Racconti vari

Racconti scritti per concorsi e non.

Quella gelida estate

Racconto pubblicato nell’antologia
“365 Racconti d’estate”, Delos Books.

Quasi ora di pranzo e sono ancora a letto, per niente ansiosa di alzarmi. È una domenica come tante: grigia e vuota come quelle passate, che riporta alla mente ricordi infelici non troppo lontani.
Guardo fuori l’inverno farsi strada tra le case e gli alberi, ammantando il mondo di malinconia.
Dipingerebbe un bel quadro, se non portasse con sé foschi pensieri e un gran freddo dentro.
Quand’è stata l’ultima volta che ho ascoltato il suono della primavera, quando si svegliano le fate per danzare con gli insetti? E quando, mi ha toccato l’estate, con la sua stella più grande a mordermi la pelle fino a farla bruciare?
Non ne ho memoria.
Ricordo solo attesa, speranza, un sogno.
La vita come la desideravamo: una casa, un orto, un bosco, e poco oltre il mare.
– Vorrei davvero vederla, quella casa – ti dicevo.
– Ma tu la vedi. Ogni giorno, nei miei sogni, tu sei lì ad aspettarmi.
– Vorrei che non fossero solo sogni.
– Ti ci porterò, quando tutto questo sarà finito.
Ma non è mai finito, e ora mi rimane il ricordo di quella gelida estate al mare, quando mi hai detto addio, non per l’ultima volta. E il mio ritorno a Mosca, nel suo abbraccio afoso, lontano da te. E le innumerevoli notti, e gli sterminati giorni, in quel torrido prolungarsi del tempo che consumava la mia vita, che ne portava un’altra con sé.
Non te lo dissi mai.
Mi sarebbe bastata quell’esistenza a metà, quel sapore dolce-amaro che mi lasciava la tua presenza.
Quel dolore che mi spalancava il cuore quando te ne andavi, e che ci faceva soffrire entrambi mentre sognavamo a occhi aperti, abbracciati negli ultimi istanti, la vita che mai avremmo potuto avere. Inutile la mia scelta di starti vicino, inutile la tua di parlare con lei.
Eppure mi sarebbe bastato.
– A me no – fu l’ultima cosa che mi dicesti.
Un pianto sommesso mi sveglia dall’incubo di quei giorni non troppo lontani; e l’amaro ricordo si placa, ora, nel guardare negli occhi tuo figlio: ultima cosa di te che Dio mi ha donato, unica cosa di noi che mai avrà fine.

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Lettera di una ragazza suicida

Quello che segue è per chi cercherà di trovarci un senso, delle giustificazioni, una motivazione.
È per chi si chiederà “com’è possibile? Era una persona così solare.”
Non cercate di capire: non ci riuscirete.
Non fatevene una colpa: non è vostra.
Ognuno di noi vive con i propri pesi, io ho cercato di portare il mio finché ho potuto, ma non è la prima volta che provo questa strada e spero sia l’ultima.
Il sangue sta scorrendo dalla mia arteria aperta, non riesco più a muovere la mano sinistra e fra poco non riuscirò più nemmeno a usare l’altra.
Comincio a vedere annebbiato, le mie percezioni sono alterate ma devo continuare. Ho bisogno di spiegare, per voi, per rendervi il dolore più facile da sopportare.
Mi trovo in un limbo, in uno stato di inquietudine perpetuo.
Attorno a me non ho appigli, solo il perenne vuoto. Non riesco a guardare oltre, il mio cervello si ribella al pensiero di ciò che sarà perché, come può esserci qualcosa se tutto rimane uguale?
Il tempo si muove in modo angosciante, si prende gioco di me e non mi regala niente, solo memorie di giorni sbagliati.
Ruota intorno al mio presente, diventando passato e futuro ma rimanendo fermo sullo stesso punto.
Vedo solo il nulla.
E mi chiedo perché andare avanti: lottare, impegnarsi, soffrire, perdere, cadere per poi, infine, morire?
La vita è questa e io sono stanca di seguirla.
Meglio anticipare l’inevitabile secondo le mie regole, non quelle di una qualche forza superiore con un suo magnifico piano.
Se un dio esiste non mi interessa, non voglio ascoltare ciò che ha da dire, non andremmo comunque d’accordo.
Non vi adirate con nessuno, so a chi state pensando, la colpa è solo mia: non sono mai stata adatta a questo mondo e ora me ne vado con tutta la serenità che non ho mai avuto prima.
Non sento più la mano, le palpebre si fanno pesanti, forse è davvero giunta l’ora.

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Saucy Albert

Racconto scritto per il concorso natalizio “Flash” promosso dal forum Scrittori per sempre.
Da leggere insieme all’altro “From Hell” per lo stesso concorso.

Incipit:

Albert andò dietro l’albero e vomitò.
Capitava sempre così. Si voltò a guardare i due cadaveri, già pallidi. Gli occhi, vitrei e spalancati, sembravano fissare qualcosa.
Si asciugò la fronte e poi decise di proseguire. C’era altro lavoro da fare.

Con un ultimo, ansante sforzo gettò la restante manciata di terra su quegli sguardi ormai privi di vita, entrambi accusatori senza tuttavia averne diritto. Rabbrividì al ricordo di ciò che erano stati, di quello che avevano fatto, e il senso di panico che lo attraversava a ogni omicidio si placò all’istante, messo a tacere dal pensiero di mostri ben peggiori di lui.
Livellò per bene il terreno con la scarpa aiutandosi con la pala – nemmeno un minuscolo filo d’erba doveva trovarsi nel posto sbagliato – e, quando fu soddisfatto abbastanza, raccolse i suoi attrezzi e si avviò lungo la strada buia che dalla piazza portava nel quartiere probabilmente più malfamato di Londra: Whitechapel.
Si strinse ancora di più nel mantello mentre i ricordi affioravano pian piano nel lungo cammino della sua memoria.
Le uccisioni erano cominciate solo qualche mese prima, il 31 agosto del 1888, in un clima fortemente in contrasto con quello attuale, a soli pochi giorni da Natale. Sarebbe stato un anno diverso, il prossimo, libero degli omicidi più efferati che l’Inghilterra avesse mai visto, o almeno era quello che si augurava.
Una prostituta gli si avvicinò mostrando la sua mercanzia all’aria fredda della notte.
«C’è spazio per due sotto quel mantello?» gli chiese la donna con fare civettuolo, e si avvicinò pericolosamente ad Albert. Lui contemplò le sue curve, il generoso e invitante seno e il calore che prometteva il suo contatto, e pensò che avrebbe potuto concedersi una pausa prima di finire il lavoro.
«Una cosa rapida oggi Rosemary,» le disse mentre si incamminava dietro di lei, «non posso trattenermi a lungo.»
La donna si volto a guardarlo sorridendo, e ammiccò come se avesse scorto ogni segreto in quello sguardo ammantato dal cappuccio.
«Lavori troppo Albert,» disse la donna una volta entrati nella sua piccola casa, mentre lo spogliava dei vestiti logori. «Dovresti concederti una bella vacanza.»
E portare anche te?
Sapeva dove voleva arrivare. Rosemary era la sua preferita, andava sempre da lei, soprattutto dopo un omicidio, quando si sentiva soddisfatto e desideroso di essere ripagato. Non che il suo fosse un atto di generosità nei confronti dell’uomo che liberava il mondo dai criminali, no! Lei non sapeva, così come nessun altro, e richiedeva la sua parcella come qualunque altro commerciante; ma in qualche modo Albert si sentiva ricompensato.
Rosemary non faceva domande, quando si presentava da lei dentro i suoi vestiti sporchi di terra e sangue; non chiedeva che lavoro facesse per intrattenersi sempre fino a tardi in quei luoghi tetri e pericolosi, con una sacca di attrezzi da lavoro e una pala in mano; non aveva nemmeno preteso di conoscere il suo nome la prima volta che l’aveva incontrato. Ma era pur sempre una donna e, come tale, sperava che un uomo troppo a lungo sognato arrivasse, prima o poi, per portarla via dalla sua miseria.
Poteva anche essere la moglie ideale, se solo lui non fosse stato quel che era… e lei una donna di strada.
«Forse in un altro tempo e luogo,» mormorò più a se stesso che alla donna, ma all’altra sembrò una risposta sufficiente e accantonò l’argomento per un’altra occasione, sicura che ci sarebbe stata.
Ma non con me…
Il mondo non sarebbe mai stato libero da assassini, stupratori, ladri, Albert non si faceva illusioni, sarebbe stato un sogno grande quanto quello di Rosemary!
Ma con quella città aveva chiuso: l’incubo peggiore era finito, e molti erano quelli che, in altri luoghi, attendevano che la lama della sua giustizia calasse implacabile su di loro.
«Oggi sei più taciturno del solito. Non ti piace?» Seppure il suo aspetto non fosse propriamente quello di una regina, Rosemary si muoveva con una grazia e sensualità che avrebbero fatto invidia a qualunque nobil donna: impossibile non provarne piacere. Ma Albert amava assaporare le cose in silenzio, godendo di quei momenti come se fossero un incontro con il Creatore stesso.
Fare l’amore lo portava a Dio, così come uccidere.
In risposta la prese con forza e la voltò, affondando le dita ancora sporche di sangue sui fianchi prosperosi. La donna gemette e Albert si chinò su di lei, avvicinando la bocca all’orecchio coperto dagli spledidi capelli rossi.
«Non devi più preoccuparti di nulla, Rosemary,» le sussurrò dolcemente. «Ora sei al sicuro, siete tutte al sicuro.»
La donna, persa nell’estasi della frenesia, non sembrò ascoltarlo; ma poco importava: presto avrebbe compreso, e lui doveva già essere lontano quando ciò sarebbe accaduto.
Avrebbe voluto essere presente quando la polizia avrebbe dichiarato ufficialmente il caso chiuso; guardare in faccia quelle donne, scorgerne il sollievo, quando avrebbero appreso che il loro tormento era finito.
In un altro momento, in un altro luogo, forse qualcuno lo avrebbe definito un eroe, ringraziandolo per i servigi resi alla patria.
Ma non era quello il giorno.
Si alzò e cominciò a rivestirsi, lasciando Rosemary a sonnecchiare sul letto sconcio. Si infilò il mantello, prese il resto delle sue cose e, quando fece per lasciare il denaro sul comodino, la donna gli afferrò il braccio, serrandogli la mano nella morsa delicata della sua.
«Grazie,» gli disse guardandolo negli occhi. Uno sguardo così profondo che non ebbe bisogno di altre spiegazioni: alla fine la donna aveva compreso.
Una lacrima gli scese lungo il viso oscurato dal mantello, ma l’altra non lo seppe mai: in un attimo Albert si voltò e uscì sulla stradina gelida.
La neve aveva ripreso a cadere come in quel pomeriggio, e Albert si sorprese a sorridere tra sé, mentre fiocchi sempre più grandi si posavano sul suo viso.
Forse, dopotutto, poteva davvero concedersi una breve vacanza: avrebbe potuto festeggiare un Natale diverso quest’anno!
Ma prima doveva portare a termine quanto aveva iniziato.
Doveva recarsi in casa dei due assassini ed eliminare le tracce che li avrebbero portati alla polizia, di cui si erano fatti beffa depistandoli con un falso nome. Potevano avere raggirato Scotland Yard, e l’intera Londra, con quelle lettere firmate da una sola mano…
…ma non sono riusciti a ingannare me…
La coppia viveva non molto lontana dalla piazza, aveva infatti scorto più volte la donna alla finestra guardare il grande albero sotto il quale adesso giaceva, insieme a suo marito.
Non ci sarebbe voluto molto e, una volta terminato il lavoro, avrebbe finalmente potuto godersi quel meritato riposo, consapevole di avere cancellato per sempre dalla storia della sua amata Inghilterra, la leggenda di Jack lo squartatore.

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From Hell

Racconto scritto per il concorso natalizio “Flash” promosso dal forum Scrittori per sempre.
Da leggere insieme all’altro “Saucy Albert” per lo stesso concorso.

Incipit:

Il fioccare della neve divenne turbine quasi all’improvviso. Il grande albero al centro della piazza spariva alla vista, e qua e là si intravedevano solo i piccoli flash delle lucine di Natale.
Mentre rabbrividiva, Marta decise che quello sarebbe stato davvero un Natale diverso.

Sì, perché cominciava ad essere stanca del suo lavoro: l’appagamento che aveva provato all’inizio, quando tutto era ancora nuovo e eccitante, ora cominciava a logorarle la mente.
Non perché provasse odio per quel che faceva, o perché lo trovasse ingiusto o poco morale, semplicemente si annoiava.
Succedeva spesso. A lei piaceva cambiare: città, lavoro, hobbies, ogni cosa finiva sempre per diventare abitudinaria e ripetitiva, e lei odiava la monotonia, soprattutto quando cominciava a farti correre rischi.
Distolse lo sguardo dalla finestra, consapevole di avere perso già troppo tempo, e si rimise a lavoro: voleva cucinare una torta per celebrare la decisione che aveva preso, e suo marito sarebbe arrivato da lì a poco, doveva sbrigarsi.
«Quando si devono comunicare notizie importanti,» disse tra sé mentre preparava l’impasto, «è meglio farlo davanti a un pranzo degno di un re!»
Lui non era certamente un re, ma era senza alcun dubbio un uomo di un certo prestigio, un medico noto e stimato da tutta la Londra che contava, e si meritava tutte le attenzioni che una moglie potesse dargli.
La chiave girò nella toppa e suo marito apparve nella sala da pranzo, il soprabito completamente inzuppato di neve.
«Hai finito presto oggi tesoro,» esclamò Marta senza nascondere la sua sorpresa. «Ti aspettavo per l’ora di cena e non ho ancora finito di preparare la torta.»
«Lascia stare la torta Marta, stasera ho una faccenda da sbrigare.» Il tono in cui lo disse non ammetteva repliche, ma la donna sapeva quale compito doveva portare a termine e non intendeva lasciarglielo fare, non quella sera almeno.
«Avevo proprio intenzione di parlare di questo, a cena» ribatté lei ancor più decisa. «Non sarà necessario che tu vada da nessuna parte questa sera.»
L’uomo la guardò di traverso, con quello sguardo che probabilmente riservava a quelle donne che passavano sotto i suoi ferri, ma non ne fu intimorita.
Non lo era mai.
«Vado a prenderti qualcosa di caldo,» gli disse tuttavia in tono più dolce, «tu mettiti pure comodo.» Gli sorrise e si avviò verso la cucina mentre l’uomo faceva esattamente come gli aveva detto.
La donna tornò con quanto aveva promesso e si inginocchiò di fronte al marito: gli tolse le scarpe, gli massaggiò i piedi, e continuò a sorridere, ma non proferì parola.
«Allora,» fece lui spazientito, «cos’hai da dirmi di tanto importante da non potere aspettare?»
Marta si alzò in risposta, andò in cucina e cominciò ad apparecchiare la tavola come se niente fosse. Aveva pensato a quel momento da giorni, ma soltanto quel pomeriggio – quando la neve aveva reso l’atmosfera davvero natalizia – la sua idea aveva preso la forma ultima.
E adesso non voleva certo rovinare quel momento lasciandosi andare alla fretta e l’impazienza!
Quando ebbe finito di portare in tavola la cena si concesse di parlare.
«Ho pensato a lungo,» esordì di punto in bianco. Attese di avere l’attenzione del marito prima di continuare:
«Penso che dovremo trasferirci caro,» disse in tono piatto senza guardarlo in volto.
«Come sarebbe a dire trasferirci?»
Marta continuò a tenere lo sguardo fisso sulla carne che stava tagliando, il sorriso ancora impresso sul viso.
«Sta diventando troppo rischioso restare qui, quell’uomo sa qualcosa, lo sento.»
«Nessuno sa un bel nulla,» grugnì in risposta l’altro. «Nemmeno la polizia è riuscita a cavare un ragno dal buco, dubito che quell’uomo possa anche solo sospettare di noi!»
Marta si fermò, di colpo il sorriso svanito, e puntò il suo sguardo su di lui.
«Ti dico che è così. L’ho visto aggirarsi intorno a questa casa troppo spesso, e sempre con quella strana sacca e una pala in mano. E quella donna, quella non troppo bella ma dai splendidi capelli fulvi, è sempre in sua compagnia ultimamente. Fidati. Lui sa, e forse anche lei!»
«Un motivo in più per non smettere. Se, come dici, sospettano qualcosa, allora faremo un’eccezione alla regola stavolta: porteremo all’inferno anche lui insieme alla puttana!»
La donna ci pensò su un momento: l’idea non le sembrava sbagliata, tuttavia non era del tutto ancora convinta.
Il marito sembrò intuire i suoi pensieri perché le si avvicinò e le sorrise.
«Non preoccuparti,» disse confortandola. «Andrà tutto bene, anche questa volta. Sarà l’ultima, lo prometto, e poi potremo andarcene per ricominciare da qualche altra parte, magari in un posto caldo, cosa ne dici?»
Marta ripensò alle donne che grazie alla loro benevolenza avevano tolto dalle strade: Mary Ann, Annie, Elisabeth, Catherine, Mary Jane…
E si rasserenò.
Suo marito aveva ragione, con quell’uomo nei paraggi rischiavano molto di più che con la polizia. Neppure le lettere erano servite a smuovere quel branco di pecore che diceva di proteggere il popolo! Nessuno di loro infatti li aveva protetti dallo squallore che insozzava le strade di Whitechapel, e nessuno lo avrebbe mai fatto!
Soltanto lei, Marta, con la sua mente brillante, e suo marito, l’arma perfetta, erano riusciti a fare qualcosa.
«D’accordo,» convenne lei infine. «Ma dopo mi porti in vacanza!»
L’uomo rise, e la baciò sulla fronte, e Marta si unì alla sua risata forte e rassicurante.
«Allora,» chiese lui dopo un momento. «Dov’è questa torta?»

Quando uscirono di casa, a notte fonda, la neve aveva smesso di cadere e le strade, deserte e imbiancate, sembravano una deliziosa cartolina postale, non fosse stato per il paesaggio che ritraevano: Whitechapel non era infatti un quartiere elegante, e le sue vie, già di per sé prive di alcuna attrattiva, erano rese ancora più squallide dall’andare e venire delle prostitute e dei loro clienti.
Il mondo ricorderà il nostro lavoro per sempre, pensò Marta amaramente, sapendo che in realtà, di lei, non avrebbe saputo mai nessuno.
Ma era così che doveva andare, come in ogni vicenda: era agli uomini che Dio aveva riservato la gloria, mentre le mogli erano condannate a vivere alle loro spalle, per sempre dimenticate nelle storie del mondo.
Suo marito si fermò di colpo, e Marta lo sentì irrigidirsi sotto il mantello: qualcosa lo aveva messo in allarme. Nonostante la neve, non si riusciva a scorgere granché in quell’intrico di viuzze quasi tutte prive di luce, e Marta dovette sforzare gli occhi per mettere finalmente a fuoco la figura ammantata di fronte a loro, ferma a qualche decina di passi.
«Resta qui,» le sussurrò suo marito, e mentre muoveva un passo verso l’uomo nel vicolo – perché non c’era alcun dubbio che fosse un uomo – estrasse la lama con la quale mieteva le sue vittime.
L’altro si avvicinò a sua volta, per niente impressionato, e Marta vide che aveva una sacca in una mano e una pala nell’altra, ma nessuna arma.
Uno stolto allora.
Ma quando fu a pochi passi da suo marito, l’uomo gettò a terra sacca e pala e, in un lampo, lanciò un coltello che andò a conficcarsi nella gola del suo amato che si accasciò al suolo senza emettere alcun suono.
Marta gemette e fece per scappare, ma l’uomo non ebbe pietà di lei: in pochi passi coprì la distanza che li separava, la afferrò al collo e coprì il suo urlo con la mano guantata.
«Non puoi scappare questa volta,» le sussurrò l’uomo all’orecchio, «e in queste strade chiamare aiuto non ti servirà. Ma questo lo sai già…»
Marta annuì con la testa e l’uomo la fece voltare, e quando lo sguardo le cadde sul corpo inerte del suo Jack, a pochi metri da lei, cominciò a singhiozzare.
Ma non si azzardò a gridare: come lei stessa e suo marito avevano già assodato, in quelle stradine a nulla valeva chiamare aiuto.
Il suo sguardo vagò oltre e, con suo sommo stupore, si accorse che riusciva a scorgere la folta chioma del grande albero della piazza; non erano poi andati così lontani da casa: un pensiero che in qualche modo la confortò.
Sentì la fredda lama morderle il collo, e mentre crollava a terra, esanime, Marta capì che infine, quello sarebbe stato davvero un Natale diverso.

 

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Doctor Who incontra Tolkien – Viaggio alla Città di Pietra

Racconto che farà parte dell’antologia dedicata alla famosa serie televisa “Doctor Who”,
promosso dal sito Sadastor Edizioni per il contest letterario “Ma il Dottore si ammalò”.
Il Dottore in questione, da me scelto, è il decimo, interpretato da David Tennant.

28 ottobre 1916, Beauval, Francia

«Cos’è tutta questa nebbia? Sicuro che siamo finiti nel posto giusto questa volta?»
«Rose, Rose,» rispose un uomo alto e magro, di bell’aspetto, «siamo all’interno delle paludi di Nàrxos, cosa ti aspettavi?»
«Silenzio voi due!» Un soldato, accucciato a soli pochi passi dall’uomo, lo ammonì senza alzare lo sguardo su di lui: tutta la sua concentrazione volta a un punto da qualche parte nella nebbia.
«Ah! Qualcun altro ha avuto la nostra stessa idea, Rose!» L’uomo avanzò verso di lui con passo sicuro, un ampio sorriso a illuminargli il volto, e quando gli si fu avvicinato abbastanza il soldato lo prese per la giacca e lo trascinò a terra, di fronte a sé.
«Sei forse impazzito?» gli disse in un sussurro a un palmo dal viso. «Vuoi farci ammazzare tutti?»
Il sorriso dell’uomo si spense all’istante e una fronte aggrottata comparve al suo posto.
«Rose, forse è meglio che ti sieda anche tu.»
La donna ubbidì senza ribattere, ma non senza lasciarsi sfuggire un sospiro esasperato.
«Ehm, se posso chiedere,» fece l’uomo al soldato abbassando la voce. «Dove ci troviamo con esattezza?» Il sorriso ricomparve sul suo volto, insieme all’aria più innocente che si fosse mai vista.
L’altro dapprima non rispose, credendo fosse uno scherzo di uno dei suoi compagni, ma quel breve momento gli diede il tempo di scrutare meglio l’uomo che aveva davanti.
Non poteva credere ai suoi occhi!
Un malconcio cappello a tesa larga gli ricadeva sul viso scarno e pallido quasi fosse malato, da cui due grandi occhi scuri e luminosi lo scrutavano da una profondità che pareva non avere tempo, seppure l’aspetto era quello di un uomo sulla trentina. Il soldato pensò di essere di fronte a uno di quegli ex ufficiali impazziti, e la sua opinione si rafforzò maggiormente quando gettò lo sguardo sul resto dell’abbigliamento: oltre a un fin troppo normale completo blu, l’uomo indossava due bizzarri stivali da pioggia, gialli!
Fece per dire qualcosa quando l’altro lo anticipò, notando il suo sguardo.
«Sì lo so, hanno qualche centinaio di anni ma servono ancora allo scopo.» Gli strizzò l’occhio con fare complice e la donna, Rose, sbuffò il suo disaccordo.
Anche lei era vestita in modo alquanto bizzarro, con pantaloni attillati e stivali arancioni, in tinta con occhialoni privi di lenti e a forma di stella.
«Avrei preferito un bel rosa shocking,» disse col broncio, «ma lui dice che i pesci preferiscono i colori caldi.»
«I pesci?» chiese il soldato in un soffio.
«Sì, i pesci delle Paludi di Nàrxos,» rispose l’uomo con aria divertita. Poi rivolto alla donna: «Potevi scegliere il rosso!»
«Non era una tonalità di mio gradimento.»
«Bè, allora non c’è bisogno di lamentarsi!»
«Le Paludi di cosa?» Il soldato lo guardò senza capire e l’uomo bizzarro si fece improvvisamente serio.
«Ah già, hai perfettamente ragione. Io e la mia amica qui, Rose, stavamo andando a pescare alle famose Paludi di Nàrxos, sul pianeta Raxamàlos, nel sistema solare Arfalàxis, ma non essendoci qui né pesci, né paludi, nonostante una grande quantità di umidità, è evidente che ci troviamo da qualche altra parte, anche se non so dove. Ah! Deve essere stata quella turbolenza nei pressi di Dàrofix! Che ti dicevo Rose? C’era qualcosa che non mi tornava! Quel movimento di asteroidi avrebbe dovuto mettermi in allarme.»
Tutto questo lo disse senza prendere respiro un solo momento, con una serie di espressioni che andavano dall’eccitazione alla costernazione, per poi passare per il dubbio, la perplessità e infine la sicurezza di avere tutto sotto controllo.
Il soldato si guardò intorno come per cercare il sostegno di un compagno, ma nessuno era abbastanza vicino da aver udito lo scambio concitato, ma sottovoce, appena tenuto tra lui e i due estranei; cercò di convincersi che stesse sognando ma l’uomo bizzarro non gli diede il tempo di pensare.
«A giudicare dall’abbigliamento direi che siamo in mezzo a una battaglia. Ma tutto questo… silenzio?»
«Le prime luci del mattino ci danno un po’ di sollievo dal tumulto.» Il soldato si sorprese di quanto ferma fosse la sua voce, così continuò più sicuro.
«Vi trovate a Beauval, in una delle trincee del fronte di attacco francese. Non ci sono paludi che io conosca da queste parti.»
La donna sgranò gli occhi e si affrettò ad acquattarsi ancora più al suolo, all’improvviso conscia del pericolo tutto intorno a loro. L’uomo sembrò meno colpito e, anzi, si poteva dire che fosse incuriosito.
«Qual è il tuo nome soldato?» chiese serio, dopo un momento di esitazione.
«Ronald. Ronald Tolkien.»
«Ah!» L’uomo sorrise a Rose, che ricambiò con uno sguardo che non dava segni di aver compreso, e si rivolse di nuovo all’altro continuando a sorridere.
«John, Ronald, Reuel Tolkien?»
«Esattamente,» gli rispose il soldato con aria ancora più dubbiosa della donna.
«È un piacere conoscerla sig. Tolkien,» fece l’altro stringendogli con vigore la mano. «Un enorme piacere. Io sono il Dottore.»

«Vediamo se ho capito bene, tu sei un dottore…»
«Non un. IL
«D’accordo, IL Dottore. Ma, il dottore chi
L’uomo sorrise misteriosamente sotto le falde del cappello, ma non proferì parola. Rose, dal canto suo, lo guardò come se potesse comprendere il suo stordimento, ma anche da lei non giunse risposta.
Decise di sorvolare e concentrarsi su altri dettagli.
«Lei suppongo sia la tua assistente…»
«Possiamo definirla così.»
«E stavate andando a pescare ma per errore siete finiti qui, in una trincea, nel bel mezzo di una battaglia?»
«Non avrei potuto riassumerlo meglio.» Il sorriso non lasciava mai il volto dell’uomo, e guardava Ronald con l’aria di chi avesse fatto una scoperta sensazionale: probabilmente era davvero pazzo, non c’era altra spiegazione!
«Non mi è chiaro però cosa vi abbia portato qui.»
Il Dottore aprì bocca per parlare ma uno starnuto glielo impedì, così che Rose ne approfittò per intervenire al posto suo.
«Ecco, vede sig. Tolkien, per farla breve: ci siamo persi.»
«Giustissimo Rose!» Un altro starnuto.
«Allora penso che facciate meglio a ritornare da dove siete venuti, non è un posto in cui valga la pena restare e fra 5 minuti vi assicuro che ve ne accorgerete da soli. Inoltre, il Dottore pare che non stia molto bene.»
«Già,» disse Rose aggrottando la fronte in direzione del compagno, notando il suo disagio soltanto allora. «Che ti è successo?»
«Nah! Niente di serio,» scacciò con la mano il pensiero. «Devono essere stati i giardini della Città di Pietra. Ti ricordi, ci siamo stati qualche mese fa? Mi provocano sempre un fastidioso raffreddore. Un altro paio di mesi e passa tutto!»
Un paio di mesi? Ronald tenne il pensiero per sé, non era sicuro di volere sapere la risposta.
«Allora, Ronald,» disse un minuto più tardi mostrandogli la solita allegria. «Vieni a fare un giro con noi?»
Ronald lo guardò allibito, non sapendo se rispondere a quella che a tutti gli effetti era la provocazione di un matto, ma prima che potesse farlo cominciò a starnutire anche lui.
«Ecco vedi,» continuò il Dottore. «Ti stai ammalando anche tu a stare qui dentro… o qui fuori… hai proprio bisogno di prenderti una pausa da tutto… questo.» E fece un ampio gesto con le mani per sottolineare il suo disappunto.
Era incredibile la quantità di espressioni che il suo viso riusciva a cambiare nel giro di un minuto!
«Non posso lasciare il mio posto così, su due piedi.»
«Oh ma non sarai su due piedi. Abbiamo il T.A.R.D.I.S.!»
«Cosa?»
«Il T…»
«Non fa niente! E comunque non posso andarmene, sarebbe disertare e, per quanto preferisca senza alcun dubbio essere in qualunque altro posto fuorché qui, devo proprio dire di no. Grazie lo stesso.»
A quel punto, attorno al trio, cominciarono a comparire alcune figure che sembravano essersi svegliate dal torpore della notte, e che ora erano molto interessate a ciò che stava accadendo in quel luogo dimenticato da Dio.
Il Dottore si alzò in tutta fretta trascinando con sé Rose, e tese una mano a Ronald.
«Ti posso assicurare che non diserterai. Fidati di me.»
Ronald guardò la mano, senza sapere perché era tuttavia incuriosito, ma non si mosse.
Il Dottore non desistette.
«Non hai mai desiderato viaggiare per mondi che soltanto il limite della tua immaginazione può farti sognare?» disse con solennità.
Ronald pensò soltanto che dovesse essere impazzito anche lui perché non rispose, si limitò invece ad afferrare la mano e seguire il Dottore.
L’uomo si fece strada tra i soldati sparpagliati nella conca, seguito da Rose e infine Ronald, che ancora stringeva il fucile. Alcuni si girarono a osservare lo strano corteo passare chino nel bel mezzo del nulla, ma la maggior parte era indaffarata con quanto la giornata andava promettendo.
La nebbia ancora non aveva accennato a volersi diradare – il che era una buona cosa considerate le circostanze – così Ronald si ritrovò, senza quasi accorgersene, davanti a una strana cabina blu di fronte cui il Dottore stava armeggiando con una chiave.
Ronald si voltò verso i compagni, chiedendosi come mai nessuno avesse battuto ciglio all’improvvisa comparsa di un oggetto di siffatto genere, ma gli uomini sembravano non accorgersi di nulla che non fosse quanto stessero facendo. Il Dottore non si voltò nemmeno per spiegargli quel mistero.
«È una capacità del T.A.R.D.I.S,» disse, «se nessuno sa che c’è, non riesce a notarlo.»
Rimase sulla soglia della porta aperta, facendo cenno a Ronald di entrare, mentre Rose si precipitava dentro di corsa.
«Visto che ci troviamo in Francia,» aggiunse poi, «mi sembra proprio il caso di dirlo: Allons-y!»
Ronald annuì sorridendo e fece un passo all’interno e… rimase senza fiato.
«Ma è…»
«Più grande all’interno,» rispose frettolosamente l’altro. «Altra caratteristica del T.A.R.D.I.S. Allora, dove vogliamo andare?» Si diresse verso il centro dell’enorme stanza e strofinò le mani eccitato, ma Ronald non riusciva a smettere di fissare la vastità di ciò che stava osservando, e la sua stranezza per forma e colore.
«È sempre così la prima volta,» intervenne Rose. «Ci si fa l’abitudine. Allora?»
D’un tratto si rese conto che i suoi due nuovi strani amici lo stavano guardando in attesa, e Ronald finalmente si riprese, chiedendo perplesso: «Possiamo andare ovunque?»
I due si scambiarono un’occhiata carica di significato e il Dottore cominciò a trafficare con una serie di manopole e leve su quella che sembrava una plancia di comando.
«Tenetevi forte. Si parte!»
Uno strano rumore gli arrivò alle orecchie, prima di essere sbattuto a terra da un violento scossone che gli fece battere la testa. Poi, l’oscurità lo avvolse.
Sognò di trovarsi in una caverna umida e fredda, circondata all’esterno da nemici invisibili, solo e senza via d’uscita quando, d’un tratto, un uomo con un buffo cappello e degli stivali gialli giunse a salvarlo insieme alla sua compagna. Erano venuti per portarlo in un posto migliore, accogliente e caldo, e già si stava preparando a pregustare quel momento quando si svegliò.
«Te l’avevo detto di tenerti forte!» La voce fin troppo allegra del Dottore lo riportò alla stravagante realtà, e si chiese se, in effetti, non stesse ancora sognando. Ma quando fece per mettersi seduto, l’improvviso capogiro lo rassicurò della solidità del presente. Si guardò intorno e non vide segni della stanza con i comandi: al suo posto vi era infatti una confortevole camera rotonda, illuminata da un sole mattutino che faceva capolino da ampie finestre senza vetri. Una brezza leggera portava con sé odore di fiori, insieme con un lieve coro di voci musicali nascosto nel sottofondo.
«Dove mi trovo?» chiese ammaliato di fronte a tanta bellezza.
«Sei nella Città di Pietra, sulla luna Miriantide, all’interno di una delle Oasi, una specie di centro benessere. La loro Sinfonia è ottima per riprendersi dopo i brutti colpi in testa, sebbene a me provochi una qualche forma di allergia che mi fa starnutire in continuazione… ma questa è un’altra storia.» E starnutì come a sottolineare la cosa.
In quell’istante Ronald si accorse che la figura accanto al Dottore non era Rose, e quasi svenne di nuovo per lo stupore. Uno strano essere alto e slanciato, dal collo lungo e sottile, lo fissava da dietro due occhi simili a mandorle, ma dal colore così chiaro da sembrare trasparente. Due fessure al centro del viso erano tutto ciò che costituiva il naso, e la bocca era una linea quasi invisibile su una pelle altrettanto incorporea. Le orecchie erano così attaccate alla faccia che potevi vederle soltanto quando la creatura si voltava, ed erano appuntite e lunghe fin oltre la testa. Su questa non v’era traccia di capelli, a meno che la lunga appendice che da essa si dipartiva per dividersi poi in altre più piccole, non ne fosse un segno. Seppur così lontana dall’essere definita bella in termini umani, Ronald la trovò affascinante, e per niente sgradevole da guardare una volta abituati alla sua presenza. Forse il tutto stava nel suo modo di muoversi, con un’infinita leggerezza e grazia che nessun umano avrebbe mai potuto eguagliare.
«Lei è Saba,» disse il Dottore accennando alla creatura. «Una sorta di infermiera, se così vogliamo chiamarla.»
L’essere annuì e la bocca si allungò in quello che a Ronald parve un sorriso, poi lo toccò con dita esili e Ronald sobbalzò.
Piacere di conoscerti.
«Il piacere è mio,» balbettò quando si rese conto che la creatura aveva parlato nella sua mente.
Ronald spostò lo sguardo dalla creatura al Dottore, che sorrideva apertamente come un bambino davanti a un regalo di Natale.
«Come può…?» cominciò perplesso.
«Oh, quello?» disse il Dottore ammaliato. «È una semplice sinapsi tra neuroni: il suo cervello pensa una cosa, la traduce in un segnale elettro-chimico, attraversa la rete neuronale, poi arriva a…»
«O in altri termini è detta telepatia!» riassunse Rose, comparsa in quel momento accanto al Dottore. Non aveva più quei ridicoli occhiali, e al posto dei pantaloni attillati aveva indossato un vestito molto grazioso, del bel verde delle foglie, e decisamente più consono alla sua persona.
In quel momento notò che il Dottore indossava ancora stivali e cappello e, a giudicare dal colore rosso acceso delle sue gote, non doveva stare troppo bene.
Glielo fece notare, ma il Dottore scacciò il problema con un gesto della mano e un forte starnuto.
Il Dottore è di casa qui, gli disse mentalmente Saba. Ma a quanto pare non è lo stesso per lui: si ammala ogni volta che ci viene a trovare.
«Come mai?» chiese Ronald al Dottore. Questi lo guardò senza capire.
Non può sentirmi se non mi collego a lui. La creatura stirò di nuovo quelle specie di labbra nel suo strano sorriso, e allungò le appendici sulla testa a toccare sia Rose che il Dottore.
«Non saprei,» rispose l’uomo subito dopo. «È così da sempre. Ma ho un ottimo rimedio!»
Batté con due dita sul cappello, e solo allora Ronald notò la lunga piuma blu che vi era in qualche modo incastrata.
«Aiuta a scacciare i batteri,» disse ridendo. «Utilizza un campo magn…»
«Che ne dite di fare un giro in città?» lo interruppe nuovamente Rose, e Ronald annuì con vigore mettendosi in piedi prontamente. Il capogiro era finalmente svanito e si sentiva bene come non mai!
Ansioso di sapere tutto su quella città incantata si portò subito accanto a Saba, che apriva la strada muovendosi con grazia infinita, quasi librandosi nell’aria.
«Perché si chiama “Città di Pietra”? E davvero siamo nello spazio? E la tua specie, ha un nome? Da dove venite?»
Saba si voltò verso il Dottore e fece alcuni gesti con le mani.
«Dice che hai troppa fretta,» ridacchiò lui. «Esattamente come me!» Il Dottore rispose alla creatura con un altro gesto misterioso e l’essere proseguì.
«Sono solo curioso,» si difese lui.
«Già, ed è una dote  assolutamente eccezionale! In ogni caso, avrai poche risposte dagli Aari, sono creature molto schive, difficilmente accolgono i forestieri, io sono un’eccezione.»
«E perché mai?»
«Li ho aiutati molto tempo fa a trovare una nuova dimora, e da allora mi concedono di venirli a trovare di tanto in tanto, e di portare con me chiunque io desideri, soprattutto se è malato.»
«Ma io non sono malato!» esclamò Ronald indispettito.
«Sei sicuro? A me non sembrava stessi troppo bene in quella trincea. E comunque, hai preso una forte botta in testa, non poteva che farti bene un viaggio in questi luoghi. O sbaglio?» aggiunse strizzandogli l’occhio. Ronald gli rispose con un sorriso, e stava per tempestarlo con altre domande quando, una volta fuori della stanza, rimase senza parole.
Immensi alberi si innalzavano verso un cielo dell’azzurro più vivo che avesse mai visto; la loro corteccia era di un bianco lucente, come argento illuminato dal sole, e le foglie dello stesso colore erano così grandi da potervi mangiare sopra. Ora capiva perché la città si chiamava a quel modo: ogni cosa, albero, frutto, foglia o fiore, sembrava come scolpita nella roccia pura.
Ma era viva!
Il tronco vibrava sotto le dita tremanti di Ronald, come se un cuore palpitante si celasse al di sotto, ed emanava un tenue tepore. Le fronde che si muovevano al vento lasciavano cadere, di tanto in tanto, una foglia o due al suolo, segno che la primavera, se ne esisteva una in quei luoghi, stava ormai per cessare.
La Sinfonia di cui aveva parlato il Dottore era sempre presente, a tratti più forte, a tratti così lieve da distinguerla appena. Pareva scaturire dalle viscere della terra, dalle pietre che ne formavano il suolo, per poi risalire lungo i tronchi degli alberi, e sfociare in un’unica grande musica dalle loro chiome.
Musica impossibile a descriversi con parole umane.
«Da dove viene questa melodia?» chiese estasiato.
Saba gli si avvicinò a sfiorarlo con esili dita, e all’istante una successione di immagini esplose nella sua mente, così vivide e reali da poterle toccare con mano. Vide la terra sotto di lui muoversi, ogni singolo grano di roccia scontrarsi e allontanarsi da un altro, e a ogni tocco qualcosa emanava: un rumore, un suono. E ogni suono ne incontrava un altro, e un altro ancora, fino a formare, infine, un’armonia continuamente diversa e, pur tuttavia, sempre la stessa.
«È meraviglioso,» fu l’unica cosa che riuscì a dire.
Altri esseri simili a Saba apparvero qua e là, semi-nascosti in quell’intrico di vegetazione rocciosa, e alcuni portavano con sé cibi e bevande in bilico su quelle foglie enormi usate come vassoi. Uno di essi si fermò per offrire loro della frutta: grosse bacche simili a pomodori ma di un colore chiaro, semi-trasparente, che lasciavano intravedere all’interno piccoli semi nerastri. Ronald ne prese uno, titubante, e lo assaggiò. Era succoso, e carnoso, e così dolce da sembrare zucchero puro! Ma non era sgradevole, e sembrò anzi dargli maggiore vigore.
«È buono,» disse invitando gli altri a provarne uno. Rose lo imitò ma il Dottore declinò gentilmente l’offerta.
«No grazie, sono allergico. Solo a guardarli mi viene da starn… etciù!»
Gli altri risero ma il Dottore sembrava inquieto, e non per il raffreddore. Non disse comunque niente, e proseguirono il loro cammino attraverso la città. La maggior parte delle creature che incontrarono durante la giornata era di sesso maschile, e molte erano di una certa età, per cui a Ronald la domanda sorse spontanea.
«Non ci sono bambini in questa città?» chiese preoccupato.
«Era quello che mi domandavo anche io,» rispose il Dottore.
«Non ci avevo fatto caso,» aggiunse Rose guardandosi intorno. «Ma ora che ci penso, quando siamo venuti qui l’ultima volta, mi sembrava che qualcosa mancasse. Come hai fatto a non notarlo, Dottore?»
Lui la guardò stizzito, poi chiese a Saba il perché di quell’assenza.
La creatura fece un ampio gesto con le braccia e poi le incrociò sul cuore, abbassando il capo.
«Che significa?» chiese Ronald aggrottando la fronte.
«Che le cose non vanno per niente bene. Fai strada, Saba, vedrò come posso aiutarvi.»
Ronald e Rose si guardarono senza capire, ma seguirono i due senza fiatare.
Saba si fermò al limitare di un’ampia radura: di fronte a loro una decina di altri suoi simili era seduta in cerchio avvolta in un silenzio surreale.  Ognuno di loro era unito all’altro tramite quelle strane appendici del capo, e gesticolavano con lunghe mani senza mostrare alcun segno di impazienza o irascibilità.
Questo è il Consiglio degli Anziani, disse Saba guardandoli negli occhi. In quel momento le altre creature si accorsero della presenza dei nuovi arrivati, uno di essi si alzò e fece uno strano gesto a Saba, che rispose allo stesso modo e si avvicinò al Consiglio, seguita dagli altri. Si sedette in mezzo a loro e così fecero i suoi compagni. Immediatamente Ronald fu raggiunto da uno di quei tentacoli che si posò dolcemente sul dorso della sua mano; dalla parte opposta Rose gli strinse l’altra come fosse un’ancora di salvataggio. Il Dottore si tolse il cappello e si sedette di fronte a loro, accanto a Saba, in modo da avere dritto di fronte a sé lo sguardo di quello che doveva essere il Capo degli Anziani.
Il popolo degli Aari è felice che tu sia qui Dottore, disse quest’ultimo nelle loro menti.
Un coro di voci silenziose rispose in assenso, e il Dottore si portò due dita prima alla fronte, poi sul cuore.
La tua venuta tra noi non poteva essere più propizia, abbiamo ancora una volta bisogno del tuo aiuto.
«Qual è il problema?» chiese il Dottore aggrottando le sopracciglia.
Il nostro popolo sta morendo, Dottore. I giovani sono ormai cresciuti, e i bambini sono una rarità. Rischiamo di scomparire per sempre da questo mondo e con noi la nostra storia, se non troviamo subito un rimedio.
«La vostra specie sta per estinguersi,» affermò solennemente il Dottore.
Non era una domanda, per cui nessuno rispose. Ronald guardò il Dottore con occhi nuovi: chi poteva mai essere quest’uomo per avere vitale importanza per un intero popolo?
Ci fu un lungo silenzio in cui il Dottore evitò lo sguardo di tutti, perso nei suoi foschi pensieri; infine sospirò con decisione.
«E come pensate che possa aiutarvi?» chiese con voce dura. «Vi ho già detto più volte in passato che nascondersi dal resto dell’universo non avrebbe portato a nulla di buono. Se non comincerete a conoscere il mondo, imparare una nuova vita… legarvi con altre specie, non…»
Noi non ci mischiamo con altre creature inferiori, disse l’Anziano altrettanto duramente. Sai bene a cosa porterebbe.
«Non sono tutte uguali le specie là fuori! Guarda me! Guarda Rose, o Ronald! Loro sono Umani e forse non saranno il massimo e non hanno ancora imparato tutti a vivere in armonia con altre creature, e nemmeno con se stessi, ma c’è molto in loro, più di quanto possano immaginare! E sono solo una delle innumerevoli, infinite specie che popolano tutti gli universi che ho visitato o che mai visiterò. Potreste trovarne una simile a voi!»
Noi non ci mischiamo con altre creature inferiori, ripeté l’Anziano.
«Allora non c’è molto che io possa fare.» Il Dottore si alzò, rompendo il cerchio, e guardò irato i membri del Consiglio. «Mi dispiace,» disse con più calma. «Ma è nella natura delle cose nascere e morire. L’immortalità può sembrarvi un dono prezioso, ma non lo è, credetemi,» aggiunse piano, quasi a se stesso.
«Andiamo,» disse infine ai suoi compagni, e si allontanò senza controllare che lo seguissero.
Rose, perplessa, cominciò a proferire scuse agli Aari, assicurando loro che avrebbe fatto di tutto per aiutarli, ma infine si alzò per seguire il Dottore. Ronald non poté fare diversamente.
Una volta raggiunto, la ragazza cominciò a urlargli contro, dicendogli che era impazzito, che non ci si comportava così e che non era da lui abbandonare qualcuno e che lui, più di tutti, doveva capire come si sentivano ed era suo dovere aiutarli. Il Dottore a quell’affermazione si fermò e si voltò a fronteggiarla, il viso arrossato prima dalla febbre, ora acceso di rabbia.
«Proprio io, tu dici? Io, l’ultimo Signore del Tempo rimasto in vita, che sceglie di abbandonare un popolo al suo destino? Un popolo che io stesso ho aiutato, centinaia di anni fa, a costruirsi la loro prigione di pietra, quando allora rischiavano di morire per colpa di altre specie che volevano sfruttarli, rubare tutto il loro sapere e poi infine ucciderli quando non ne avessero più avuto bisogno?»
«Tu…» balbettò Rose, turbata, «…hai fatto solo quello che pensavi fosse giusto per loro.»
«Già, e a cosa ha portato?»
Rose guardò Ronald come per ricevere aiuto, ma l’uomo non sapeva che dire. Non capiva molto di quello che stavano dicendo, se non che la situazione non era delle migliori, e non soltanto per la sorte degli Aari.
«Non so chi o cosa sia un Signore del Tempo,» intervenne chinando il capo. «Ma ho capito che adesso sei solo, e questo deve essere terribile. Non potrei mai immaginare cosa significhi rimanere l’ultimo della mia specie… Ma se dici di essere la causa della sorte di questo popolo,» aggiunse guardandolo negli occhi. «E ne provi un gran senso di colpa, perché allora non vuoi aiutarli, e aiutare così a redimere te stesso?»
Ronald vide con la coda dell’occhio Rose guardarlo, ma non si voltò a incontrare il suo sguardo, la sua concentrazione volta al solo Dottore.
«Io sono un Signore del Tempo,» rispose amaramente quest’ultimo. «Posso viaggiare nel tempo e nello spazio, aiutare chi è in difficoltà, modificare il corso delle loro storie. Ma ci sono alcune cose che non posso cambiare, per quanto desideri farlo. Non spetta a me decidere chi deve vivere e chi deve morire, posso solo salvare chi vuole essere salvato. Li ho già aiutati a riscrivere il loro destino una volta, e questo li ha portati solo a guadagnare più tempo. Non posso fare di più.»
«Ma allora perché hai detto loro di uscire allo scoperto, dandogli una falsa speranza?»
«Perché sarebbe comunque una speranza.»
Il Dottore puntò i suoi profondi occhi nei suoi, e Ronald da quello sguardo pensò infine di essere giunto a capire quello strano uomo dai modi allegri e tuttavia tristi. Annuì col capo, il Dottore lo guardò ancora per un solo istante e infine si voltò di nuovo, proseguendo lungo il sentiero.
Rose si guardò più volte indietro, ma non c’era alcun segno di Saba o di un suo altro simile. In verità all’improvviso la città sembrò deserta, soltanto la musica, ora profondamente malinconica e cupa, accompagnava i loro passi.
«Qualcuno dovrebbe scrivere la loro storia,» disse Ronald quando fu infine tornato al T.A.R.D.I.S. «Così non scomparirebbero mai davvero del tutto.»
«Potresti farlo tu Ronald.» Il Dottore gli sorrise avviandosi verso i comandi.
«Sì, perché no?» gli fece eco Rose.
Ronald ci pensò su due volte, poi sorrise tra sé e si preparò a partire, questa volta tenendosi ben saldo.
«Eccoti di nuovo al punto di partenza: 28 ottobre 1916! Stesso giorno, stessa ora, nessuna diserzione.»
«È incredibile, nessuno mi crederebbe se lo dicessi!»
Nulla era cambiato da quando era partito quel mattino, eppure era stato via un giorno intero, attraversando spazio e tempo fino ai confini del mondo!
O forse era sempre rimasto lì, e aveva solo viaggiato con la fantasia, chi poteva dirlo?
Eppure il Dottore era davanti a lui, e lo stava fissando dalla vastità di quei profondi occhi scuri, ancora una volta sotto le falde del buffo cappello e la sua magica piuma blu. Sembrava in effetti stare meglio da quando l’aveva con sé, anche se ancora starnutiva, di tanto in tanto.
Nemmeno a pensarlo che il Dottore starnutì, seguito a ruota da Ronald.
«Farai meglio a riguardarti,» disse Rose abbracciandolo, «o ti ammalerai.»
«Almeno non dovrò più rimanere qui,» rispose Ronald ridacchiando.
Il Dottore gli rivolse un’occhiata carica di mistero ma non disse nulla a riguardo.
«È ora di andare,» rispose invece e, mentre faceva per salutare Ronald, questi all’ultimo gli chiese, pensieroso:
«Se dovrò raccontare la loro storia mi serviranno dei nomi. Mi chiedevo… qual è il tuo, Dottore?»
L’altro sorrise, mettendosi le mani in tasca.
«Tanti e nessuno!» rispose misteriosamente.
Ronald rifletté un solo istante, poi disse, allungando una mano:
«Penso che ti chiamerò Tom.»
Il Dottore allungò a sua volta la mano a stringergli la sua.
«Tom? Bè, devo dire che non mi dispiace per niente!» disse sorridendo.

Oxford, 2007

«Ed eccoci qui, in una delle più famose librerie di Oxford: non c’è posto più adatto per trovare un libro del nostro caro Ronald!»
«Sono proprio curiosa di sapere se ha mai scritto quella storia.»
«C’è un solo modo per scoprirlo,» disse il Dottore sorridendo e offrendole il braccio.
Oltrepassarono la soglia e una volta dentro Rose chiese alla commessa se avessero qualcosa scritto dall’amico: la donna la guardò come se stesse scherzando, poi le indicò un angolo del negozio.
Una targhetta al di sopra di un grosso scaffale pieno di libri riportava la dicitura “J.R.R.Tolkien”; il Dottore ne prese uno e lo aprì all’indice.
«Non so se ha mai scritto quella storia, ma questa,» disse indicando un titolo «la scrisse durante quegli anni di guerra.»
«La caduta di Gondolin…» lesse Rose. «Non capisco…»
Il Dottore sospirò spazientito.
«Gondolin,» disse come se stesse tenendo una lezione, «è una città dell’immaginario di Tolkien. Un universo creato dall’autore a partire dal…»
«Sì, d’accordo, ma vai avanti!»
Lui le scoccò un’occhiataccia, si schiarì la gola e proseguì.
«La città viene chiamata “Rocca Nascosta” dagli Elfi, uno dei popoli da lui creati. Ma letteralmente il suo significato viene da gond, “pietra”; e lindë, “canto”. Non so a te,» disse infine riponendo il libro al suo posto, «ma a me suona familiare.»
Le sorrise con aria innocente e fece per andare via, ma Rose fu colpita da un altro libro.
In copertina vi era il disegno di un uomo basso e grassottello, con la barba lunga e le guance rosse. Ma quello che risaltava maggiormente erano i suoi enormi stivali gialli e il cappello malconcio alla cui fascia era legata una lunga piuma blu. Rose guardò il Dottore a bocca aperta, poi di nuovo il libro e sorrise.
Il Dottore si mise gli occhiali per osservare meglio il libro: “Le avventure di Tom Bombadil” diceva il titolo. «Nah, io non ho la barba!» rispose senza troppa convinzione. «E poi sono molto più magro!»
Ma le strizzò l’occhio sorridendo, mentre usciva compiaciuto dalla libreria.

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Gli imprevisti della vita

Incipit:

La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul ripiano più alto dell’armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza. Va a sedersi davanti allo specchio. E’ bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino.

Osserva la sua camicetta ancora una volta, restia a volerla riporre accanto agli altri indumenti e rischiare che anch’essa ne diventi parte: un amaro ricordo della sua vita prima di ieri. Un’ esistenza fatta di stenti, priva di passione, insieme ad un uomo che non riesce a darle nulla di più che amore, un amore che però a lei non basta, non più ora.
La vita è strana a volte, pensa sorridendo tra sé. Quando credeva che tutto stesse per crollare, che il mondo non avesse più nulla da offrirle, ecco che qualcos’ altro si era fatto strada verso di lei: una luce che rischiarava le tenebre e la invitava ad unirsi ad essa, pronta a regalarle un’altra giornata da vivere, da godere. Quando era uscita di casa, il giorno prima, non sapeva cosa
sarebbe successo, eppure doveva aspettarselo dopo tutti quegli incontri fugaci, di nascosto, al limite della legalità.
Se solo mio marito sapesse…
No, non può permettere che tali pensieri offuschino la sua felicità, non dopo ieri notte. Indossa di nuovo la camicia, stringendosela al corpo quasi fosse l’abbraccio di un amante.
Chiude gli occhi respirando profondamente e torna con la mente al giorno prima: il loro incontro in un bar di periferia, gli occhi di tutti puntati addosso e lei stranamente serena, sicura; il suo sguardo profondo che sembrava trapassarle il cuore, le labbra carnose che non chiedevano altro che essere baciate.
Il loro passaggio aveva destato scalpore per le vie del centro, due giovani amanti che esternavano il loro ardore senza curarsi di null’altro. Rammenta ancora il loro arrivo all’hotel, lo sguardo scioccato dell’anziano signore alla reception mentre consegna loro le chiavi della camera, e sorride.
C’era voluto così poco per dimenticarsi dell’uomo che le stava accanto da anni, una sola carezza e la promessa di una passione bruciante che non aveva mai provato prima. Una rampa di scale, la chiave che girava nella toppa, la porta che si chiudeva alle spalle… e di colpo si era ritrovata le sue mani su di lei: bottone dopo bottone le slacciavano la camicia, si stringevano sui suoi seni e correvano ansiose su tutto il suo corpo. Ripete ogni gesto, abbandonandosi al ricordo, respirando con affanno ora. Apre gli occhi e si volta, cogliendo la sua immagine allo specchio.
E’ decisa.
Prende in mano il telefono, compone un numero ormai così familiare, e attende di sentire quella voce calda e sensuale dall’altro lato. Sa che dovrebbe sentirsi in colpa, ma ormai suo marito è un ricordo lontano.
Nella sua vita ora c’è solo lei, quella donna che le risveglia i sensi, le accende la passione, le dona una vita che vale la pena di essere vissuta.

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Nel nome del Padre

Incipit:

Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose.
Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più. “Non tocca a me il nero” faccio, come ogni volta. “Si invece” dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.

“Sa bene che non posso usarli Padre, non mi appartengono.”
La osservo per un momento ma lei non mi degna di uno sguardo, al solito, e con un sospiro carico di rassegnazione attendo che faccia la prima mossa.
“Come ti senti oggi bambina, hai ancora mal di testa?” le chiedo, sperando di ottenere una risposta concreta stavolta. Lei muove il suo pezzo con grazia e si decide ad alzare lo sguardo su di me: sorride, inclinando la testa di lato come fa sempre quando riflette, ma non dice nulla.
E’ forse un buon segno? penso mentre rispondo alla mossa. So bene che non dovrei nutrire inutili aspettative, ma il mio ruolo, e la mia fede, mi impongono di farlo. Ogni settimana torno in questa stanza con la speranza di vedere un miglioramento, avere una risposta da questa giovane donna che mi sta davanti con i suoi dolci occhi angelici, ma nulla di quanto ha detto finora mi aiuta a capire.
Conosco Caterina sin da quando era in fasce, l’ho battezzata io stesso così come suo fratello Nicholas dopo di lei, e ancora mi riesce difficile credere a quanto è successo. Continuo a farle domande, a chiederle spiegazioni, ma la sua risposta è sempre la stessa da un mese ormai e non vedo come possa essere diverso oggi, ma devo tentare un’ultima volta, lo devo alla sua famiglia.
Il suo silenzio comincia ad innervosirmi ora e sono sicuro che lei se ne renda conto, perché continua a guardarmi con ostentata aria innocente e un sorriso da fare accapponare la pelle.
O forse è solo la mia immaginazione e in realtà sta semplicemente pensando alla mossa successiva, in fondo è un’abile giocatrice.
“Non hai nulla da dirmi oggi Caterina?” le domando per rompere il silenzio assordante.
“Nulla di più dell’ultima volta Padre” risponde scrollando le spalle, la sua
attenzione rivolta solo alla scacchiera che ha di fronte. La sua bravura
è sorprendente, muove i pezzi meccanicamente, quasi senza pensare,
consapevole di stare facendo la mossa giusta. Mi chiedo da quando abbia sviluppato la passione per gli scacchi, non ricordo di averla mai vista giocare da bambina. E’ un argomento che la delizia, ne parla con
passione e potrei quasi dire che ogni nostro incontro sia gradevole, non
fosse per il contesto del quale fa parte. I cuscini soffici e l’arredamento delicato rendono la stanza accogliente per fare sentire a proprio agio le persone, ma Caterina sembra non farci molto caso. Non ha
alcun interesse per le cose terrene, come le chiama lei, ma ama giocare
a scacchi quasi quanto leggere la Bibbia. Conosce a memoria ogni
passo di quel libro più di quanto non sappia io stesso e continua a
predicare che quanto accaduto è stato fatto in nome di Dio, che lei è
stata solo un tramite per portare a compimento il suo volere.
E’ proprio questo che mi sconvolge.
Caterina è sempre stata una devota osservante come la sua famiglia, e da che ho memoria non ricordo abbia mai alzato un dito su nessuno. Era una bambina dolce e buona e vedeva nel Padre Eterno l’espressione dell’amore così come dovrebbe essere. Come può, dunque, credere che quello stesso Dio possa averle ordinato una tale impresa? Perché avrebbe dovuto farlo?
Le pongo questa domanda ancora una volta, e ancora una volta ascolto la sua solita risposta.
“Perché era ciò che meritavano Padre. Sa bene quanto me che
chi agisce contro il volere di Dio ottiene in cambio soltanto la sua
ira.”
No, non c’è nessun buon segno oggi. Non è cambiato niente.
Caterina sorride di nuovo e muove un altro pezzo sulla scacchiera come se nulla fosse, sentendo la vittoria vicina.
Io non sono altrettanto sereno.
Ripenso a quel giorno poco più di un mese addietro e un brivido mi corre
lungo la schiena. La casa in fiamme. I corpi carbonizzati fissi in
una smorfia di dolore. Caterina seduta sotto la grande quercia nel
giardino che osserva la scena con espressione rapita.
Una lacrima mi scende sulla guancia mentre eseguo la mia ultima mossa. Lei alza lo sguardo e i suoi occhi si fanno tristi. Il mio cuore si colma di speranza, ma scompare immediatamente quando capisco che la sua commozione è dovuta ad altro.
Prende in mano un cavallo e lo soppesa mentre recita parole che conosco bene.
“Guardai e vidi un cavallo bianco. Il suo cavaliere teneva in mano un arco. Dio gli fece dare una corona, simbolo di trionfo, ed egli passò da una vittoria all’altra, sempre vincitore.”
Posa il pezzo sulla scacchiera e il velo di tristezza scompare lasciando il posto a un sorriso.
“Scacco matto Padre.”

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Gioco di specchi

Michael aprì il giornale alla pagina degli affitti. Come consuetudine ormai da più di un mese, prese a leggere controvoglia le poche offerte che si poteva permettere: una fetida stanza da condividere in due; un bilocale riadattato per quattro persone…
«… un appartamento luminoso con cucinotto, cabina armadio e soppalco. Alla modica cifra di…»
«Cosa diamine è una cabina armadio?» lo interruppe la ragazza seduta al tavolo lì accanto. Non sapeva il suo nome, ma come lui era un’ospite a tempo indeterminato del grazioso ostello “The Rising Sun”, facile da raggiungere se ti trovavi in un deserto in mezzo al nulla e la tua macchina gli si era fermata casualmente davanti.
Qualsiasi cosa si potesse dire di quel luogo dimenticato da Dio, di certo non prevedeva il sorgere del sole!
«E’un armadio inserito all’interno di un muro,» spiegò paziente il ragazzo.
«Davvero? Bè, allora non deve essere poi così male no?»
Perché non può passare le sue mattine a fare qualcosa di costruttivo? si chiese tenendo a freno la rabbia.
«No,» rispose in tono cortese, «non lo è infatti, ma il prezzo è tutta un’altra cosa…»
Lei sembrò pensarci su e non disse altro, e Michael ringraziò chiunque ci fosse lassù per quel breve momento di silenzio.
Era già abbastanza frustrante essere costretti a cercare casa, di sicuro quello che gli serviva non era certo una donna stupida e petulante a fargli domande idiote ogni singola mattina.
Chiuse la pagina degli affitti e aprì quella sulle offerte di lavoro. Ancora una volta la vocetta stridula della ragazza riempì le sue orecchie.
«Non trovi che sia stupido?»
«Cosa?» Stavolta le concesse una frazione del suo tempo per guardarla dritto negli occhi, arrabbiato.
«Quello che fai… con le pagine.»
Michael sospirò esasperato; per forza quella donna non trovava un lavoro, passava troppo tempo a farsi gli affari degli altri!
Se le rispondo forse dopo mi lascerà in pace… pensò non per la prima volta.
«E’ scaramanzia,» si limitò a dire, ma vedendo la faccia confusa di lei aggiunse: «E’ un modo per portarmi fortuna: un giorno comincio guardando gli annunci delle case e il giorno successivo inizio invece dal lavoro. E’ solo superstizione, niente che comprometta la mia ricerca.»
«E allora perché lo fai?» All’improvviso si fece seria, osservandolo con altri occhi.
La domanda lo aveva spiazzato.
«Non saprei… Per sperare di trovare quello che voglio, per dare un senso alla mancanza di fortuna con il lavoro, la casa, l’amore…» E qui si interruppe bruscamente, sapendo di avere detto troppo.
Alla ragazza comunque non parve importare, era troppo presa dalla parola “superstizione”.
«Io non scherzerei con quelle cose. Se ci si crede troppo finisce che poi si avverano.»
«Bè,» rispose lui infastidito, «francamente, è proprio quello che spero!»
La ragazza si alzò dal tavolo scuotendo la testa.
«Mia nonna diceva sempre,» disse mentre si infilava la giacchetta, «attenta a ciò che desideri perché potrebbe avverarsi.» Gli rivolse un ultimo sguardo ammonitore e uscì dalla sala comune senza aggiungere altro.
Prima che la porta le si richiudesse alle spalle una folata di vento fece cadere alcune pagine del giornale a terra: Michael si alzò a metà dalla sedia per raccoglierle, urtò la tazza di caffè con il braccio, e quel poco che era rimasto andò a versarsi sulle inserzioni che stava leggendo e sui pantaloni appena lavati.
«Merda!» imprecò a denti stretti, e stava già raccattando le sue cose quando l’occhio gli cadde su una immagine ingiallita dalla macchia di caffè.
«Ottimo affare! Due piani, camera da letto, stanza per gli ospiti, due bagni, salotto, cucina, ampia soffitta e cantina; con giardino.»
La foto dava l’idea di una casa che cadeva a pezzi, ma il prezzo era abbordabile: valeva la pena dargli un’occhiata.
Ritagliò l’inserzione e, dimentico della chiazza sui pantaloni, uscì dalla porta sul retro. Compose il numero dell’agente immobiliare prima ancora di arrivare alla macchina parcheggiata di fronte alla porta, e un uomo dalla voce cristallina gli rispose al primo squillo.
Non volle dargli molte informazioni al telefono, ma se lo aspettava, così si diedero appuntamento direttamente sul posto da lì a mezz’ora.
La casa si trovava solo a dieci minuti dall’ostello, per cui quando Michael arrivò ebbe modo di farsi un’impressione tutta sua prima di sorbirsi le chiacchiere adulatrici dell’agente.
Sembrava davvero un ottimo affare! Doveva essere disabitata da un po’, l’erba cresceva incolta tutto intorno e l’intonaco era scrostato in più punti, ma nel complesso era in uno magnifico stato.
«Probabilmente l’interno regalerà delle sorprese…» disse tra sé e sé mentre in quell’esatto istante la vettura tirata a lucido dell’agente faceva capolino dal vialetto di ingresso.
Un uomo di mezza età, alto e ben vestito si presentò non appena emerse dall’auto. Il sorriso fiducioso e gli occhiali scuri in assenza di sole bastavano a delinearne la personalità, ma Michael non si lasciò impressionare. Aveva già visto abbastanza case – e abbastanza agenti – per sapere come condurre la conversazione, e cominciò a fare le domande che si era mentalmente segnato nell’attesa che l’uomo arrivasse.
Come sospettato l’inghippo stava all’interno… si narrava che la casa fosse stregata per cui nessuno si era più avvicinato da lungo tempo, costringendo l’agenzia a doverne abbassare notevolmente il prezzo.
«Lei è la prima persona a vedere la casa dopo che…» si interruppe bruscamente l’agente.
«Dopo che?»
«Ecco, dopo che… la precedente inquilina ha dovuto lasciarla in tutta fretta, cinque mesi fa. Ma non si preoccupi, è ancora in perfetto stato, come può notare, e a parte qualche piccolo ritocco qui e là vedrà che si troverà molto bene dentro questo gioiellino.»
L’uomo sorrise mostrando una splendente serie di denti bianchissimi: a Michael ricordò il lupo di Cappuccetto Rosso e per un momento fu sul punto di dirgli “che denti bianchi che hai…”
La faccenda gli puzzava non poco, la storia della casa stregata probabilmente copriva qualcosa di ben peggiore accaduto in quel luogo – forse un marito impazzito aveva ucciso la moglie a colpi di ascia? Il paese era pieno di racconti di questo tipo – o più semplicemente l’agenzia, come spesso succedeva, ci aveva ricamato sopra una storia interessante pur di vendere una vecchia catapecchia disabitata impossibile da piazzare. Quale che fosse il segreto Michael si disse che non importava: la casa era a posto, era in un luogo isolato al punto giusto e, cosa più importante, aveva un prezzo che poteva permettersi.
Mentre non poteva permettersi di salutare questa occasione per cercarne un’altra che probabilmente non sarebbe mai arrivata.
La sua permanenza al “The Rising Sun” aveva i giorni contati!
Sorrise all’uomo di rimando e fece un cenno di conferma: il contratto venne firmato seduta stante e le chiavi finirono nelle sue mani prima ancora che la mattina fosse terminata.
Finalmente non dovrò più sentire le chiacchiere inutili di quella ragazza, si sorprese a pensare mentre si rimetteva in moto per tornare a recuperare le sue cose all’ostello.
La sua prima notte trascorse senza intoppi, cigolii di assestamento a parte e un freddo dannato, aveva dormito come un bambino tra le braccia della madre! Istintivamente si era messo a cercare qualcosa da mangiare tra le dispense vuote e la sua imprecazione fece eco al brontolio del suo stomaco, vuoto anch’esso dalla sera prima. La giornata infatti era stata pesante, si era trattenuto a lavoro più tardi del dovuto – il nuovissimo programma da lui creato non girava sulla piattaforma come ci si aspettava – ed era stato così stanco che non appena arrivato a casa si era gettato sul letto impolverato senza nemmeno spogliarsi.
Si vestì al volo e uscì, aveva notato un piccolo market non lontano e acquistò a casaccio tutto ciò che poteva servirgli in un’abitazione nuova. Non appena rientrò nel vialetto di casa il sole gli abbagliò la vista, e fece per abbassare il paraluce quando si rese conto che la casa era rivolta ad ovest. Osservò meglio e vide che la luce in realtà proveniva riflessa da una stanza in quella che doveva essere la soffitta. Probabilmente c’era uno specchio, nulla di sopranaturale, ma non poté fare a meno di rabbrividire.
Incredibile cosa possano fare una diceria e una vecchia casa!
Scese dall’auto scuotendo la testa, ma decise che dopo una sostanziosa colazione ne avrebbe esplorato ogni centimetro per accertarsi che nulla potesse uscire dalle ombre a disturbare il suo sonno.
Aveva una mente logica e razionale, ma nonostante questo non si era mai permesso di scherzare con certe cose, fin da bambino ne aveva avuto sempre il giusto rispetto e timore: colpa (o merito?) di una nonna della Louisiana!
Oltre a strati e strati di polvere non scoprì nulla di particolarmente allarmante se non per la sua allergia, finché non entrò nella soffitta (che si era deliberatamente tenuto per ultima) e vi vide i segni di quel che sembrava un rituale.
Monconi di candele colorate circondavano due enormi specchi posti uno di fronte all’altro ma inclinati al punto giusto da poter cogliere anche il più piccolo fascio di luce solare, e un pezzo di carta squadrata vi si trovava esattamente nel mezzo.
Si chinò cautamente a raccoglierlo e vide che in realtà altro non era che una fotografia. Non una di quelle vecchie e ingiallite dagli anni, ma una abbastanza moderna, scattata da quelle macchine Polaroid in voga negli anni ’90, e ritraeva una ragazza appoggiata a un muretto che sorridente e felice guardava l’obbiettivo.
Era meravigliosa! Non aveva mia visto una ragazza così bella in vita sua, e quel sorriso illuminante non faceva che accentuarne lo splendore. Dimentico che qualcuno avesse fatto un rito in quella che era adesso la sua casa, si mise a cercare accuratamente intorno altri segni che potessero portare all’identità misteriosa di quella giovane e attraente donna.
Aveva trovato alcuni vestiti nell’armadio nella stanza di sotto e, se prima gli aveva rivolto solo brevi sguardi disinteressati, adesso li analizzava sperando di trovarvi qualcosa nelle tasche: un portafogli, un documento dimenticato, un ricamo… nulla! Prese a cercare nei cassetti ancora ingombri di roba ma aveva trovato solo portaoggetti vuoti – probabilmente alleggeriti dai ladri – e poche altre fotografie, ma nessuna la ritraeva e nessuna portava una dicitura.
Un momento!
Pescò dalla tasca la fotografia trovata in soffitta e la voltò: in una piccola e ordinata calligrafia da donna si poteva leggere non senza difficoltà: “Estate al mare, 1996. Anne e Thomas L.”.
«Anne e Thomas L.,» mormorò riguardando la donna, «dovevano essere sposati…» Una punta di gelosia affiorò inaspettata dal profondo delle sue emozioni. Si sentì ridicolo, oltre che patetico, e sorrise della sua stessa follia.
Poi ricordò che la precedente inquilina viveva da sola e che quindi la donna in foto o doveva essere un’altra, oppure se era la stessa era diventata single nel tempo che era trascorso dallo scatto al suo pernottamento in quella casa.
Ancora una volta un’emozione ridicola e patetica chiese udienza, ma era sollievo e un accenno di speranza a parlare, non gelosia.
Prese il cellulare e iniziò a comporre il numero dell’agente immobiliare, poi si vide mentalmente iniziare la conversazione: “Mi scusi, per caso la ragazza che è dovuta scappare in tutta fretta si chiamava Anne L.? Sa, ho trovato una sua fotografia tra due specchi…”
Ridicolo!
Chiuse il telefono e rifletté. C’erano così tanti vestiti in quella casa, e nessun nome a cui restituirli.
Ricompose il numero e questa volta attese almeno tre squilli prima che l’altro rispondesse.
«Buongiorno, sono…»
«Oh sì, mi ricordo di lei, voglio sperare che tutto proceda bene nella sua nuova casa?»
Gli ci volle un attimo per capire che era una domanda.
«Sì,certamente, tutto perfetto! Ecco, la chiamavo per alcuni oggetti che ho trovato…» nessuna risposta dall’altra parte. «…suppongo siano della precedente inquilina, una certa Anne L., e mi chiedevo se ci fosse modo di restituirli.»
Silenzio…
«Forse intende la signorina Carroll? Come le ho già detto ha lasciato la casa cinque mesi fa e da allora non ne abbiamo saputo più nulla.»
«Ma i vestiti? E tutto il resto? Ci sarà pure stato qualche parente da contattare!»
Un lungo sospiro…
«La signorina era arrivata da solo una settimana, e ha pagato per un solo mese, segno forse che non aveva intenzione di fermarsi di più. Non lo so e francamente non mi importa, se ha deciso di andarsene avrà avuto i suoi buoni motivi. Le donne sono volubili, probabilmente un uomo le ha spezzato il cuore e ha deciso di scappare, fine della storia. Buona…»
«E non ha pensato di avvertire la polizia?» lo interruppe Michael adirato.
«Io sono un agente immobiliare, non un detective, finché mi pagano non ho nulla di cui preoccuparmi. Se proprio non può farne a meno, allora la chiami lei la polizia, BUONA GIORNATA!»
Michael fissò il cellulare per un po’; scioccato e arrabbiato per la mancanza di tatto dell’uomo si era scordato di approfondire un piccolo particolare: la signorina Carroll?
Meditò se richiamarlo per far luce su quel dettaglio ma preferì affidarsi ad amici più cari e affidabili: i computer.
Non aveva ancora allacciato la linea per cui avrebbe dovuto aspettare fino a lunedì per tornare in ufficio e collegarsi dalla sua postazione.
Cosa fare in quei due giorni?
Tornò nella soffitta e si mise ad analizzare i due specchi: la posizione in cui si trovavano era decisamente strana, quasi comunicassero, e la foto tra i due lo incuriosiva non da meno.
Che l’inquilina di prima avesse cercato di invocare questa Anne L.? Magari era sua sorella, morta da tempo?
Uno spirito maligno ne era venuto fuori al suo posto e aveva ucciso la donna, facendo credere che fosse scappata in preda a una delusione d’amore!
Ho visto troppi film dell’orrore… pensò ridendo.
Un’ombra passò da uno specchio all’altro.
Michael urlò, e scattò all’indietro in modo così fulmineo da fare invidia a un’atleta olimpico.
Attese che il cuore riportasse i suoi battiti a una velocità normale e si avvicinò, a distanza di sicurezza, per osservare di nuovo gli specchi.
Nulla.
Non fece in tempo a rilassarsi che di nuovo l’ombra passò, e stavolta gli parve avesse una forma umana.
«Anne?» chiamò istintivamente.
«Signorina Carroll?» provò incerto e sentendosi sempre più stupido.
Niente di niente.
Rimase immobile per quella che sembrò un’eternità, finché non fu svegliato dal brontolio del suo stomaco: il sole non si vedeva più dalla finestra, doveva essere pomeriggio inoltrato.
Quando si sarebbe deciso a comprare un orologio?
All’improvviso l’idea di rimanere solo in quella casa mentre calava la sera non gli parve molto buona, ma non aveva amici in zona e non poteva di certo restare fuori tutta la notte.
Prima ancora di rendersene conto i suoi passi lo portarono alla macchina, e questa all’ostello in cui aveva vissuto fino a soli due giorni prima.
Si sorprese a cercare con lo sguardo la ragazza petulante di cui non conosceva il nome, ed eccola lì, seduta sulla sua poltrona preferita a sorseggiare tè mentre la TV trasmetteva un qualche film d’autore come tutti i sabato sera.
Quando la vide non poté fare a meno di sorridere sollevato, strana la vita! Lei alzò lo sguardo su di lui e fu così contenta da fare credere che avesse avuto il timore di non rivederlo mai più.
«Jane,» si presentò lei dopo che le si fu avvicinata.
«Michael,» rispose lui disorientato.
«Allora Michael, trovato quel che cercavi?»
Le donne avevano tutte l’aria di sapere sempre più di quanto le si dicesse, e anche quando non sapevano il loro atteggiamento dimostrava esattamente il contrario!
«Forse ben più di quel che cercavo…»
La ragazza aggrottò le sopracciglia e fece per aprire bocca e tempestarlo senza dubbio di domande, ma Michael la fermò in tempo.
«Ti va di fare un giro? Posso farti vedere la mia nuova casa.»
Ma come ti viene in mente, idiota. Non la conosci nemmeno!
Eppure le parole gli erano venute in modo così naturale che non era riuscito a fermarsi. Ormai il danno era fatto.
«Certo!» disse lei con entusiasmo, sorprendendolo ancora una volta.
Lei era molto carina, notava ora per la prima volta, ma non l’aveva né cercata, né invitata perché si aspettasse quel genere di cose. In realtà non sapeva nemmeno quale fosse il vero motivo. Forse aveva solo bisogno di non rimanere solo, e l’unica persona che conoscesse in zona era lei, anche se conoscere non era probabilmente il verbo adatto…
Nessuno dei due parlò per tutto il tragitto verso casa, e quando arrivarono al vialetto Michael rallentò così bruscamente che la ragazza si voltò verso di lui.
«Qualcosa non va?» gli chiese mantenendo il solito tono allegro.
Michael scosse la testa e abbozzò un sorriso, ma non rispose, continuando invece sul vialetto di casa quasi a passo d’uomo.
“Ecco, questa è la mia dimora: una casa stregata in cui probabilmente un essere demoniaco ha ucciso la donna che ci abitava prima e che quanto prima verrà a prendere anche me, ti piace?”
Scacciò il pensiero e si sforzò di uscire dalla macchina con disinvoltura; la ragazza era troppo presa dalla casa per fare caso al suo comportamento tutt’altro che disinvolto!
«Wow! Sembra una di quelle case da film dell’orrore!»
Non poteva scegliere commento più sbagliato.
Michael sorrise e la scortò dentro, continuando a cercare nella sua testa una qualunque cosa sensata da dire.
«Non c’è molto in casa, solo della birra.»
«E’ perfetta, grazie.»
Se non altro la ragazza continuava a pensare a quella gita come a una festa scolastica… e probabilmente si aspetta lo stesso finale! pensò inorridito. Non aveva alcuna intenzione di portarla a letto, nemmeno di baciarla, voleva solo mostrarle la soffitta, nient’altro. Meglio mettere in chiaro le cose fin da subito!
«C’è una cosa che vorrei mostrarti,» disse risultando ancora più malizioso. «In soffitta,» aggiunse all’istante imbarazzato, «ho trovato una cosa stranissima, volevo parlarne con la polizia ma mi sento un po’ stupido a raccontarlo.»
La ragazza ora aveva uno sguardo a metà tra il preoccupato e l’incuriosito.
«Oh niente di cui allarmarsi, davvero, solo che… ecco, mi è parso strano. Ma è meglio se vedi con i tuoi occhi.»
Probabilmente è così che tutti i serial killer cominciano una conversazione, pensò disgustato.
Salirono in soffitta con ancora le birre in mano e, quando Michael aprì la porta, lo sguardo che la ragazza diceva palesemente era che poteva trovare una scusa migliore per abbordarla!
«Qui,» si affrettò a chiarire lui, «ho trovato la fotografia di una donna, esattamente tra questi due specchi. E tutto intorno, come puoi vedere, ci sono ancora i resti delle candele usate per un rito, ne sono sicuro.»
Lei lo guardò come se fosse ammattito, ma poi rispose, ancora una volta, sorprendendolo:
«Hai provato ad evocare la donna?»
Questa volta fu lui a guardarla con aria interrogativa.
«Sì,» continuò lei, «hai presente quelle tavole Ouija per evocare gli spiriti? Potremmo comprarne una e vedere cosa succede.»
Gli sorrise eccitata, come se gli avesse appena detto che per venire alla gita scolastica aveva mentito ai genitori.
«Non so se è il caso…» cominciò lui.
«Andiamo! Sarà eccitante, e divertente, non dirmi che hai paura?»
Sì, una fottutissima paura!
«Certo che no!»
«Perfetto! Conosco un negozio che vende ogni genere di cose strambe, avrà senz’altro anche la tavola.» Si voltò per andarsene.
«Adesso?» chiese lui scioccato.
«Ovviamente! Andiamo, se ci muoviamo lo troviamo ancora aperto.»
Si precipitò giù dalle scale dimenticando la sua birra in soffitta e Michael, a malincuore, la seguì bevendo tutta d’un fiato la sua.
In cosa mi sono andato a cacciare! pensò non per l’ultima volta.
«Pronto?»
No!
«Sì.»
«Dammi la foto,» disse lei perentoria.
La mise accanto alla tavola e posizionò le sue mani sul cursore, poi chiuse gli occhi.
«Anne, puoi sentirci?» esordì in tono pacato.
Michael non sapeva se ridere o farsela addosso per la paura.
La faccia di sua nonna che emergeva al posto della ragazza gli fece quasi scappare da ridere: “Non si scherza con queste cose, figliuolo!” Poteva anche vederla muovere il dito ammonitore come faceva quando lui era un ragazzino.
Si impose di rimanere concentrato.
Jane continuava a ripetere la stessa domanda, ogni tanto variava l’ordine delle parole, a volte chiamava soltanto il nome, ma il succo rimaneva quello: nessuna risposta dall’altra parte e nessuna ombra passare tra gli specchi.
Dopo quasi un’ora in quella scomoda posizione a gambe incrociate, Michael tolse le mani dalla tavola e si alzò, non senza provocare un’ esclamazione  insoddisfatta  nell’altra.
«E’ inutile,» la anticipò lui, «se uno spirito c’è non vuole farsi vedere e, a dirla tutta, ne sono molto contento!»
Lei lo assecondò richiudendo la scatola, ma il suo volto mostrava una cocente delusione: una bambina a cui è stato detto che non si andava più allo zoo.
«Possiamo riprovarci,» disse lui sorprendendo sé stesso, «una di queste sere se ti va.»
Lei si illuminò e rispose con un sorriso di cui l’agente immobiliare sarebbe stato fiero!
Finì la sua birra – ancora immacolata da quando erano usciti per comprare la tavola – e lo anticipò sulle scale.
«Ciao Anne,» disse al vento quando uscirono di casa.
Non dissero una parola nemmeno lungo tragitto casa-ostello, ma quando lei scese dalla macchina si fermò un momento come per un ripensamento e gli disse:
«Gli spiriti non sempre rispondono ai richiami immediatamente, sai il loro piano è diverso dal nostro, per cui probabilmente stanotte si farà sentire. Non ti allarmare quindi se senti scricchiolii e rumori strani. A presto!»
E così dicendo si allontanò dalla macchina lasciandolo a bocca aperta, stordito e ancora meno rassicurato di quando era partito solo poche ore prima per cercare un sostegno!
Decise che non l’avrebbe più rivista – ogni volta che si congedava gli lasciava una perla di saggezza tutta sua che poteva risparmiarsi – e si rimise in macchina, controvoglia, verso la sua dimora.
Bevve un’altra birra e si buttò sul letto sperando di crollare in un sonno profondo. Qualunque cosa potesse esserci in casa lui non voleva né vederla, né sentirla.
Le prime ore della notte trascorsero quiete, nulla in ascolto se non i soliti, fastidiosi scricchiolii; ma a notte inoltrata gli parve di sentire un rumore di passi provenire dalla soffitta.
Immaginazione?
Probabile, ma cosa fare? Di andare a controllare non ci pensava nemmeno, ma anche rimanere sdraiato immobile sul letto non sembrava una buon idea.
Accese la luce nella speranza di spaventare lo spirito, e continuò a dormire, o meglio a tentare di farlo.
Silenzio.
Tic- tic…
Silenzio.
Tic-tic…
Non sembravano passi.
Finalmente si alzò e scoprì che il suono proveniva dal bagno al piano di sotto: il rubinetto della doccia perdeva acqua. Imprecò e lo strinse con tutte le sue forze, poi si avviò verso la camera da letto.
Ogni passo produceva un rumore amplificato dal silenzio della notte, un silenzio troppo assordante per pensare di potere riposare.
Tornò dunque al primo piano, accese tutte le luci – ingresso, cucina e salotto – e prese un’altra birra insieme a del formaggio; poi accese la vecchia radio e la sintonizzò sull’unica stazione funzionante.
Aveva visto abbastanza film da sapere quali armi potessero servirgli e, mentre “Stairway to Heaven” faceva da colonna sonora, salì le scale verso la soffitta con un barattolo di sale in una mano e il crocifisso di sua nonna nell’altra.
Era stato un regalo per la sua comunione, migliaia di anni fa, e non gli era mai sembrato così utile come quella notte.
Cercò nella mente i ricordi del catechismo e riuscì a ricomporre per intero l’Ave Maria, l’unica cosa che gli venisse in mente.
Meditò solo un secondo prima di aprire di scatto la porta della soffitta. La luce del corridoio illuminava la stanza abbastanza per mostrare nulla di insolito, ma mise comunque una mano dentro quel tanto che bastava a fare scattare l’interruttore.
L’illuminazione della stanza era debole ma gli permise  di guardarsi velocemente intorno e, quando fu sicuro che nulla potesse attaccarlo, entrò e andò incerto verso gli specchi.
Non fece in tempo a posizionarvisi in mezzo che un’immagine, stavolta più nitida, si stagliò in quello di destra.
Questa volta non c’erano dubbi: una figura umana si trovava chiaramente dall’altra parte, se lo spirito della donna o una creatura di un altro mondo ignoto non lo sapeva, ma qualcosa nel suo portamento lo rassicurò quanto bastava a parlarci.
«Salve!» Delle cose assurde che poteva dire questa era di certo la più insensata, ma non c’era motivo di essere scortese!
L’immagine si mosse e si rifletté nell’altro specchio.
Michael si voltò e ripeté il saluto, stavolta più incerto.
Ancora una volta l’immagine si spostò, costringendo il ragazzo a girarsi da una parte all’altra come a un vecchio ballo di coppia.
Pensò che forse era il caso di riprendere la tavoletta, ma si ricordò che l’aveva tenuta Jane, per qualche strano motivo – forse sperava così di rivederlo – e andò avanti in quella conversazione a senso unico.
«Io sono Michael.»
Nessuna risposta, soltanto movimenti convulsi.
Forse è il suo modo di comunicare? O forse aveva solo timore di mostrarsi. Che pensiero assurdo, era lui quello terrorizzato!
«Non devi avere paura,» disse comunque non avendo altre risorse, «non voglio farti del male. Vedi?» E appoggiò in terra crocifisso e sale, spostandoli di lato col piede e alzando le mani in segno di resa.
«Mi chiamo Anne.» Una voce flebile e per niente raccapricciante emerse all’improvviso dallo specchio, facendo perdere a Michael due anni di vita! L’immagine della donna seguì poco dopo: la stessa ragazza della foto, soltanto molti anni più tardi, lo guardava con quei suoi occhi luminosi e bellissimi.
«Quindi sei tu?» riuscì a dire tirando fuori la fotografia che aveva ancora in tasca.
Un velo di tristezza le passò sul volto.
«Quella ero io molti anni fa, quando la mia felicità era legata a quella di mio marito.»
Forse cominciava a capire: qualcosa doveva essere accaduto, forse avevano divorziato o peggio ancora il marito era morto, e lei aveva ripreso il suo cognome da nubile: Carroll. Ma come indagare senza mostrarsi insensibile?
Lei gli risolse ogni dubbio.
«Quando scattai quella fotografia ci eravamo appena sposati, è stato l’anno più felice della mia vita.» Il sorriso più bello che avesse mai visto si allargò sul visto della donna.
«La nostra luna di miele l’avevamo trascorsa viaggiando di città in città sulla nostra macchina. Ricordo che prendemmo una cartina e cominciammo a segnare i luoghi che più ci ispiravano, solo per il nome, e quando fu ora di partire seguimmo l’itinerario che inizialmente avevamo pensato soltanto per gioco.»
Si fermò assaporando i ricordi, sorridendo a cose note soltanto a lei.
«Che successe poi?» chiese Michael incuriosito.
Lei lo guardò come se si fosse accorta di lui per la prima volta, poi il suo sorriso si trasformò in una smorfia di dolore.
Non disse nulla, e Michael non ebbe bisogno di chiedere altro.
Restarono in silenzio per pochi minuti, poi la curiosità tornò a fargli visita e le fece la domanda che più lo tormentava.
«Come sei finita intrappolata lì dentro?»
Si sorprese di quanto facilmente la ragazza gli rispose. Forse anche lei non vedeva l’ora di parlarne, in fondo si trovava in quel luogo chissà dove, sola e spaventata da chissà quanto tempo: ancora, infatti, non sapeva se fosse la stessa donna scomparsa cinque mesi prima.
«Qualche mese fa mi trasferì in questa città per lavoro, volevo dimenticare Thomas e sperare di ricominciare una nuova vita. Ripresi il mio cognome da nubile, nonostante fossimo ancora sposati, e pernottai all’ostello qui vicino. Vi rimasi soltanto per una settimana prima di trovare questa casa: era disabitata da anni, c’era molto da ristrutturare ma aveva un prezzo e una posizione che difficilmente avrei ritrovato. Non portai con me molto, non sapevo cosa avrei fatto della mia vita, dove volevo andare e per quanto tempo volevo in effetti rimanere.
Ero a pezzi. Mi sembrava che il mondo mi fosse crollato addosso. La morte di Thomas mi aveva lasciata completamente spoglia di ogni più piccolo stimolo, ma dovevo cercare di farmi forza e decisi di andare avanti a ogni costo.»
Fece una pausa per essere sicura di avere la sua attenzione: Michael era seduto a terra di fronte allo specchio, a gambe incrociate, e la osservava senza proferire parola, attento persino a emettere un respiro di troppo.
Intanto la notte passava e la casa non sembrava più così spaventosa e solitaria, con tutti i suoi scricchiolii e i rumori di cose a lui ignote.
Sto parlando con una donna in uno specchio! Non c’era davvero nulla che potesse sorprenderlo ormai.
«Fu così che un giorno entrai in quel negozio di cianfrusaglie a pochi isolati da qui e trovai un libro che parlava di come migliorare la propria vita. Dapprima lo sfogliai con disinteresse, sapevo non avrebbe fatto la differenza più di quanto avesse potuto farla il mio psicologo; ma poi capii che parlava di tutt’altro: quello che leggevo non erano semplici consigli per essere felici, erano veri e propri incantesimi per cambiare concretamente le cose! Incuriosita lo comprai e lo lessi tutto d’un fiato. Un incantesimo parve fare al caso mio e decisi di metterlo in pratica; in fondo non avevo nulla da perdere, tentare un’altra strada non mi costava nulla.
Avevo soltanto bisogno di alcune candele e di una mia fotografia che mi ritraesse in un momento di felicità, mentre la casa mi forniva già la cosa più importante: due specchi.
Il rituale era molto semplice: come avrai capito si trattava di posizionare la fotografia tra i due specchi, accendere le candele e spegnerle ad una ad una mentre nel frattempo pronunciavo qualche parola di rito. Inizialmente sembrò non funzionare ma poi… tutto quel che ricordo è che mi risvegliai  trovandomi bloccata qui dentro…»
Si fermò, la storia era finita e adesso toccava a lui dire qualcosa. Le uniche parole che gli vennero in mente furono quelle di sua nonna che continuava a ripetergli quanto fosse pericoloso scherzare con queste cose.
Non gli sembrò il caso di farlo presente alla donna.
«Mi dispiace,» fu tutto quello che riuscì a dire. Ma poi si schiarì la gola e aggiunse:
«Se posso esserti d’aiuto in qualche modo…»
Lei scosse la testa, sconsolata.
«Temo che non ci sia soluzione, sarò costretta a rimanere qui dentro per il resto della mia vita… e forse anche oltre.» aggiunse terrorizzata.
Michael provò una profonda pena per quella giovane donna, bellissima e piena di vita, e le promise che avrebbe trovato una soluzione per aiutarla. A queste parole lei gli sorrise e svanì così come era apparsa, e a nulla servì richiamarla a gran voce. Guardò fuori dalla finestra e vide il sole fare capolino dalla linea dell’orizzonte. D’improvviso tutta la stanchezza di una notte insonne gli piombò addosso e, tornato in camera da letto, si appisolò come un ghiro nella tana al sicuro dai predatori.
Aiutare Anne fu più facile a dirsi che a farsi. Nei giorni seguenti l’incontro aveva cercato in rete qualsiasi cosa riguardasse persone intrappolate negli specchi: nulla che facesse al caso suo. Per un momento pensò di rivolgersi di nuovo a Jane e comunicarle la scoperta, ma aveva mostrato una sorta di gelosia morbosa per quella storia e non voleva che nessun altro ne fosse a conoscenza: era il suo piccolo segreto, l’unica nota eccitante in una vita piatta e monotona.
Da quella famosa notte lui e Anne avevano preso a incontrarsi ogni sera: lui gli raccontava gli avvenimenti della giornata – piatti e monotoni – e lei ascoltava estasiata come se parlasse di storie eccezionali. Gli piaceva stare con lei, era forse il rapporto più vero che avesse avuto con una donna dai tempi dell’Università, e sentiva tremendamente la sua mancanza quando doveva andare a lavoro.
Non passava giorno in cui non pensasse a come fare per aiutarla, finché si ricordò del libro di incantesimi di cui aveva parlato.
Dove si trovava? Perché non l’aveva mai visto tra le sue cose?
Forse all’interno poteva trovarsi la soluzione, così una sera lo chiese ad Anne, e per la prima volta gli sembrò di vederla adirata.
«Come posso saperlo? Sono qui dentro da mesi ricordi?»
«Ma devi pur averlo messo da qualche parte prima di… ecco, prima di…»
…finire bloccata in quel dannato specchio! finì la sua mente per lui.
«Ricordo di averlo messo in una scatola,» disse lei addolcendosi, «ma la memoria si affievolisce: ogni giorno mi sembra di dimenticare un pezzo della mia vita.»
Era così affranta e vulnerabile, avrebbe voluto abbracciarla e consolarla, e dirle che andava tutto bene, ma dovette limitarsi soltanto all’ultima cosa.
Sembrò bastare, per quanto frustrante fosse.
Si accorse che più il tempo passava e più desiderava quella ragazza con un ardore che credeva di avere perduto.
Ma come fare per aiutarla?
La notte non dormiva, aveva spostato il materasso in soffitta per poterle stare vicino il più possibile, e la mattina andava a lavoro stanco e con la mente ancora con lei.
Non riusciva a trovare quel dannato libro, e oltre a questo c’erano altri punti che non gli quadravano e che sembravano fondamentali per la risoluzione del caso, ma non riusciva a pensare con lucidità. Ogni qual volta affrontava l’argomento con Anne, lei sembrava oscurarsi e preferiva parlare di altro, e più i giorni trascorrevano più si sentiva legato a lei oltre ogni dire.
Una sera, quando frustrato le confessò di non avere altre idee su come fare a salvarla, lei mormorò con fare incerto:
«Forse c’è un modo…»
Inutile descrivere il sollievo dell’uomo a quelle parole, anche se non riuscì a nascondere totalmente una punta di timore.
«Ci sto pensando da giorni, ma avevo paura a parlartene,» disse Anne sulla difensiva, «e non so se può davvero servire a qualcosa.»
«Di che si tratta?» chiese lui mascherando come meglio poté la sua insicurezza.
«Forse,» iniziò lei incerta, «ripetendo il rito potresti riuscire a liberarmi.»
Quasi gli scappò da ridere!
«E in che modo pensi sia possibile che funzioni?» chiese sforzandosi di mantenere la calma. L’ultima cosa che aveva intenzione di fare era un rituale che lo ponesse in pericolo!
«Forse ho sbagliato nel lasciare la mia fotografia sul pavimento, in balìa di qualsiasi forza sopranaturale pronta a coglierla strappandomi così da questo mondo. Forse avrei dovuto tenerla stretta come il libro diceva. Non credevo fosse un dettaglio importante. Era un rituale sulla felicità, come potevo pensare che mi avrebbe portato a questo!»
Scoppiò a piangere e Michael la lasciò sfogare.
Si sentì inutile e non seppe che fare se non acconsentire alla sua richiesta. Non si accorse nemmeno di avere pronunciato le fatidiche parole “d’accordo lo farò”, che si ritrovò a cercare tra le sue cose una fotografia nei suoi tempi migliori: ultimo anno di Università, lui, Steve, la sua ex-ragazza Monica e Mark, il suo migliore amico, si trovavano ai bordi di un lago con in bocca un pesce e la posa di un lottatore arrabbiato. La foto era leggermente storta, la macchina aveva l’autoscatto e l’avevano posizionata sul tavolino da campeggio, instabile sul terreno smosso. Era stato l’ultimo pic-nic insieme, poi di lì a poche settimane si erano laureati e ognuno di loro era andato per la propria strada, ma quella giornata era stata grandiosa!
Devi essere proprio impazzito per fare una cosa del genere. Nessuna donna vale tanto da farlo!
Ma per lei avrebbe fatto qualunque cosa, se ne rese conto solo in quell’istante.
Anne gli disse che doveva scrivere e poi imparare a memoria qualche frase che lo facesse sentire felice, sicuro e con l’impressione che il mondo e le sue infinite occasioni fossero stese davanti a lui, pronte per essere colte.
Da principio non seppe cosa scrivere, poi rivisse nella sua mente ogni singolo momento di quel giorno al lago: le aspettative, i sogni, quanto si fossero sentiti potenti con la laurea che a breve avrebbero ottenuto – quattro giovani ragazzi con tutta la vita davanti e le migliori aspettative che a quell’età si potevano pensare – e le parole gli vennero tutte d’un fiato.
Non fu difficile memorizzarle.
Una volta fatto bruciò il foglio come gli fu detto – anche questo faceva parte del rituale – poi accese le candele, prese la foto tenendola ben stretta tra le dita, e pronunciò le parole con cura, inizialmente con voce tremante, poi sempre più sicura.
A ogni frase compiva un giro intorno agli specchi, poi spegneva una candela; quando l’ultima fiamma si esaurì, il silenzio più assoluto scese sulla stanza illuminata soltanto dalla luna.
Una leggera brezza scosse le tende alle finestre aperte e Michael sussultò, ma null’altro accadde.
Cercò Anne nello specchio e non vi vide alcuna traccia di lei.
Era un buon segno?
Attese ancora qualche istante poi la chiamò.
La voce che gli rispose sembrò provenire da molto lontano, e nel momento in cui riaprì gli occhi – quando li aveva chiusi? – vide la ragazza, bellissima e sorridente, osservarlo da oltre lo specchio.
Frustrato perché il rito non aveva funzionato, fece per avvicinarsi a lei ma qualcosa oppose resistenza.
Provò ancora, tentando di allungare una mano per prendere la sua: non riuscì a muoverla più di un palmo.
Cosa…?
Anne lo guardava dall’altra parte, sorridendo, e all’improvviso quel sorriso abbagliante e meraviglioso che gli aveva scaldato il cuore, non gli parve più così caldo.
«Ti ringrazio,» disse lei senza la minima traccia di calore nella sua voce. «Ho atteso a lungo che qualcuno arrivasse a liberarmi, cinque mesi sono più lunghi di quanto non sembrino quando non riesci a muoverti, presto lo scoprirai…»
«Cosa mi hai fatto?» urlò Michael in preda al panico.
«Nulla che tu non abbia fatto da solo.»
«Io ho tentato di aiutarti, come puoi…» si interruppe, un nodo in gola non riuscì a fargli terminare la frase senza minacciare di farlo singhiozzare.
«Non disperare, forse troverai qualcuno anche tu prima o poi. Succede a tutti.»
A tutti? 
La mente tentava disperatamente di ribellarsi all’idea di quanto fosse accaduto, ma doveva mantenersi lucido, doveva trovare una soluzione, e si impose di ascoltarla e di farla parlare prima che se ne andasse lasciandolo lì, solo e senza risposte.
«Che vuoi dire, cosa dovrei fare?»
Lei mostrò gentilezza dietro quello sguardo da lupo e gli racconto la sua storia, la vera storia.
Il marito morto, il trasferimento, il provare a cambiare vita… era tutto vero, anche il rituale lo era, ma aveva nascosto un piccolo particolare.
«Non c’è mai stato alcun libro, soltanto una donna, intrappolata come me da molti più anni di quanto tu possa contare. Mi disse che aveva fatto un rituale per la felicità, ma che qualcosa era andato storto e si era ritrovata bloccata dietro lo specchio. Quando fu libera mi raccontò che era stata intrappolata da una donna, a sua volta imprigionata da qualcun altro e da un altro ancora. Non aveva idea di quanto tempo la storia si ripeteva ma sapeva che l’unico modo per uscire era intrappolare qualcun altro. E così è stato. Il resto lo conosci.»
A quel punto Michael non riuscì più a trattenere le lacrime.
«Io ti ho aiutata… sono stato con te ogni singola ora di ogni singola notte, sono stato un amico, un confidente, speravo un amante…»
«Mi dispiace Michael, dico sul serio,» non sembrava convinta, «ma quando si tratta della tua sopravvivenza ogni cosa passa in secondo piano, te ne accorgerai presto.»
Fece per andare via, poi si voltò inclinando la testa come per pensare.
«Ma forse c’è una cosa che posso fare per te…»
Non disse cosa.
Si girò e uscì dalla stanza: i passi di lei lungo le scale risuonarono alle sue orecchie per un tempo interminabile, poi l’unico rumore che rimase ad accompagnarlo fu quello delle sue urla che invano gridavano il nome della donna che aveva appena salvato.
Jane aprì il giornale alla pagina degli affitti: seduta al suo tavolo preferito all’ostello “The Rising Sun” sorseggiava il solito caffè sperando di trovare un annuncio interessante.
Arrivata all’ultima pagina l’immagine sbiadita di una casa che aveva visto condizioni migliori la colpì:
«Ottimo affare! Due piani, camera da letto, stanza per gli ospiti, due bagni, salotto, cucina, ampia soffitta e cantina; con giardino.»
Le ci volle soltanto un momento per rendersi conto che conosceva quella casa, vi era stata alcuni mesi prima, quando quello strano ragazzo – Michael?– si era presentato una sera con la storia più assurda per abbordare una donna che le fosse mai capitata!
Che fine aveva fatto?
Non si era più rifatto vivo da quella sera e lei si era veduta bene dall’andarlo a cercare; era carino, ma non così carino da perdere tempo a inseguirlo!
Probabilmente è ritornato a casa sua, si disse disinteressata. Non le era mai sembrato molto adatto al clima di quel luogo.
Scrollò le spalle dimenticandosi del ragazzo e prese invece nota del numero di telefono dell’agenzia.
Quando chiamò, un uomo dalla voce cristallina le rispose al primo squillo. Non volle dirle molto ma scoprì che il precedente inquilino – Michael – era dovuto andare via inaspettatamente all’incirca tre mesi prima.
Lei non volle sapere altro e si diedero appuntamento presso l’abitazione quello stesso pomeriggio.
Il sorriso splendente dell’uomo le ricordò il lupo famelico di Cappuccetto Rosso, ma si guardò bene dal fargli una battuta del genere; firmò il contratto seduta stante ed entrò in casa quello stesso giorno, rimandando a dopo il trasloco delle sue poche cose alloggiate comodamente all’ostello.
Istintivamente mosse i suoi passi verso la soffitta.
Gli specchi erano ancora lì, le candele anche, e un pezzo di carta si trovava esattamente i mezzo ai due oggetti.
Si chinò per raccoglierlo e vide che si trattava di una fotografia: quattro ragazzi si trovavano sulla riva di un lago, in una comica posa da lottatore e con un pesce in bocca.
Osservò meglio e le sembrò di riconoscere uno di loro.
«Michael?» si chiese sbalordita.
Il pensiero successivo fu quello di andare a recuperare la tavola Ouija per evocare l’uomo.

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