Gli ultimi giorni di Númenor

Storia ambientata ai tempi dell’Akallabeth, “La caduta di Numenor”, uno dei racconti dei Giorni Antichi che preferisco, esattamente nell’anno 3319 della seconda era. Ho cercato di essere più “realistica” possibile inserendo nomi, città, cose e cronologia corretti per mantenere un senso di fedeltà con la realtà di Tolkien.

Gli ultimi giorni di Númenor: cap 3

Fuoco e fumo si alzavano senza sosta sul colle di Armenelos, riversando sulla città, un tempo bella e gloriosa, il tetro sentore di morte che aleggiava imperterrito da quando Sauron vi aveva fatto costruire un tempio in onore di Melkor, l’unico Signore che egli adorasse.
Sacrifici si compivano in suo onore dagli uomini non più fedeli ai Valar, seminando grandi tormenti e spargimenti di sangue nella speranza che il Signore della Tenebra li salvasse dalla morte.
Ma non c’era affrancamento dal dono che Eru, l’Unico, aveva fatto agli Uomini, e la Morte presto o tardi sarebbe arrivata per tutti.
La Terra della Stella aveva continuato pur tuttavia a prosperare, sebbene i suoi abitanti non fossero né felici, né speranzosi, e aveva aumentato la sua forza e il suo potere grazie ai continui saccheggi perpetrati nei lunghi anni ai danni di coloro che vivevano nella Terra di Mezzo.
Númenor era cresciuta, le sue ricchezze moltiplicate, nuove macchine inventate e grandi navi costruite: tutto grazie al consiglio di Sauron, al suo genio e alla sua conoscenza.
Poco importava se ormai i gentili re che un tempo approdavano alle coste della Terra di Mezzo ora erano stati dimenticati, e al loro posto venivano ricordati solo spietati e avari assassini.
Il mondo al di fuori di Númenor avrebbe dimenticato per sempre lo splendore di quel popolo antico e orgoglioso, lasciando soltanto ricordi di orrore e perfidia.
Così Elendil andava pensando nella sua dimora in Rómenna, immaginando di scorgere verso est le coste lontane di quella terra.
Presto sarebbe dovuto salpare, presto avrebbe dovuto allontanarsi dalla sua amata Númenor per cercare rifugio lungo quelle coste, prima che l’ira dei Valar si scatenasse su tutti loro.
Suo padre, Amandil, era partito tempo addietro per cercare, invano, il loro consiglio e soccorso, ma non aveva più fatto ritorno, lasciando ad Elendil il compito di salvare le anime di coloro che avevano voltato le spalle al re e Sauron.
Le navi erano già pronte a salpare, con vettovaglie e i beni più cari, ma soprattutto con Nimloth il Bello, custodito e nascosto a occhi malvagi sulla nave di Isildur, suo figlio.
Ultimo germoglio dell’Albero Bianco di Númenor, nato da un frutto strappato all’albero stesso molti anni prima da Isildur, rappresentava ancora il legame degli Uomini dell’Ovest con i Valar e la Luce di Valinor, e finché sarebbe esistito un virgulto dei due Alberi di Aman, allora anche i Númenóren sarebbero esistiti.
Elendil sospirò, voltando le spalle alla terra promessa, e si incamminò lungo il corridoio di roccia che portava giù in basso verso il porto.
Trovò Isildur ad aspettarlo, alto e fiero come i più grandi Re dei tempi passati, ma non vi era nessuna traccia del fratello.
<<Dov’è Anárion?>> chiese pur immaginandone la risposta.
Il volto di Isildur non era avvezzo a lasciar mai trasparire alcuna emozione, ma in quel momento, seppure impercettibilmente, un velo di preoccupazione gli passò sugli occhi, lasciando intendere al padre ciò che già egli in cuor suo sapeva.
<<Padre, e se lei non volesse partire?>> La domanda di Isildur fece eco alla sua, riportando a galla sentimenti che aveva più volte tentato di tacere.
Sebbene Silmarien non avesse più nulla a spartire con i Sovrani di Númenor, la giovane donna aveva deciso di rimanere nella dimora dei suoi stessi antenati, Andúnië, nella cui baia l’esercito di Ar- Pharazôn si preparava a partire alla volta del Reame Beato per muovere guerra ai Signori di Valinor.
<<Tuo fratello è un uomo saggio, Isildur,>> rispose tentando di trarre conforto dalle sue stesse parole, <<riuscirà a convincerla. Presto saremo di nuovo insieme e partiremo verso una nuova speranza.>>
Isildur sembrò accontentarsi di quelle parole, mostrandogli una fiducia che andava ben oltre ciò che si meritava. Per amore di quella donna Anárion rischiava molto, non solo per ciò che poteva subire se il re o i suoi seguaci lo avessero trovato a complottare in segreto con i pochi Fedeli rimasti a ovest di Númenor.
Quando il segno tanto atteso sarebbe arrivato, Elendil e tutti gli Amici degli Eldar avrebbero finalmente fatto vela verso la Terra di Mezzo. Coloro che ancora non avevano lasciato le proprie case, chi per amore, chi per timore, rischiavano di non trovare più navi con le quali partire, e chi poteva dire quale destino sarebbe toccato ai rimasti indietro una volta che la guerra sarebbe scoppiata?
Cosa potevano gli Uomini, a dispetto di quanto andava dicendo Sauron, contro la forza dei Valar e dell’Uno?
E se non dovesse convincerla? una voce avversa chiese dentro di sé sussurrando.
Allora, rispose un’altra voce non meno maliziosa, che Ilúvatar mi perdoni, dovremo lasciarli indietro.

-continua-

Numenor

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Gli ultimi giorni di Númenor: cap 2

<<Che insolenza!>> L’uomo che si faceva chiamare “Il Dorato” sedeva sul trono avvolto nel lungo mantello di lana pregiata, al riparo dal gelo quasi invernale. La città di Armenelos era protetta dai venti costieri e così dal freddo e le piogge che spesso portavano con sé. Ma il tempo era cambiato: nubi minacciose percorrevano i cieli della Terra della Stella, scaricando fulmini e piogge sulle città degli Uomini, colpendo indistintamente uomini o donne, poveri o ricchi. <<E’ l’ira dei Valar!>> mormoravano alcuni, ma altri non si lasciavano intimorire e Ar-Pharazôn contribuiva a infervorare questi cuori.
<<Non dovreste permettergli di parlarvi così mio signore,>> disse il suo compagno seduto su uno scranno posto accanto al re. Per essere un prigioniero ricopriva un ruolo di grande importanza, e nei suoi modi nulla faceva intendere di essere alla mercé del sovrano. Uomini dalla mente acuta avevano saputo scorgere l’inganno nelle sue parole suadenti, ma costoro non presenziavano più alla corte di Armenelos.
<<Non ha più nulla nel suo cuore se non rancore per me e per voi. Molti anni sono trascorsi, ma l’odio non l’ha abbandonato, guardatevi da lui.>>
Così parlava Sauron l’Ingannatore alle orecchie del re, e sempre lo induceva a dubitare delle persone un tempo a lui care, avvelenandogli l’anima da quando era stato preso, nel 3262, dalla sua fortezza di Barad- dûr nella Terra di Mezzo.
<<Chi meglio di te può saperlo?>> rispose il re guardandolo dritto negli occhi. <<Chi meglio di Sauron può comprendere l’odio e il rancore?>> L’uomo dalle membra stanche e affaticate sembrò tornare alla lucidità e lo splendore di un tempo, e per un solo fugace momento una luce di comprensione che fece tremare Sauron balenò nel suo sguardo.
<<Il mio re teme un tradimento,>> disse Sauron chinando il capo << e dimostra saggezza nel farlo.>> Proseguì amareggiato, lo sguardo quello di un cane ferito: <<Ma gli ho forse dato modo di dubitare di me? Sto solo cercando di mettervi in guardia da chi non rispetta il vostro volere e si muove contro di voi. Amandil è uno di questi, e con lui suo figlio e i figli di lui. Il loro amore per gli Eldar non cesserà mai e chi è amico di quel popolo è nemico del re, tenetelo bene a mente.>>
C’era stato un tempo in cui Elfi e Uomini avevano vissuto in pace, in cui entrambi i popoli si affidavano al volere dei Valar e dell’Unico, Ilúvatar, in cui ogni cosa prosperava su Númenor e i re si compiacevano delle loro lunghe vite. Ma perché accontentarsi quando si poteva avere la vita eterna? Erano forse da meno gli Uomini rispetto agli Elfi? I Primogeniti solcavano ancora la terra sotto cui marcivano gi stessi Uomini che avevano combattuto le loro battaglie. Era forse giustizia questa? L’uomo che era stato al suo fianco per anni, il suo consigliere fidato, Amandil, davvero ancora si lasciava ingannare da questa fantasia?
Il dubbio si fece strada in Ar-Pharazôn, che più ascoltava Sauron più riteneva le sue parole sensate, e l’altro sorrise dentro di sé, consapevole ancora una volta di aver fatto breccia nella mente del re.

  -continua-

Numenor

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Gli ultimi giorni di Númenor: cap 1

Gli ultimi raggi del Sole si tuffarono nel mare del lontano Ovest, inondando la baia di Andúnië della luce morente di un giorno nefasto. Il mondo volgeva verso una nuova era e pochi erano coloro che vedevano il proprio futuro certo.
<<Noi veleggiamo verso est, ma sempre a Ovest tornano i nostri cuori…>> Con un sospiro Silmarien si volse dalla finestra, distogliendo l’attenzione dal paesaggio che essa incorniciava e che le ricordava quanto le loro vite fossero così legate a quel Sole sul punto di spegnersi.
Un velo leggero le copriva le candide spalle, su cui ricadevano come onde agitate dal vento i lunghi capelli corvini. Con il cuore pesante uscì dalle sue stanze e si incamminò lungo corridoi deserti e silenziosi fino ad arrivare al cortile interno della sua dimora.
Qui attese.
Il Sole era quasi scomparso dietro di sé e le prime stelle della sera cominciavano ad affacciarsi nel riquadro di cielo contornato da immense colonne di marmo. Su ogni pilastro vi erano intagliati i volti degli antichi re di Númenor, grandi uomini e donne che avevano reso la stirpe degli Edain degna di onore e gloria.
Dalla figlia di Tar-Elendil, quarto re di quella grande casata, prendeva il suo nome; e da ella discendeva, attraverso i nomi di molti uomini, l’uomo che stava per incontrare.
La sorprese ancora una volta, uscendo silenzioso dalle ombre accanto alla sua, allungando una mano a sfiorarle la spalla. Lei si voltò e gli sorrise, cercando in quel gesto un modo per scacciare la tenebra nel suo cuore.
<<Non avere timore di volgere lo sguardo a occidente,>> le disse l’uomo facendola voltare verso le ultime luci del giorno.
<<Ma non è forse un male sperare in ciò che non potrà mai accadere?>>
<<La tua speranza non deve risiedere nei Signori di Valinor, ma solo in ciò che ci hanno concesso. Sempre ad Aman i nostri cuori torneranno, ma non è verso le sue coste che le nostre navi dovranno salpare.>>
Da tempo ormai Númenor era scissa, una ribellione e una guerra nate in tempi ormai remoti, e nulla il re aveva fatto per arginare la situazione.
Da quando Sauron, corruttore degli Uomini, era stato condotto a Númenor quasi sessant’anni prima, sulla Terra della Stella era calata un’ombra perpetua, e voci di odio e di vendetta nei confronti dei Valar si sussurravano nell’aria.
<<E cosa troveremo nella Terra di Mezzo? Solo ciò che Sauron ha seminato: orrore e perfidia e odio nei nostri confronti.>>
<<Molti sono ancora i popoli liberi,>> rispose l’uomo, <<non tutte le terre sono soggette al suo dominio. E la nostra gente ha seminato ben più dell’odio di quel tiranno. Se l’orecchio del re continuerà ad ascoltare il consiglio di Sauron l’Ingannatore, ben presto dovremmo andarcene, lo sai bene…>>
Suo padre lo aveva avvertito da tempo, e con lui suo fratello Isildur: dovevano tenersi pronti a salpare quando sarebbe giunto il momento. E Anárion temeva che quel momento sarebbe arrivato troppo presto.

-continua-

Numenor

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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