si avviò verso la cucina mentre l’uomo faceva esattamente come gli aveva detto.
La donna tornò con quanto aveva promesso e si inginocchiò di fronte al marito: gli tolse le scarpe, gli massaggiò i piedi, e continuò a sorridere, ma non proferì parola.
«Allora,» fece lui spazientito, «cos’hai da dirmi di tanto importante da non potere aspettare?»
Marta si alzò in risposta, andò in cucina e cominciò ad apparecchiare la tavola come se niente fosse. Aveva pensato a quel momento da giorni, ma soltanto quel pomeriggio – quando la neve aveva reso l’atmosfera davvero natalizia – la sua idea aveva preso la forma ultima.
E adesso non voleva certo rovinare quel momento lasciandosi andare alla fretta e l’impazienza!
Quando ebbe finito di portare in tavola la cena si concesse di parlare.
«Ho pensato a lungo,» esordì di punto in bianco. Attese di avere l’attenzione del marito prima di continuare:
«Penso che dovremo trasferirci caro,» disse in tono piatto senza guardarlo in volto.
«Come sarebbe a dire trasferirci?»
Marta continuò a tenere lo sguardo fisso sulla carne che stava tagliando, il sorriso ancora impresso sul viso.
«Sta diventando troppo rischioso restare qui, quell’uomo sa qualcosa, lo sento.»
«Nessuno sa un bel nulla,» grugnì in risposta l’altro. «Nemmeno la polizia è riuscita a cavare un ragno dal buco, dubito che quell’uomo possa anche solo sospettare di noi!»
Marta si fermò, di colpo il sorriso svanito, e puntò il suo sguardo su di lui.
«Ti dico che è così. L’ho visto aggirarsi intorno a questa casa troppo spesso, e sempre con quella strana sacca e una pala in mano. E quella donna, quella non troppo bella ma dai splendidi capelli fulvi, è sempre in sua compagnia ultimamente. Fidati. Lui sa, e forse anche lei!»
«Un motivo in più per non smettere. Se, come dici, sospettano qualcosa, allora faremo un’eccezione alla regola stavolta: porteremo all’inferno anche lui insieme alla puttana!»
La donna ci pensò su un momento: l’idea non le sembrava sbagliata, tuttavia non era del tutto ancora convinta.
Il marito sembrò intuire i suoi pensieri perché le si avvicinò e le sorrise.
«Non preoccuparti,» disse confortandola. «Andrà tutto bene, anche questa volta. Sarà l’ultima, lo prometto, e poi potremo andarcene per ricominciare da qualche altra parte, magari in un posto caldo, cosa ne dici?»
Marta ripensò alle donne che grazie alla loro benevolenza avevano tolto dalle strade: Mary Ann, Annie, Elisabeth, Catherine, Mary Jane…
E si rasserenò.
Suo marito aveva ragione, con quell’uomo nei paraggi rischiavano molto di più che con la polizia. Neppure le lettere erano servite a smuovere quel branco di pecore che diceva di proteggere il popolo! Nessuno di loro infatti li aveva protetti dallo squallore che insozzava le strade di Whitechapel, e nessuno lo avrebbe mai fatto!
Soltanto lei, Marta, con la sua mente brillante, e suo marito, l’arma perfetta, erano riusciti a fare qualcosa.
«D’accordo,» convenne lei infine. «Ma dopo mi porti in vacanza!»
L’uomo rise, e la baciò sulla fronte, e Marta si unì alla sua risata forte e rassicurante.
«Allora,» chiese lui dopo un momento. «Dov’è questa torta?»

Quando uscirono di casa, a notte fonda, la neve aveva smesso di cadere e le strade, deserte e imbiancate, sembravano una deliziosa cartolina postale, non fosse stato per il paesaggio che ritraevano: Whitechapel non era infatti un quartiere elegante, e le sue vie, già di per sé prive di alcuna attrattiva, erano rese ancora più squallide dall’andare e venire delle prostitute e dei loro clienti.
Il mondo ricorderà il nostro lavoro per sempre, pensò Marta amaramente, sapendo che in realtà, di lei, non avrebbe saputo mai nessuno.
Ma era così che doveva andare, come in ogni vicenda: era agli uomini che Dio aveva riservato la gloria, mentre le mogli erano condannate a vivere alle loro spalle, per sempre dimenticate nelle storie del mondo.
Suo marito si fermò di colpo, e Marta lo sentì irrigidirsi sotto il mantello: qualcosa lo aveva messo in allarme. Nonostante la neve, non si riusciva a scorgere granché in quell’intrico di viuzze quasi tutte prive di luce, e Marta dovette sforzare gli occhi per mettere finalmente a fuoco la figura ammantata di fronte a loro, ferma a qualche decina di passi.
«Resta qui,» le sussurrò suo marito, e mentre muoveva un passo verso l’uomo nel vicolo – perché non c’era alcun dubbio che fosse un uomo – estrasse la lama con la quale mieteva le sue vittime.
L’altro si avvicinò a sua volta, per niente impressionato, e Marta vide che aveva una sacca in una mano e una pala nell’altra, ma nessuna arma.
Uno stolto allora.
Ma quando fu a pochi passi da suo marito, l’uomo gettò a terra sacca e pala e, in un lampo, lanciò un coltello che andò a conficcarsi nella gola del suo amato che si accasciò al suolo senza emettere alcun suono.
Marta gemette e fece per scappare, ma l’uomo non ebbe pietà di lei: in pochi passi coprì la distanza che li separava, la afferrò al collo e coprì il suo urlo con la mano guantata.
«Non puoi scappare questa volta,» le sussurrò l’uomo all’orecchio, «e in queste strade chiamare aiuto non ti servirà. Ma questo lo sai già…»
Marta annuì con la testa e l’uomo la fece voltare, e quando lo sguardo le cadde sul corpo inerte del suo Jack, a pochi metri da lei, cominciò a singhiozzare.
Ma non si azzardò a gridare: come lei stessa e suo marito avevano già assodato, in quelle stradine a nulla valeva chiamare aiuto.
Il suo sguardo vagò oltre e, con suo sommo stupore, si accorse che riusciva a scorgere la folta chioma del grande albero della piazza; non erano poi andati così lontani da casa: un pensiero che in qualche modo la confortò.
Sentì la fredda lama morderle il collo, e mentre crollava a terra, esanime, Marta capì che infine, quello sarebbe stato davvero un Natale diverso.

 

Categorie: Racconti vari, Writings | Tag: , , , , | 1 commento

Doctor Who incontra Tolkien – Viaggio alla Città di Pietra

Racconto che farà parte dell’antologia dedicata alla famosa serie televisa “Doctor Who”,
promosso dal sito Sadastor Edizioni per il contest letterario “Ma il Dottore si ammalò”.
Il Dottore in questione, da me scelto, è il decimo, interpretato da David Tennant.

28 ottobre 1916, Beauval, Francia

«Cos’è tutta questa nebbia? Sicuro che siamo finiti nel posto giusto questa volta?»
«Rose, Rose,» rispose un uomo alto e magro, di bell’aspetto, «siamo all’interno delle paludi di Nàrxos, cosa ti aspettavi?»
«Silenzio voi due!» Un soldato, accucciato a soli pochi passi dall’uomo, lo ammonì senza alzare lo sguardo su di lui: tutta la sua concentrazione volta a un punto da qualche parte nella nebbia.
«Ah! Qualcun altro ha avuto la nostra stessa idea, Rose!» L’uomo avanzò verso di lui con passo sicuro, un ampio sorriso a illuminargli il volto, e quando gli si fu avvicinato abbastanza il soldato lo prese per la giacca e lo trascinò a terra, di fronte a sé.
«Sei forse impazzito?» gli disse in un sussurro a un palmo dal viso. «Vuoi farci ammazzare tutti?»
Il sorriso dell’uomo si spense all’istante e una fronte aggrottata comparve al suo posto.
«Rose, forse è meglio che ti sieda anche tu.»
La donna ubbidì senza ribattere, ma non senza lasciarsi sfuggire un sospiro esasperato.
«Ehm, se posso chiedere,» fece l’uomo al soldato abbassando la voce. «Dove ci troviamo con esattezza?» Il sorriso ricomparve sul suo volto, insieme all’aria più innocente che si fosse mai vista.
L’altro dapprima non rispose, credendo fosse uno scherzo di uno dei suoi compagni, ma quel breve momento gli diede il tempo di scrutare meglio l’uomo che aveva davanti.
Non poteva credere ai suoi occhi!
Un malconcio cappello a tesa larga gli ricadeva sul viso scarno e pallido quasi fosse malato, da cui due grandi occhi scuri e luminosi lo scrutavano da una profondità che pareva non avere tempo, seppure l’aspetto era quello di un uomo sulla trentina. Il soldato pensò di essere di fronte a uno di quegli ex ufficiali impazziti, e la sua opinione si rafforzò maggiormente quando gettò lo sguardo sul resto dell’abbigliamento: oltre a un fin troppo normale completo blu, l’uomo indossava due bizzarri stivali da pioggia, gialli!
Fece per dire qualcosa quando l’altro lo anticipò, notando il suo sguardo.
«Sì lo so, hanno qualche centinaio di anni ma servono ancora allo scopo.» Gli strizzò l’occhio con fare complice e la donna, Rose, sbuffò il suo disaccordo.
Anche lei era vestita in modo alquanto bizzarro, con pantaloni attillati e stivali arancioni, in tinta con occhialoni privi di lenti e a forma di stella.
«Avrei preferito un bel rosa shocking,» disse col broncio, «ma lui dice che i pesci preferiscono i colori caldi.»
«I pesci?» chiese il soldato in un soffio.
«Sì, i pesci delle Paludi di Nàrxos,» rispose l’uomo con aria divertita. Poi rivolto alla donna: «Potevi scegliere il rosso!»
«Non era una tonalità di mio gradimento.»
«Bè, allora non c’è bisogno di lamentarsi!»
«Le Paludi di cosa?» Il soldato lo guardò senza capire e l’uomo bizzarro si fece improvvisamente serio.
«Ah già, hai perfettamente ragione. Io e la mia amica qui, Rose, stavamo andando a pescare alle famose Paludi di Nàrxos, sul pianeta Raxamàlos, nel sistema solare Arfalàxis, ma non essendoci qui né pesci, né paludi, nonostante una grande quantità di umidità, è evidente che ci troviamo da qualche altra parte, anche se non so dove. Ah! Deve essere stata quella turbolenza nei pressi di Dàrofix! Che ti dicevo Rose? C’era qualcosa che non mi tornava! Quel movimento di asteroidi avrebbe dovuto mettermi in allarme.»
Tutto questo lo disse senza prendere respiro un solo momento, con una serie di espressioni che andavano dall’eccitazione alla costernazione, per poi passare per il dubbio, la perplessità e infine la sicurezza di avere tutto sotto controllo.
Il soldato si guardò intorno come per cercare il sostegno di un compagno, ma nessuno era abbastanza vicino da aver udito lo scambio concitato, ma sottovoce, appena tenuto tra lui e i due estranei; cercò di convincersi che stesse sognando ma l’uomo bizzarro non gli diede il tempo di pensare.
«A giudicare dall’abbigliamento direi che siamo in mezzo a una battaglia. Ma tutto questo… silenzio?»
«Le prime luci del mattino ci danno un po’ di sollievo dal tumulto.» Il soldato si sorprese di quanto ferma fosse la sua voce, così continuò più sicuro.
«Vi trovate a Beauval, in una delle trincee del fronte di attacco francese. Non ci sono paludi che io conosca da queste parti.»
La donna sgranò gli occhi e si affrettò ad acquattarsi ancora più al suolo, all’improvviso conscia del pericolo tutto intorno a loro. L’uomo sembrò meno colpito e, anzi, si poteva dire che fosse incuriosito.
«Qual è il tuo nome soldato?» chiese serio, dopo un momento di esitazione.
«Ronald. Ronald Tolkien.»
«Ah!» L’uomo sorrise a Rose, che ricambiò con uno sguardo che non dava segni di aver compreso, e si rivolse di nuovo all’altro continuando a sorridere.
«John, Ronald, Reuel Tolkien?»
«Esattamente,» gli rispose il soldato con aria ancora più dubbiosa della donna.
«È un piacere conoscerla sig. Tolkien,» fece l’altro stringendogli con vigore la mano. «Un enorme piacere. Io sono il Dottore.»

«Vediamo se ho capito bene, tu sei un dottore…»
«Non un. IL
«D’accordo, IL Dottore. Ma, il dottore chi
L’uomo sorrise misteriosamente sotto le falde del cappello, ma non proferì parola. Rose, dal canto suo, lo guardò come se potesse comprendere il suo stordimento, ma anche da lei non giunse risposta.
Decise di sorvolare e concentrarsi su altri dettagli.
«Lei suppongo sia la tua assistente…»
«Possiamo definirla così.»
«E stavate andando a pescare ma per errore siete finiti qui, in una trincea, nel bel mezzo di una battaglia?»
«Non avrei potuto riassumerlo meglio.» Il sorriso non lasciava mai il volto dell’uomo, e guardava Ronald con l’aria di chi avesse fatto una scoperta sensazionale: probabilmente era davvero pazzo, non c’era altra spiegazione!
«Non mi è chiaro però cosa vi abbia portato qui.»
Il Dottore aprì bocca per parlare ma uno starnuto glielo impedì, così che Rose ne approfittò per intervenire al posto suo.
«Ecco, vede sig. Tolkien, per farla breve: ci siamo persi.»
«Giustissimo Rose!» Un altro starnuto.
«Allora penso che facciate meglio a ritornare da dove siete venuti, non è un posto in cui valga la pena restare e fra 5 minuti vi assicuro che ve ne accorgerete da soli. Inoltre, il Dottore pare che non stia molto bene.»
«Già,» disse Rose aggrottando la fronte in direzione del compagno, notando il suo disagio soltanto allora. «Che ti è successo?»
«Nah! Niente di serio,» scacciò con la mano il pensiero. «Devono essere stati i giardini della Città di Pietra. Ti ricordi, ci siamo stati qualche mese fa? Mi provocano sempre un fastidioso raffreddore. Un altro paio di mesi e passa tutto!»
Un paio di mesi? Ronald tenne il pensiero per sé, non era sicuro di volere sapere la risposta.
«Allora, Ronald,» disse un minuto più tardi mostrandogli la solita allegria. «Vieni a fare un giro con noi?»
Ronald lo guardò allibito, non sapendo se rispondere a quella che a tutti gli effetti era la provocazione di un matto, ma prima che potesse farlo cominciò a starnutire anche lui.
«Ecco vedi,» continuò il Dottore. «Ti stai ammalando anche tu a stare qui dentro… o qui fuori… hai proprio bisogno di prenderti una pausa da tutto… questo.» E fece un ampio gesto con le mani per sottolineare il suo disappunto.
Era incredibile la quantità di espressioni che il suo viso riusciva a cambiare nel giro di un minuto!
«Non posso lasciare il mio posto così, su due piedi.»
«Oh ma non sarai su due piedi. Abbiamo il T.A.R.D.I.S.!»
«Cosa?»
«Il T…»
«Non fa niente! E comunque non posso andarmene, sarebbe disertare e, per quanto preferisca senza alcun dubbio essere in qualunque altro posto fuorché qui, devo proprio dire di no. Grazie lo stesso.»
A quel punto, attorno al trio, cominciarono a comparire alcune figure che sembravano essersi svegliate dal torpore della notte, e che ora erano molto interessate a ciò che stava accadendo in quel luogo dimenticato da Dio.
Il Dottore si alzò in tutta fretta trascinando con sé Rose, e tese una mano a Ronald.
«Ti posso assicurare che non diserterai. Fidati di me.»
Ronald guardò la mano, senza sapere perché era tuttavia incuriosito, ma non si mosse.
Il Dottore non desistette.
«Non hai mai desiderato viaggiare per mondi che soltanto il limite della tua immaginazione può farti sognare?» disse con solennità.
Ronald pensò soltanto che dovesse essere impazzito anche lui perché non rispose, si limitò invece ad afferrare la mano e seguire il Dottore.
L’uomo si fece strada tra i soldati sparpagliati nella conca, seguito da Rose e infine Ronald, che ancora stringeva il fucile. Alcuni si girarono a osservare lo strano corteo passare chino nel bel mezzo del nulla, ma la maggior parte era indaffarata con quanto la giornata andava promettendo.
La nebbia ancora non aveva accennato a volersi diradare – il che era una buona cosa considerate le circostanze – così Ronald si ritrovò, senza quasi accorgersene, davanti a una strana cabina blu di fronte cui il Dottore stava armeggiando con una chiave.
Ronald si voltò verso i compagni, chiedendosi come mai nessuno avesse battuto ciglio all’improvvisa comparsa di un oggetto di siffatto genere, ma gli uomini sembravano non accorgersi di nulla che non fosse quanto stessero facendo. Il Dottore non si voltò nemmeno per spiegargli quel mistero.
«È una capacità del T.A.R.D.I.S,» disse, «se nessuno sa che c’è, non riesce a notarlo.»
Rimase sulla soglia della porta aperta, facendo cenno a Ronald di entrare, mentre Rose si precipitava dentro di corsa.
«Visto che ci troviamo in Francia,» aggiunse poi, «mi sembra proprio il caso di dirlo: Allons-y!»
Ronald annuì sorridendo e fece un passo all’interno e… rimase senza fiato.
«Ma è…»
«Più grande all’interno,» rispose frettolosamente l’altro. «Altra caratteristica del T.A.R.D.I.S. Allora, dove vogliamo andare?» Si diresse verso il centro dell’enorme stanza e strofinò le mani eccitato, ma Ronald non riusciva a smettere di fissare la vastità di ciò che stava osservando, e la sua stranezza per forma e colore.
«È sempre così la prima volta,» intervenne Rose. «Ci si fa l’abitudine. Allora?»
D’un tratto si rese conto che i suoi due nuovi strani amici lo stavano guardando in attesa, e Ronald finalmente si riprese, chiedendo perplesso: «Possiamo andare ovunque?»
I due si scambiarono un’occhiata carica di significato e il Dottore cominciò a trafficare con una serie di manopole e leve su quella che sembrava una plancia di comando.
«Tenetevi forte. Si parte!»
Uno strano rumore gli arrivò alle orecchie, prima di essere sbattuto a terra da un violento scossone che gli fece battere la testa. Poi, l’oscurità lo avvolse.
Sognò di trovarsi in una caverna umida e fredda, circondata all’esterno da nemici invisibili, solo e senza via d’uscita quando, d’un tratto, un uomo con un buffo cappello e degli stivali gialli giunse a salvarlo insieme alla sua compagna. Erano venuti per portarlo in un posto migliore, accogliente e caldo, e già si stava preparando a pregustare quel momento quando si svegliò.
«Te l’avevo detto di tenerti forte!» La voce fin troppo allegra del Dottore lo riportò alla stravagante realtà, e si chiese se, in effetti, non stesse ancora sognando. Ma quando fece per mettersi seduto, l’improvviso capogiro lo rassicurò della solidità del presente. Si guardò intorno e non vide segni della stanza con i comandi: al suo posto vi era infatti una confortevole camera rotonda, illuminata da un sole mattutino che faceva capolino da ampie finestre senza vetri. Una brezza leggera portava con sé odore di fiori, insieme con un lieve coro di voci musicali nascosto nel sottofondo.
«Dove mi trovo?» chiese ammaliato di fronte a tanta bellezza.
«Sei nella Città di Pietra, sulla luna Miriantide, all’interno di una delle Oasi, una specie di centro benessere. La loro Sinfonia è ottima per riprendersi dopo i brutti colpi in testa, sebbene a me provochi una qualche forma di allergia che mi fa starnutire in continuazione… ma questa è un’altra storia.» E starnutì come a sottolineare la cosa.
In quell’istante Ronald si accorse che la figura accanto al Dottore non era Rose, e quasi svenne di nuovo per lo stupore. Uno strano essere alto e slanciato, dal collo lungo e sottile, lo fissava da dietro due occhi simili a mandorle, ma dal colore così chiaro da sembrare trasparente. Due fessure al centro del viso erano tutto ciò che costituiva il naso, e la bocca era una linea quasi invisibile su una pelle altrettanto incorporea. Le orecchie erano così attaccate alla faccia che potevi vederle soltanto quando la creatura si voltava, ed erano appuntite e lunghe fin oltre la testa. Su questa non v’era traccia di capelli, a meno che la lunga appendice che da essa si dipartiva per dividersi poi in altre più piccole, non ne fosse un segno. Seppur così lontana dall’essere definita bella in termini umani, Ronald la trovò affascinante, e per niente sgradevole da guardare una volta abituati alla sua presenza. Forse il tutto stava nel suo modo di muoversi, con un’infinita leggerezza e grazia che nessun umano avrebbe mai potuto eguagliare.
«Lei è Saba,» disse il Dottore accennando alla creatura. «Una sorta di infermiera, se così vogliamo chiamarla.»
L’essere annuì e la bocca si allungò in quello che a Ronald parve un sorriso, poi lo toccò con dita esili e Ronald sobbalzò.
Piacere di conoscerti.
«Il piacere è mio,» balbettò quando si rese conto che la creatura aveva parlato nella sua mente.
Ronald spostò lo sguardo dalla creatura al Dottore, che sorrideva apertamente come un bambino davanti a un regalo di Natale.
«Come può…?» cominciò perplesso.
«Oh, quello?» disse il Dottore ammaliato. «È una semplice sinapsi tra neuroni: il suo cervello pensa una cosa, la traduce in un segnale elettro-chimico, attraversa la rete neuronale, poi arriva a…»
«O in altri termini è detta telepatia!» riassunse Rose, comparsa in quel momento accanto al Dottore. Non aveva più quei ridicoli occhiali, e al posto dei pantaloni attillati aveva indossato un vestito molto grazioso, del bel verde delle foglie, e decisamente più consono alla sua persona.
In quel momento notò che il Dottore indossava ancora stivali e cappello e, a giudicare dal colore rosso acceso delle sue gote, non doveva stare troppo bene.
Glielo fece notare, ma il Dottore scacciò il problema con un gesto della mano e un forte starnuto.
Il Dottore è di casa qui, gli disse mentalmente Saba. Ma a quanto pare non è lo stesso per lui: si ammala ogni volta che ci viene a trovare.
«Come mai?» chiese Ronald al Dottore. Questi lo guardò senza capire.
Non può sentirmi se non mi collego a lui. La creatura stirò di nuovo quelle specie di labbra nel suo strano sorriso, e allungò le appendici sulla testa a toccare sia Rose che il Dottore.
«Non saprei,» rispose l’uomo subito dopo. «È così da sempre. Ma ho un ottimo rimedio!»
Batté con due dita sul cappello, e solo allora Ronald notò la lunga piuma blu che vi era in qualche modo incastrata.
«Aiuta a scacciare i batteri,» disse ridendo. «Utilizza un campo magn…»
«Che ne dite di fare un giro in città?» lo interruppe nuovamente Rose, e Ronald annuì con vigore mettendosi in piedi prontamente. Il capogiro era finalmente svanito e si sentiva bene come non mai!
Ansioso di sapere tutto su quella città incantata si portò subito accanto a Saba, che apriva la strada muovendosi con grazia infinita, quasi librandosi nell’aria.
«Perché si chiama “Città di Pietra”? E davvero siamo nello spazio? E la tua specie, ha un nome? Da dove venite?»
Saba si voltò verso il Dottore e fece alcuni gesti con le mani.
«Dice che hai troppa fretta,» ridacchiò lui. «Esattamente come me!» Il Dottore rispose alla creatura con un altro gesto misterioso e l’essere proseguì.
«Sono solo curioso,» si difese lui.
«Già, ed è una dote  assolutamente eccezionale! In ogni caso, avrai poche risposte dagli Aari, sono creature molto schive, difficilmente accolgono i forestieri, io sono un’eccezione.»
«E perché mai?»
«Li ho aiutati molto tempo fa a trovare una nuova dimora, e da allora mi concedono di venirli a trovare di tanto in tanto, e di portare con me chiunque io desideri, soprattutto se è malato.»
«Ma io non sono malato!» esclamò Ronald indispettito.
«Sei sicuro? A me non sembrava stessi troppo bene in quella trincea. E comunque, hai preso una forte botta in testa, non poteva che farti bene un viaggio in questi luoghi. O sbaglio?» aggiunse strizzandogli l’occhio. Ronald gli rispose con un sorriso, e stava per tempestarlo con altre domande quando, una volta fuori della stanza, rimase senza parole.
Immensi alberi si innalzavano verso un cielo dell’azzurro più vivo che avesse mai visto; la loro corteccia era di un bianco lucente, come argento illuminato dal sole, e le foglie dello stesso colore erano così grandi da potervi mangiare sopra. Ora capiva perché la città si chiamava a quel modo: ogni cosa, albero, frutto, foglia o fiore, sembrava come scolpita nella roccia pura.
Ma era viva!
Il tronco vibrava sotto le dita tremanti di Ronald, come se un cuore palpitante si celasse al di sotto, ed emanava un tenue tepore. Le fronde che si muovevano al vento lasciavano cadere, di tanto in tanto, una foglia o due al suolo, segno che la primavera, se ne esisteva una in quei luoghi, stava ormai per cessare.
La Sinfonia di cui aveva parlato il Dottore era sempre presente, a tratti più forte, a tratti così lieve da distinguerla appena. Pareva scaturire dalle viscere della terra, dalle pietre che ne formavano il suolo, per poi risalire lungo i tronchi degli alberi, e sfociare in un’unica grande musica dalle loro chiome.
Musica impossibile a descriversi con parole umane.
«Da dove viene questa melodia?» chiese estasiato.
Saba gli si avvicinò a sfiorarlo con esili dita, e all’istante una successione di immagini esplose nella sua mente, così vivide e reali da poterle toccare con mano. Vide la terra sotto di lui muoversi, ogni singolo grano di roccia scontrarsi e allontanarsi da un altro, e a ogni tocco qualcosa emanava: un rumore, un suono. E ogni suono ne incontrava un altro, e un altro ancora, fino a formare, infine, un’armonia continuamente diversa e, pur tuttavia, sempre la stessa.
«È meraviglioso,» fu l’unica cosa che riuscì a dire.
Altri esseri simili a Saba apparvero qua e là, semi-nascosti in quell’intrico di vegetazione rocciosa, e alcuni portavano con sé cibi e bevande in bilico su quelle foglie enormi usate come vassoi. Uno di essi si fermò per offrire loro della frutta: grosse bacche simili a pomodori ma di un colore chiaro, semi-trasparente, che lasciavano intravedere all’interno piccoli semi nerastri. Ronald ne prese uno, titubante, e lo assaggiò. Era succoso, e carnoso, e così dolce da sembrare zucchero puro! Ma non era sgradevole, e sembrò anzi dargli maggiore vigore.
«È buono,» disse invitando gli altri a provarne uno. Rose lo imitò ma il Dottore declinò gentilmente l’offerta.
«No grazie, sono allergico. Solo a guardarli mi viene da starn… etciù!»
Gli altri risero ma il Dottore sembrava inquieto, e non per il raffreddore. Non disse comunque niente, e proseguirono il loro cammino attraverso la città. La maggior parte delle creature che incontrarono durante la giornata era di sesso maschile, e molte erano di una certa età, per cui a Ronald la domanda sorse spontanea.
«Non ci sono bambini in questa città?» chiese preoccupato.
«Era quello che mi domandavo anche io,» rispose il Dottore.
«Non ci avevo fatto caso,» aggiunse Rose guardandosi intorno. «Ma ora che ci penso, quando siamo venuti qui l’ultima volta, mi sembrava che qualcosa mancasse. Come hai fatto a non notarlo, Dottore?»
Lui la guardò stizzito, poi chiese a Saba il perché di quell’assenza.
La creatura fece un ampio gesto con le braccia e poi le incrociò sul cuore, abbassando il capo.
«Che significa?» chiese Ronald aggrottando la fronte.
«Che le cose non vanno per niente bene. Fai strada, Saba, vedrò come posso aiutarvi.»
Ronald e Rose si guardarono senza capire, ma seguirono i due senza fiatare.
Saba si fermò al limitare di un’ampia radura: di fronte a loro una decina di altri suoi simili era seduta in cerchio avvolta in un silenzio surreale.  Ognuno di loro era unito all’altro tramite quelle strane appendici del capo, e gesticolavano con lunghe mani senza mostrare alcun segno di impazienza o irascibilità.
Questo è il Consiglio degli Anziani, disse Saba guardandoli negli occhi. In quel momento le altre creature si accorsero della presenza dei nuovi arrivati, uno di essi si alzò e fece uno strano gesto a Saba, che rispose allo stesso modo e si avvicinò al Consiglio, seguita dagli altri. Si sedette in mezzo a loro e così fecero i suoi compagni. Immediatamente Ronald fu raggiunto da uno di quei tentacoli che si posò dolcemente sul dorso della sua mano; dalla parte opposta Rose gli strinse l’altra come fosse un’ancora di salvataggio. Il Dottore si tolse il cappello e si sedette di fronte a loro, accanto a Saba, in modo da avere dritto di fronte a sé lo sguardo di quello che doveva essere il Capo degli Anziani.
Il popolo degli Aari è felice che tu sia qui Dottore, disse quest’ultimo nelle loro menti.
Un coro di voci silenziose rispose in assenso, e il Dottore si portò due dita prima alla fronte, poi sul cuore.
La tua venuta tra noi non poteva essere più propizia, abbiamo ancora una volta bisogno del tuo aiuto.
«Qual è il problema?» chiese il Dottore aggrottando le sopracciglia.
Il nostro popolo sta morendo, Dottore. I giovani sono ormai cresciuti, e i bambini sono una rarità. Rischiamo di scomparire per sempre da questo mondo e con noi la nostra storia, se non troviamo subito un rimedio.
«La vostra specie sta per estinguersi,» affermò solennemente il Dottore.
Non era una domanda, per cui nessuno rispose. Ronald guardò il Dottore con occhi nuovi: chi poteva mai essere quest’uomo per avere vitale importanza per un intero popolo?
Ci fu un lungo silenzio in cui il Dottore evitò lo sguardo di tutti, perso nei suoi foschi pensieri; infine sospirò con decisione.
«E come pensate che possa aiutarvi?» chiese con voce dura. «Vi ho già detto più volte in passato che nascondersi dal resto dell’universo non avrebbe portato a nulla di buono. Se non comincerete a conoscere il mondo, imparare una nuova vita… legarvi con altre specie, non…»
Noi non ci mischiamo con altre creature inferiori, disse l’Anziano altrettanto duramente. Sai bene a cosa porterebbe.
«Non sono tutte uguali le specie là fuori! Guarda me! Guarda Rose, o Ronald! Loro sono Umani e forse non saranno il massimo e non hanno ancora imparato tutti a vivere in armonia con altre creature, e nemmeno con se stessi, ma c’è molto in loro, più di quanto possano immaginare! E sono solo una delle innumerevoli, infinite specie che popolano tutti gli universi che ho visitato o che mai visiterò. Potreste trovarne una simile a voi!»
Noi non ci mischiamo con altre creature inferiori, ripeté l’Anziano.
«Allora non c’è molto che io possa fare.» Il Dottore si alzò, rompendo il cerchio, e guardò irato i membri del Consiglio. «Mi dispiace,» disse con più calma. «Ma è nella natura delle cose nascere e morire. L’immortalità può sembrarvi un dono prezioso, ma non lo è, credetemi,» aggiunse piano, quasi a se stesso.
«Andiamo,» disse infine ai suoi compagni, e si allontanò senza controllare che lo seguissero.
Rose, perplessa, cominciò a proferire scuse agli Aari, assicurando loro che avrebbe fatto di tutto per aiutarli, ma infine si alzò per seguire il Dottore. Ronald non poté fare diversamente.
Una volta raggiunto, la ragazza cominciò a urlargli contro, dicendogli che era impazzito, che non ci si comportava così e che non era da lui abbandonare qualcuno e che lui, più di tutti, doveva capire come si sentivano ed era suo dovere aiutarli. Il Dottore a quell’affermazione si fermò e si voltò a fronteggiarla, il viso arrossato prima dalla febbre, ora acceso di rabbia.
«Proprio io, tu dici? Io, l’ultimo Signore del Tempo rimasto in vita, che sceglie di abbandonare un popolo al suo destino? Un popolo che io stesso ho aiutato, centinaia di anni fa, a costruirsi la loro prigione di pietra, quando allora rischiavano di morire per colpa di altre specie che volevano sfruttarli, rubare tutto il loro sapere e poi infine ucciderli quando non ne avessero più avuto bisogno?»
«Tu…» balbettò Rose, turbata, «…hai fatto solo quello che pensavi fosse giusto per loro.»
«Già, e a cosa ha portato?»
Rose guardò Ronald come per ricevere aiuto, ma l’uomo non sapeva che dire. Non capiva molto di quello che stavano dicendo, se non che la situazione non era delle migliori, e non soltanto per la sorte degli Aari.
«Non so chi o cosa sia un Signore del Tempo,» intervenne chinando il capo. «Ma ho capito che adesso sei solo, e questo deve essere terribile. Non potrei mai immaginare cosa significhi rimanere l’ultimo della mia specie… Ma se dici di essere la causa della sorte di questo popolo,» aggiunse guardandolo negli occhi. «E ne provi un gran senso di colpa, perché allora non vuoi aiutarli, e aiutare così a redimere te stesso?»
Ronald vide con la coda dell’occhio Rose guardarlo, ma non si voltò a incontrare il suo sguardo, la sua concentrazione volta al solo Dottore.
«Io sono un Signore del Tempo,» rispose amaramente quest’ultimo. «Posso viaggiare nel tempo e nello spazio, aiutare chi è in difficoltà, modificare il corso delle loro storie. Ma ci sono alcune cose che non posso cambiare, per quanto desideri farlo. Non spetta a me decidere chi deve vivere e chi deve morire, posso solo salvare chi vuole essere salvato. Li ho già aiutati a riscrivere il loro destino una volta, e questo li ha portati solo a guadagnare più tempo. Non posso fare di più.»
«Ma allora perché hai detto loro di uscire allo scoperto, dandogli una falsa speranza?»
«Perché sarebbe comunque una speranza.»
Il Dottore puntò i suoi profondi occhi nei suoi, e Ronald da quello sguardo pensò infine di essere giunto a capire quello strano uomo dai modi allegri e tuttavia tristi. Annuì col capo, il Dottore lo guardò ancora per un solo istante e infine si voltò di nuovo, proseguendo lungo il sentiero.
Rose si guardò più volte indietro, ma non c’era alcun segno di Saba o di un suo altro simile. In verità all’improvviso la città sembrò deserta, soltanto la musica, ora profondamente malinconica e cupa, accompagnava i loro passi.
«Qualcuno dovrebbe scrivere la loro storia,» disse Ronald quando fu infine tornato al T.A.R.D.I.S. «Così non scomparirebbero mai davvero del tutto.»
«Potresti farlo tu Ronald.» Il Dottore gli sorrise avviandosi verso i comandi.
«Sì, perché no?» gli fece eco Rose.
Ronald ci pensò su due volte, poi sorrise tra sé e si preparò a partire, questa volta tenendosi ben saldo.
«Eccoti di nuovo al punto di partenza: 28 ottobre 1916! Stesso giorno, stessa ora, nessuna diserzione.»
«È incredibile, nessuno mi crederebbe se lo dicessi!»
Nulla era cambiato da quando era partito quel mattino, eppure era stato via un giorno intero, attraversando spazio e tempo fino ai confini del mondo!
O forse era sempre rimasto lì, e aveva solo viaggiato con la fantasia, chi poteva dirlo?
Eppure il Dottore era davanti a lui, e lo stava fissando dalla vastità di quei profondi occhi scuri, ancora una volta sotto le falde del buffo cappello e la sua magica piuma blu. Sembrava in effetti stare meglio da quando l’aveva con sé, anche se ancora starnutiva, di tanto in tanto.
Nemmeno a pensarlo che il Dottore starnutì, seguito a ruota da Ronald.
«Farai meglio a riguardarti,» disse Rose abbracciandolo, «o ti ammalerai.»
«Almeno non dovrò più rimanere qui,» rispose Ronald ridacchiando.
Il Dottore gli rivolse un’occhiata carica di mistero ma non disse nulla a riguardo.
«È ora di andare,» rispose invece e, mentre faceva per salutare Ronald, questi all’ultimo gli chiese, pensieroso:
«Se dovrò raccontare la loro storia mi serviranno dei nomi. Mi chiedevo… qual è il tuo, Dottore?»
L’altro sorrise, mettendosi le mani in tasca.
«Tanti e nessuno!» rispose misteriosamente.
Ronald rifletté un solo istante, poi disse, allungando una mano:
«Penso che ti chiamerò Tom.»
Il Dottore allungò a sua volta la mano a stringergli la sua.
«Tom? Bè, devo dire che non mi dispiace per niente!» disse sorridendo.

Oxford, 2007

«Ed eccoci qui, in una delle più famose librerie di Oxford: non c’è posto più adatto per trovare un libro del nostro caro Ronald!»
«Sono proprio curiosa di sapere se ha mai scritto quella storia.»
«C’è un solo modo per scoprirlo,» disse il Dottore sorridendo e offrendole il braccio.
Oltrepassarono la soglia e una volta dentro Rose chiese alla commessa se avessero qualcosa scritto dall’amico: la donna la guardò come se stesse scherzando, poi le indicò un angolo del negozio.
Una targhetta al di sopra di un grosso scaffale pieno di libri riportava la dicitura “J.R.R.Tolkien”; il Dottore ne prese uno e lo aprì all’indice.
«Non so se ha mai scritto quella storia, ma questa,» disse indicando un titolo «la scrisse durante quegli anni di guerra.»
«La caduta di Gondolin…» lesse Rose. «Non capisco…»
Il Dottore sospirò spazientito.
«Gondolin,» disse come se stesse tenendo una lezione, «è una città dell’immaginario di Tolkien. Un universo creato dall’autore a partire dal…»
«Sì, d’accordo, ma vai avanti!»
Lui le scoccò un’occhiataccia, si schiarì la gola e proseguì.
«La città viene chiamata “Rocca Nascosta” dagli Elfi, uno dei popoli da lui creati. Ma letteralmente il suo significato viene da gond, “pietra”; e lindë, “canto”. Non so a te,» disse infine riponendo il libro al suo posto, «ma a me suona familiare.»
Le sorrise con aria innocente e fece per andare via, ma Rose fu colpita da un altro libro.
In copertina vi era il disegno di un uomo basso e grassottello, con la barba lunga e le guance rosse. Ma quello che risaltava maggiormente erano i suoi enormi stivali gialli e il cappello malconcio alla cui fascia era legata una lunga piuma blu. Rose guardò il Dottore a bocca aperta, poi di nuovo il libro e sorrise.
Il Dottore si mise gli occhiali per osservare meglio il libro: “Le avventure di Tom Bombadil” diceva il titolo. «Nah, io non ho la barba!» rispose senza troppa convinzione. «E poi sono molto più magro!»
Ma le strizzò l’occhio sorridendo, mentre usciva compiaciuto dalla libreria.

dottore_cover3_x_mio_libro

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1067514

Categorie: Racconti vari, Writings | Tag: , , , , , , , , , , | 11 commenti

Gli ultimi giorni di Númenor: cap 3

Fuoco e fumo si alzavano senza sosta sul colle di Armenelos, riversando sulla città, un tempo bella e gloriosa, il tetro sentore di morte che aleggiava imperterrito da quando Sauron vi aveva fatto costruire un tempio in onore di Melkor, l’unico Signore che egli adorasse.
Sacrifici si compivano in suo onore dagli uomini non più fedeli ai Valar, seminando grandi tormenti e spargimenti di sangue nella speranza che il Signore della Tenebra li salvasse dalla morte.
Ma non c’era affrancamento dal dono che Eru, l’Unico, aveva fatto agli Uomini, e la Morte presto o tardi sarebbe arrivata per tutti.
La Terra della Stella aveva continuato pur tuttavia a prosperare, sebbene i suoi abitanti non fossero né felici, né speranzosi, e aveva aumentato la sua forza e il suo potere grazie ai continui saccheggi perpetrati nei lunghi anni ai danni di coloro che vivevano nella Terra di Mezzo.
Númenor era cresciuta, le sue ricchezze moltiplicate, nuove macchine inventate e grandi navi costruite: tutto grazie al consiglio di Sauron, al suo genio e alla sua conoscenza.
Poco importava se ormai i gentili re che un tempo approdavano alle coste della Terra di Mezzo ora erano stati dimenticati, e al loro posto venivano ricordati solo spietati e avari assassini.
Il mondo al di fuori di Númenor avrebbe dimenticato per sempre lo splendore di quel popolo antico e orgoglioso, lasciando soltanto ricordi di orrore e perfidia.
Così Elendil andava pensando nella sua dimora in Rómenna, immaginando di scorgere verso est le coste lontane di quella terra.
Presto sarebbe dovuto salpare, presto avrebbe dovuto allontanarsi dalla sua amata Númenor per cercare rifugio lungo quelle coste, prima che l’ira dei Valar si scatenasse su tutti loro.
Suo padre, Amandil, era partito tempo addietro per cercare, invano, il loro consiglio e soccorso, ma non aveva più fatto ritorno, lasciando ad Elendil il compito di salvare le anime di coloro che avevano voltato le spalle al re e Sauron.
Le navi erano già pronte a salpare, con vettovaglie e i beni più cari, ma soprattutto con Nimloth il Bello, custodito e nascosto a occhi malvagi sulla nave di Isildur, suo figlio.
Ultimo germoglio dell’Albero Bianco di Númenor, nato da un frutto strappato all’albero stesso molti anni prima da Isildur, rappresentava ancora il legame degli Uomini dell’Ovest con i Valar e la Luce di Valinor, e finché sarebbe esistito un virgulto dei due Alberi di Aman, allora anche i Númenóren sarebbero esistiti.
Elendil sospirò, voltando le spalle alla terra promessa, e si incamminò lungo il corridoio di roccia che portava giù in basso verso il porto.
Trovò Isildur ad aspettarlo, alto e fiero come i più grandi Re dei tempi passati, ma non vi era nessuna traccia del fratello.
<<Dov’è Anárion?>> chiese pur immaginandone la risposta.
Il volto di Isildur non era avvezzo a lasciar mai trasparire alcuna emozione, ma in quel momento, seppure impercettibilmente, un velo di preoccupazione gli passò sugli occhi, lasciando intendere al padre ciò che già egli in cuor suo sapeva.
<<Padre, e se lei non volesse partire?>> La domanda di Isildur fece eco alla sua, riportando a galla sentimenti che aveva più volte tentato di tacere.
Sebbene Silmarien non avesse più nulla a spartire con i Sovrani di Númenor, la giovane donna aveva deciso di rimanere nella dimora dei suoi stessi antenati, Andúnië, nella cui baia l’esercito di Ar- Pharazôn si preparava a partire alla volta del Reame Beato per muovere guerra ai Signori di Valinor.
<<Tuo fratello è un uomo saggio, Isildur,>> rispose tentando di trarre conforto dalle sue stesse parole, <<riuscirà a convincerla. Presto saremo di nuovo insieme e partiremo verso una nuova speranza.>>
Isildur sembrò accontentarsi di quelle parole, mostrandogli una fiducia che andava ben oltre ciò che si meritava. Per amore di quella donna Anárion rischiava molto, non solo per ciò che poteva subire se il re o i suoi seguaci lo avessero trovato a complottare in segreto con i pochi Fedeli rimasti a ovest di Númenor.
Quando il segno tanto atteso sarebbe arrivato, Elendil e tutti gli Amici degli Eldar avrebbero finalmente fatto vela verso la Terra di Mezzo. Coloro che ancora non avevano lasciato le proprie case, chi per amore, chi per timore, rischiavano di non trovare più navi con le quali partire, e chi poteva dire quale destino sarebbe toccato ai rimasti indietro una volta che la guerra sarebbe scoppiata?
Cosa potevano gli Uomini, a dispetto di quanto andava dicendo Sauron, contro la forza dei Valar e dell’Uno?
E se non dovesse convincerla? una voce avversa chiese dentro di sé sussurrando.
Allora, rispose un’altra voce non meno maliziosa, che Ilúvatar mi perdoni, dovremo lasciarli indietro.

-continua-

Numenor

Categorie: Gli ultimi giorni di Númenor, Writings | Tag: , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Cap 5: (in corso)

Capitolo ancora in corso, di seguito potete trovare i link ad ogni pdv in ordine cronologico direttamente sul forum “I camminatori dei sogni”.

1 – Prologo – Un Formicaio
2 – Tomas – pov 1
3 – Mabien Asuka – pov 1
4 – Merian Elen Syana – pov 1
5 – Mabien Asuka – pov 2
6 – Siadon – pov 1
7 – Mabien Asuka – pov 3
8 – Tomas – pov 2
9 – Mabien Asuka – pov 4
10 – Siadon – pov 2
11 – Mabien Asuka – pov 5
12 – Merian Elen Syana – pov 2
13 – Mabien Asuka – pov 6
14 – Altri fili nel Disegno
15 – Merian Elen Syana – pov 3
16 – Merian Elen Syana – pov 4
17 – Merian Elen Syana – pov 5
18 – Tomas – pov 3
19 – Siadon – pov 3
20 – Mabien Asuka – pov 7
21 – Mabien Asuka – pov 8

Categorie: Cap 5: (in corso), Chain Novel: La Quarta Era, Writings | Tag: , , , , | Lascia un commento

Cap 4: Certezze infrante

Non essendo ancora stato creato il pdf, di seguito potete trovare i link ad ogni pdv in ordine cronologico direttamente sul forum “I camminatori dei sogni”.


1 – Altri fili nel disegno – pov 1
2 – Dorian – pov 1
3 – Mabien Asuka – pov 1
4 – Siadon – pov 1
5 – Toras Skellig – pov 1
6 – Norah – pov 1
7 – Mabien Asuka – pov 2
8 – Toras Skellig – pov 2
9 – Merian Elen Syana – pov 1
10 – Mabien Asuka – pov 3
11 – Norah – pov 2
12 – Morgan Neglentine – pov 1
13 – Siadon – pov 2
14 – Siadon – pov 3
15 – Merian Elen Syana – pov 2
16 – Toras Skellig – pov 3
17 – Mabien Asuka – pov 4
18 – Norah – pov 3
19 – Siadon – pov 4
20 – Dorian – pov 2
21 – Altri fili nel disegno – pov 2
22 – Merian Elen Syana – pov 3
23 – Altri fili nel disegno – pov 3
24 – Siadon – pov 5
25 – Mabien Asuka – pov 5
26 – Mabien Asuka – pov 6
27 – Siadon – pov 6
28 – Davrath – pov 1

Categorie: Cap 4: Certezze infrante, Chain Novel: La Quarta Era, Writings | Tag: , , , , , , , | Lascia un commento

Cap 3: L’ombra della profezia

Toras Skelling

toras

La calca che ingombrava gli stretti passaggi tra i banchi del mercato aveva dato un vantaggio non indifferente al ragazzo, che riusciva ad infilarsi tra i capannelli di persone e sgusciarne molto più rapidamente che gli inseguitori. I paesani non si curavano più di tanto quando venivano urtati dal monello, anche se alcuni, più accorti, portavano una mano al borsello controllando che ci fosse
ancora tutto. Ben diversa la reazione che, alcuni attimi dopo, suscitavano i tre Figli della Luce, le braccia protese in avanti a scantonare chi si trovava al centro dell’inseguimento: gli avventori allora si scansavano velocemente, mormorando veloci preghiere o mezze imprecazioni; i venditori, invece, più avvezzi a questo genere di avvenimenti, si limitavano a sbuffare o scuotere la testa,
indispettiti da ogni piccola distrazione che distogliesse i compratori dalla loro mercanzia. Toras e il vecchio Jaem seguivano a breve, sfruttando il varco creato dai robusti Manti Bianchi.

– continua –

http://www.wheeloftime.altervista.org/files/ChainNovel_WOT_Capitolo3.pdf

Categorie: Cap 3: L'ombra della profezia, Chain Novel: La Quarta Era, Writings | Tag: , , , , | Lascia un commento

Cap 2: Seguendo la leggenda

Mabien Asuka

Mabien

«Che accidenti ha quella da fissare?» biascicò Mab, guardando un punto alle spalle di Hysaac. Dopo essersi accomodati nellʹultima stanza che avrebbero condiviso, i ragazzi erano scesi per la cena e poi si erano intrattenuti nellʹampia sala comune della locanda per rilassare i nervi, cosa di cui Mab soprattutto aveva disperato bisogno. Probabilmente per questo aveva mandato giù qualche bicchiere di troppo, era finalmente tornata a parlare dopo quanto era accaduto quel giorno, ma adesso era decisamente ubriaca. Anche Hysaac aveva alzato un poʹ il gomito, ma era riuscito a non farsi coinvolgere in tutti i giri dʹalcol che lei gli aveva proposto, quindi anche se non era del tutto sobrio, manteneva ancora una discreta lucidità. A quelle parole si era girato seguendo lo sguardo di Mab: ad un tavolo erano seduti cinque Manti Bianchi, quattro uomini e una donna, la quale stava palesemente fissando la sua compagna. Il ragazzo si girò nuovamente verso di lei, le prese lʹennesimo bicchiere di mano, per la verità quasi già finito e disse «Eʹ meglio se ce ne andiamo»

– continua –

http://www.wheeloftime.altervista.org/files/ChainNovel_WOT_Capitolo2.pdf

Categorie: Cap 2: Seguendo la leggenda, Chain Novel: La Quarta Era, Writings | Tag: , , , , | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

kitchentoolslabdotorg.wordpress.com/

La cucina del domani, il sapore di una volta

ilgiardinonascosto

uno spazio interiore fatto di colori, profumi, pensieri e vibrazioni del cuore.

Blocco Gli Appunti

Il mio punto di vista su Film, Telefilm, Teatro, Libri, Anime

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: