Family’s Art

Ambientato in un’ipotetica Inghilterra Vittoriana, la storia narra le vicende di una famiglia di ladri dotata di particolari poteri.
Il protagonista è Alexander Gray, un giovane senza scrupoli ed egoista che si troverà a dover fare i conti con l’improvviso, nonché sfortunato, cambiamento della sua peculiare caratteristica.

Family’s Art: Capitolo 1

Il mio nome è Alexander Grey, ho 25 anni e sono nato e cresciuto a Londra nel 1863, precisamente al numero 5 di Little Chapel Street.
Il West End è il posto ideale in cui crescere: belle case, ottimi negozi e le persone sono aristocratiche.
Mi piace l’aristocrazia. E mi piacciono le persone di alto borgo. Sono, in un certo qual modo, “giuste”, non so se mi spiego.
Parlano un inglese giusto, vestono nel modo giusto e soprattutto hanno tanti, tanti soldi!
Oh è incredibile la quantità di denaro che si può trovare in una tipica casa borghese oggigiorno! Per non parlare poi dei gioielli che le signore indossano con tanta ostentazione!
Signore non più giovani e dalla pelle grinzosa e cascante riescono a trasformarsi in donne avvenenti e di classe semplicemente indossando smeraldi, rubini, diamanti… il tutto incorniciato da un abito perfettamente intagliato e da una capigliatura alla moda.
Un uomo non può resistere al bagliore accecante di tale bellezza, soprattutto non se l’uomo di mestiere fa il ladro…
Quando una donna ti porge la mano ingioiellata per mostrarti la sua camera da letto impreziosita di tele e dipinti antichi, come si può rifiutarla?
Un uomo ha le sue debolezze a cui non può sottrarsi, inutile cercare di combatterle. L’unica cosa da fare è assecondarle nel migliore dei modi possibile.
E io, perdonate la mia mancanza di modestia, ci riesco assai bene.
Forse anche perché le mie consistono in donne, quadri e gioielli… difficile resistere a tali tentazioni, e perché mai poi? Cos’è la vita senza il desiderio?
Quella sensazione che parte dalle viscere e ti sale fin nel cervello, che ti fa pulsare il sangue nelle vene e ti fa palpitare il cuore, quella meravigliosa sensazione che ti rende smanioso di arrivare al traguardo e alzare vittorioso il trofeo perché sai di essere maledettamente bravo a vincere!
Non ho forse ragione? Se aveste avuto anche solo la metà delle esperienze che ho avuto io, capireste di cosa parlo. E capireste cosa significherebbe perderle!
Già, perché le cose, ahimè, sono cambiate, e la mia vita non è più la stessa da qualche settimana ormai.
Per l’esattezza da 24 giorni, 15 ore e 8 minuti.
Ma andiamo con ordine, cominciamo dall’inizio…

Grey non è davvero il nome della mia famiglia. Ha una storia molto antica e deriva da un clan celtico che abitava l’Inghilterra quando ancora si chiamava Britannia. Credo che in origine fosse Greystone o qualcosa di simile, certo scritto alla maniera antica, ma io non sono mai stato bravo in questo genere di cose; dovreste chiedere a mio zio, lui sì che ha una mente fuori dal comune!
Ma a questo ci arriveremo dopo.
Dicevo… la mia famiglia ha appunto origini celtiche ma al tempo non ricopriva un ruolo importante all’interno del clan, se è questo che state pensando. No, lei era assolutamente un’inutile, stupida e mediocre famiglia di persone a dir poco inette. Un bel salto di qualità direte voi: dalla stalle alle stelle, ma non è stato così semplice arrivare ai miei giorni. La lotta è stata dura e sofferta… anche se con l’aggiunta di un pizzico di fortuna che non guasta mai.
Non so esattamente cosa successe, nessuno lo sa, non vi sono dettagli più specifici nella storia di famiglia.
So soltanto che un bel giorno, uno dei tredici pargoli di “Madame-sono povera e continuo a fare figli-anche se non riesco a sfamarli e il mio clan mi tratta come se non esistessi”, ecco che scopre di avere in sé delle doti straordinarie!
In quale momento preciso della sua storia questo mio lontano avo scoprì tale dono, questo non posso dirlo, ma so con certezza che dal momento in cui successe, le cose per lui – e per tutti i discendenti a venire – cambiarono! Non c’è traccia alcuna di ciò che riuscisse a fare, ciò che si conosce è che ben presto il suo clan ebbe paura di lui e lo esiliò.
Immagino non se la passasse molto bene, e penso di potere capire cosa portò quell’uomo mediocre e stupido ma, tutto sommato onesto, a cambiare radicalmente condotta di vita. Aiutato dal suo misterioso dono, si diede infatti al saccheggio sfrenato di qualsivoglia villaggio e clan. Creò una piccola banda di ladruncoli e riuscì persino a mettere su famiglia, finché un brutto giorno la sua vita terminò appeso a una corda tra i rami di un frassino.
Non credo che la moglie pianse la sua prematura dipartita – probabilmente anche lei era frutto delle sue razzie – e decise di fare affidamento su altre risorse: anche i suoi figli avevano infatti un meraviglioso, unico e più che utile dono!
Purtroppo la storia di questi dolci ragazzi non ci è data sapere – le cronache familiari gelosamente conservate nei secoli non ne fanno menzione – ma un paio di generazioni successive il nome Greystone ricompare ancora una volta associato alle più infami attività criminali. Eh sì, perché non ci sono solo ladri nel mio quadretto familiare. Ahimè, no! Il mio passato conta di truffatori, saccheggiatori, assassini e persino stupratori. I tempi erano difficili e, sebbene non voglia giustificarli, mi rendo conto di cosa possa aver significato vivere nei famosi secoli bui.
Grazie a Dio – o a chi per lui – oggi viviamo nella amata e fiorente Inghilterra del 1888: immersi nell’arte, il buon vino, la vita mondana e le più belle donne che il mondo conosca!
E la vita del criminale è più semplice e meno meschina, può dedicarsi alla sua arte con tutta la classe che ne concerne, e godere del frutto del suo lavoro seduto comodamente su una poltrona da 8 sterline!
Immagino vi starete chiedendo se il dono sia sopravvissuto nei secoli, e se anche io ho ne posseggo uno.
Ebbene sì. E si ripete in ogni generazione conosciuta di figli maschi.
Non so perché questo destino sia toccato proprio alla mia famiglia, ma mio zio dice che ha a che fare con qualcosa di innato, qualcosa che l’organismo umano produce e che, nel nostro caso, rimane puro e intatto anche accoppiandoci con persone di sangue diverso. Se mai avete sentito parlare di quel monaco tedesco che faceva esperimenti con i piselli, bè, ecco, è più o meno di questo che sto parlando, sebbene mio zio si ostini a dire di essere stato lui il primo a scoprire questi… come li chiama lui… “geni”!
A questo punto credo abbiate capito quale sia il dono di mio zio: la sua mente straordinariamente acuta ci è stata infatti molto utile per elaborare i più grandiosi metodi di furto che ancora oggi non fanno dormire la polizia al numero 4 di Whitehall.
Ma veniamo a me…
Avevo all’incirca dieci anni quando scoprì il segreto di famiglia. Mio padre mi portò per la prima volta con sé a vedere un’asta di quadri che facevano in città. Era un uomo molto scaltro e non gli piaceva rubare servendosi di armi o utensili da ladruncolo da quattro soldi. No, lui amava il gioco difficile, quello in cui la forza della mente prevale su tutto. E la sua mente prevaleva eccome!
Non ricordo con esattezza cosa successe, so solo che un momento prima mio padre si trovò a litigare con un contendente, e l’attimo successivo questo gli sussurrava parole mielate di scuse, accompagnate dall’elargimento, in segno di pace, della combattuta conquista appena ottenuta: un dipinto di William Blake, il suo pittore preferito, che aveva vissuto a sole poche miglia di distanza dalla nostra casa.
Ovviamente, da ragazzino quale ero, pensai che mio padre fosse solo un uomo dotato di grande carisma, capace di incutere timore e rispetto in qualunque essere umano. Ma la mia innata curiosità, oltre alla pedanteria tipica di un fanciullo, mi spinsero a tormentare quel buon uomo con mille domande a cui, però, non ricevetti risposta. E voi tutti sapete bene cosa succede quando un ragazzino non ottiene risposta, ma anzi viene zittito con la solita frase “un giorno lo capirai”!
Già, proprio così, non mollai l’osso! Mi misi ad origliare e spiare e, dopo giorni di assidua ricerca, scoprì infine che la mia famiglia non era così benestante perché mio padre e suo fratello erano grandi lavoratori.
Cominciai a raccogliere prove, indagando con l’assidua ostinazione che solo un ragazzino può avere, e infine presentai in pompa magna davanti all’intera famiglia sbigottita (che contava di mio padre, mio zio, mia madre e mia sorella) ciò che avevo appena scoperto. Ero, ovviamente, ben lungi dalla vera verità!
Non potevo sapere cosa in realtà ci fosse sotto, e mio padre, colpito dalla mia feroce caparbietà, con un sorriso raggiante e gli occhi illuminati di orgoglio, volle svelarmi il segreto che tanto avevo anelato sapere.
Inutile dire il mio sbigottimento iniziale, sostituito il secondo successivo da un’eccitazione infantile che non mi dava pace. Sì perché da quel momento non feci altro che aspettare un segno, un evento decisivo che mi avrebbe portato a scoprire il mio, di dono. Mio padre era convinto che la mia smaniosa ricerca della verità fosse un segno delle mie capacità intellettive superiori; credeva che sarei diventato come mio zio, suo fratello. E cominciai a sperarci anch’io. Mi misi in testa che volevo fare lo scienziato, che avrei scoperto un modo per viaggiare nel tempo e sarei andato persino oltre le stelle in cielo!
Passavo per cui molto tempo con mio zio, e ringrazio quegli anni di ingenua credulità per avermi fatto imparare molto di ciò che conosco oggi. Non sarò un genio come lui, ma non sono nemmeno un perfetto ignorante zuccone!
In ogni caso, le mie sorti furono completamente diverse da quelle attese e, se posso dire, nettamente migliori.
La mia famiglia era solita recarsi nel Warwickshire per le vacanze estive: mi piaceva trascorrere del tempo in quei luoghi perché, da quando avevo scoperto il segreto di famiglia, mi permettevano di esercitarmi nei miei esperimenti sull’ipotetico dono.
La casa più vicina alla nostra era quella dei Mansfield, una famiglia di contadini arricchitasi grazie ad un paio di ottimi matrimoni. Uno di questi aveva fatto nascere colei che mi fece conoscere l’amore.
Si chiamava Jane, venuta in vacanza dai nonni lontani che nutrivano la speranza dei suoi genitori di allontanarla dalle tentazioni della città grazie alla dura vita di campagna. I nonni, infatti, desideravano che si facesse suora.
Avevo quindici anni, e lei era poco più grande di me: bellissima e appena sbocciata. Grandi occhi neri e innocenti e un corpo minuto ma che lasciava intravedere i primi segni della stupenda maturità di una donna.
Quando la vidi me ne innamorai subito!
Fu però lei a salutarmi per la prima volta. Mi vide mentre speravo di muovere un sasso con la forza del pensiero – il che, ovviamente, rendeva la mia faccia ricca di espressioni ridicole e imbarazzanti.
Lei mi si avvicinò e, con la voce dolce e sottile di una ragazzina indifesa, mi chiese cosa stessi facendo e come mi chiamassi.
Da quel giorno diventammo amici inseparabili. Io andavo a trovarla alla fattoria, tenendomi ben lontano dagli occhi dei nonni, e insieme passavamo le giornate a esplorare la campagna, a cercare di muovere gli oggetti col pensiero, a ridere delle nostre disavventure… e io nella speranza di poterla baciare!
E’ vergognoso ammettere di avere un passato da frana con le donne, ma da qualche parte bisogna pur cominciare, e quella ragazza è stata la mia iniziazione, seppure associata a ricordi di ingenua stupidità adolescenziale.
Inizialmente non vi feci caso ma cominciai ben presto a capire ogni sua esigenza, ogni suo volere e desiderio, finché non mi resi conto che davvero potevo sentire il filo dei suoi pensieri!
Non c’è bisogno di dirvi a cosa mi portò quella stupenda rivelazione – non nei dettagli almeno.
Posso solo dirvi che la ragazza non divenne mai suora, e che la mia goffaggine con le donne sparì nel momento stesso in cui capii come soddisfare i suoi più nascosti e maliziosi desideri.

-continua-

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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