And last but not least…

Giunta ormai alla fine del mio viaggio in questa splendida nazione, non mi resta che lasciarvi con qualche foto fatta qua e là girovagando per le vie di Stoccolma, o durante una serata a suon di musica in una fattoria di Gnesta (con tanto di Creperia ambulante!), o passeggiando nei dintorni della fattoria o dei giardini di Järna.
Mi dispiacerà moltissimo lasciare questo paese, ho trovato delle persone magnifiche e un clima cordiale, civile e ben disposto nei confronti degli altri.
Mi mancherà la natura, il silenzio, la tranquillità, il lavoro in fattoria.
Mi mancheranno Carina e Staffan, la loro semplicità, il rispetto per l’ambiente, l’amore per le cose vere.
Sono davvero una coppia eccezionale, rispettosi uno del lavoro dell’altro, sempre pronti ad appoggiarsi a vicenda.
È stato un piacere e un onore conoscerli, sono stati per me come una famiglia.
Un grazie di cuore e, spero, a presto!

Stoccolma

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Serata a Gnesta

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Passeggiando

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And last but not least…

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Carina, Katia (io), Staffan e… Pippi!

Tutte le foto e video del viaggio le potete trovare qui:

https://onedrive.live.com/?cid=E0AAD1AB1F264CB5&id=E0AAD1AB1F264CB5!1030

http://s272.photobucket.com/user/Yavanna_bucket/library/Svezia%202014?sort=3&page=1

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From Birka with Love

Birka è un’antica città situata sull’isola di Björkö (o anche Bierkø, letteralmente “Isola delle betulle”) sul lago Mälaren, in Svezia.
Occupata nell’8° e nel 10° secolo, è considerata probabilmente il più vecchio insediamento Vichingo della nazione.
Insieme a Hovgården (situata nella vicina isola di Adelsö) costituisce un importante sito archeologico che mostra la complessa rete commerciale dei Vichinghi in Europa e in Oriente e la loro influenza sulla storia della Scandinavia.
Grazie al loro stato di preservazione, dal 1993 entrambe le città sono considerate Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

Unesco

Lo scorso week-end ho avuto la fortuna di andare a visitare Birka e, anche se il tempo non era dei migliori, ho goduto degli splendidi paesaggi naturali viaggiando sull'”Ejdern”: il più vecchio battello a vapore al mondo, entrato persino nel Guinness dei Primati!

Ejdern

il Capitano

Partenza

Se volete avere maggiori informazioni su Birka (e Hovgården) vi rimando al sito dell’UNESCO: http://whc.unesco.org/en/list/555.
E qui avete quella che, più o meno, è la traduzione.

Un aneddoto: il finanziatore degli scavi su Birka è il fondatore della Tetrapak, che ho scoperto essere un lontano parente di Staffan, il proprietario della fattoria di cui sono ospite!

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Sign

Altre foto di Birka: https://onedrive.live.com/?cid=E0AAD1AB1F264CB5&id=E0AAD1AB1F264CB5!1066

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Acqua calma tra fiumi

Dopo un settimana trascorsa alla fattoria di Norra Stene (il cui nome significa letteralmente “pietra del nord”) mi sembra doveroso raccontarvi qualcosina…

Il luogo è incantevole, come uscito da un romanzo fantastico. Ogni cosa qui è intrisa di storie e leggende, ed è meraviglioso potere scoprire, giorno dopo giorno, qualcosa in più di questa stupenda nazione.
A portare avanti la fattoria sono Staffan e Carina, una coppia di circa sessant’anni ma con un’energia da fare invidia al più baldo giovine. Carina poi è più tecnologica di me: i-phone, i-pad, profilo facebook, due pc… a confronto l’anziana sono io!

Carina e Staffan

Oltre alla coppia a Norra Stene vivono anche diversi parenti di Staffan, la cui famiglia ha abitato qui sin dal 1909!
Boschi rigogliosi fanno da corona al lago Sillen, “acqua calma tra i fiumi”, i due che passano per le cittadine di Gnesta e Trosa, e un tempo era solcato dai Vichinghi che arrivavano con esso fino al mare. Molte delle loro tracce si ritrovano tra le numerose tombe e pietre runiche disperse nei dintorni, e una collina in particolare sa di memoria antica, e sembra chiamarmi di continuo…

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Non ci sono animali a cui badare, se non due cavalli (Soldan e Hrimnir, rispettivamente Sultano e Ghiaccio) di cui si prende cura Carina perché hanno una dieta alimentare particolare, e un centinaio di pecore che però stanno nel bosco dietro la casa per tutta l’estate.
Rimangono Pippi, il cane (come Pippi Calzelunghe) e due gatti: Spektakel e Krakel, ma nessuno dei tre ha bisogno di essere accudito.
Quindi cosa ho fatto in questa settimana e tre giorni?
Niente di arduo, se non per la fatica di spostare il fieno, che è un ottimo esercizio per dorsali, bicipiti, tricipiti, pettorali e addominali!
Il resto è stato raccogliere erbe per preparare marmellate e liquori e pitturare, pitturare e pitturare, cosa che non mi è dispiaciuto per nulla: mi ha dato il tempo di pensare e riflettere e, quando non pensavo troppo, rilassarmi… che però non mi riesce quasi mai.

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Lavoro a parte… Venerdì scorso abbiamo festeggiato la vigilia di Mezza Estate, proprio come si faceva una volta in epoca pre-cristiana.
Sono arrivati svariati parenti e amici e,  insieme a loro, abbiamo fatto il giro di rito sul trattore di Staffan per raccogliere i fiori con cui si sarebbe decorato il palo (fatto di rami) attorno a cui danzare e cantare.
Mi sono sentita, ancora una volta, in “The Village“, e anche un po’ in “Il Prescelto“, ma meno male che la fine non è stata uguale!

palo

trattore

torte

Altre foto e video della festa

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Non passerai

E continui a mancarmi…

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Beata ignoranza

Eccomi arrivata alla fine della prima parte del mio viaggio!
Stamattina ho lasciato Skogshem, e in questo momento mi trovo verso la mia prossima destinazione: questa volta è il turno della fattoria “Norra Stene”, a Mölnbo, a sud di Stoccolma, e starò lì fino al 5 luglio, giorno in cui ritornerò a casa.

Ma che dire dei 10 giorni appena trascorsi…
La permanenza nella fattoria di Louise è stata meno impegnativa di quanto mi aspettassi, ma per il semplice fatto che non si trattava di una azienda agricola i cui proventi derivano al 100% dal lavoro in fattoria.
Si può dire infatti che, almeno in questo caso, sia stata per lo più una vacanza-studio-lavoro!
Ho comunque imparato molte cose, e non necessariamente complesse come si possa immaginare. Il più delle volte, infatti, sono le semplici cose a insegnarci molto, perché le diamo per scontate, o le ignoriamo, o abbiamo finito per dimenticarle.
Per me che vivo in città, anche tagliare l’erba con tanto di falce è stata un’esperienza stimolante,  in grado di scacciare via la tensione forse più che non andando in palestra.
Mi hanno perfino soprannominato “The Grass Reaper”!

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Ma anche pulire un pollaio, con tutto quello che potete immaginare ci possa essere stato dentro, mi ha dato modo di riflettere e allentare la tensione.
Sì, perché quando ti dedichi al lavoro manuale la tua mente è libera di pensare, ma senza quei soliti tarli che la infestano durante il giorno e la notte, o quando si prova a concentrarsi su un libro.
Ultimamente ho scordato cosa voglia dire sognare, e ancora non sono molto sicura di riuscire davvero a ricordarmelo, ma in questi giorni certamente qualcosa è tornata ad affiorare in superficie.
Anche parlare con Louise, che è davvero una grande Ispiratrice, mi ha risvegliato quell’energia che si ha quando ci si dedica a un progetto.
Non so ancora se riuscirò a mantenerla quando tornerò a casa e dovrò scontrarmi con la dura realtà.
Non posso nemmeno dire “ci proverò” perché, francamente, non lo so davvero.
Ci sono giorni in cui mi sento in grado di spaccare il mondo, altri (e sono sempre troppi) in cui mi sembra che nulla abbia senso, e ancora meno sognare e progettare e fare e sperare.
Ho avuto un sogno, e mi si è infranto mandando in mille pezzi anche tutti gli altri, come un’onda d’urto di una violenta esplosione.
E non so se ho il coraggio di sognare di nuovo…
Per ora guardo ai fatti, e questi mi dicono di concentrarmi su quanto ho davanti, lo devo alle persone con cui mi troverò nei prossimi giorni, l’ho dovuto alle persone con cui sono stata nei giorni trascorsi.
E i giorni passati sono stati belli, e le persone sono state fantastiche, e le cose che ho fatto sono state importanti, anche solo per me stessa.
Ogni esperienza, per piccola che possa essere, ci insegna una lezione; e l’ignoranza, da tutti così disdegnata, a volte può essere davvero una benedizione: significa che c’è ancora spazio per imparare, e io continuo a farlo ogni giorno della mia semplice vita.

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Ma qui vi lascio per la prossima avventura, e vi regalo un piccolo aneddoto che mi ha fatto sorridere e pensare, ancora una volta, a quanto spesso la semplicità delle cose le renda invece grandiose:
nei piccoli paesi come Askeröd, visto che le persone non sempre riescono ad andare in biblioteca, hanno deciso di portare la biblioteca alle persone!
Si chiama “BokBussen”: un autobus che porta libri, cd e film di paese in paese e fa da biblioteca ambulante!
Non è geniale?

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Foto Svezia

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Aquaponics

Durante la mia permanenza nella fattoria di Skogshem è venuto a trovarci Henrique, un ragazzo portoghese in Erasmus qui in Svezia che sta studiando “Ingegneria ambientale”. La sua tesi è sull’aquaponics: un sistema di produzione di cibo che combina l’acquacoltura (allevamento di pesci) con l’idroponica (coltivazione di piante in acqua). Henrique ne ha allestito un piccolo esempio nel suo appartamento provando a fare crescere cetrioli, ma Louise ha due sistemi più complessi, anche se rigorosamente fatti in casa, e nella sua serra fa crescere cetrioli, insalata, pomodori e fragole. Nei seguenti video Henrique ci spiega sinteticamente come funziona l’aquaponics. L’aquaponics è un sistema che permette di utilizzare piante e pesci insieme. Da una vasca in cui abbiamo dei pesci rossi, una pompa porta l’acqua a due filtri dove sono presenti semplici batteri che convertono i composti azotati contenuti negli escrementi e nelle urine dei pesci, in fertilizzante per le piante.
L’acqua “pulita” che fuoriesce dai due filtri viene poi pompata lungo i grossi tubi e alimenta le piante poste al di sopra: in questo caso fragole e pomodori. Da qui l’acqua arriva, infine, a un’altra vasca sopra cui galleggiano dei vasi (inseriti all’interno del polistirolo), per poi ritornare alla vasca dei pesci.
Si possono vedere le radici delle piante crescere nell’acqua senza bisogno di suolo.
In pratica i pesci puliscono l’acqua per le piante e queste la puliscono per i pesci. Il secondo sistema di aquaponics è più complesso perché non ci sono pesci ma stiamo sperimentando l’utilizzo di urina umana, in quanto all’interno è presente comunque lo stesso tipo di composti azotati. L’urina utilizzata è stata precedentemente “invecchiata” per uccidere i potenziali patogeni. (Col termine invecchiata intendiamo il contenimento all’interno di barattoli per un certo periodo di tempo per permettere agli enzimi di convertire l’urina in ioni ammonio facendo alzare il pH a 9). L’urina viene poi convertita in fertilizzante per le piante e l’acqua “pulita” viene pompata lungo diversi tubi per poi arrivare alle piante gocciolando.
Abbiamo una vasca più grande riempita di acqua e sassolini di argilla per poter meglio sostenere le piante.
In questo caso, quando l’acqua raggiunge un certo livello, viene spinta in basso attraverso un sistema automatizzato, all’interno di una vasca sottostante. La presenza di una pompa garantisce che vi sia sempre un certo livello di acqua all’interno della vasca. Infine, nella terza vasca le piante vengono alimentate dall’acqua che cade dai tubi e sistemi soprastanti, e che proviene sempre dalla stessa vasca contenente urina. Qui il livello dell’acqua è tenuto nei limiti dalla presenza di un foro che espelle la quantità in eccesso nella vasca sottostante.

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Sassolini di argilla

Una brevissima e semplicissima spiegazione riguardo il ciclo dell’Azoto: l’ammoniaca e gli ioni ammonio derivanti dall’urina vengono convertiti, grazie ai batteri del genere Nitrosomonas e l’aiuto di ossigeno, in nitriti (NO2). Questi, a loro volta, sono convertiti in Nitrati (NO3) da batteri del genere Nitrobacter sempre con l’aiuto di ossigeno. I nitrati rappresentano uno dei principali composti minerali azotati alla base del metabolismo vegetale.

Ciclo dell’Azoto

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A tutta musica

Questo week-end si è svolto, come ogni anno, il bellissimo Festival di musica tradizionale svedese nel piccolo villaggio di Degeberga (pronunciato “degheberya”). È un evento molto atteso non solo dai suoi cittadini ma da tutti coloro che amano la musica folk, di  qualunque età ed etnia. Difficilmente però si possono incontrare volti che non siano svedesi, perché per quanto “open minded” sia, rimane comunque un evento non propriamente pubblicizzato ai turisti.
Io ho avuto la fortuna di venirne a conoscenza grazie alla mia host che mi ha reso partecipe di questa bellissima esperienza.

Il primo giorno, il 13, si può dire abbia fatto da intro al festival vero proprio che si è svolto l’indomani.
Teatro evento di questa prima battuta è stata la chiesa di Degeberga, una costruzione moderna che nulla ha a che fare con lo splendore delle chiese italiane, ma che ha pur sempre il suo fascino.
E il paesaggio intorno è davvero mozzafiato!

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La dimensione del paese, le persone dai tratti inconfondibilmente del luogo, il modo di vestire semplice e in alcune occasioni con abiti “antichi”, mi hanno fatto sentire all’interno del film “The Village”, sebbene non con la stessa inquietudine.
Inutile dire che confondermi tra la gente non era minimamente contemplato: capelli e occhi scuri, oltre al taglio alquanto particolare, spiccavano nettamente tra i biondi così chiari da sembrare cenere e i tipici lineamenti nordici.
Ma devo dire che ho fatto la mia bella figura… 🙂

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(Lo strano strumento suonato dall’uomo al centro è la tradizionale “Nyckelharpa”)

Il secondo giorno il festival si è svolto all’interno dell’Hembygdsparken (un parco a tema storico), sempre nella cittadina sopra citata.
Questa volta si sono svolti tre diversi concerti intimi all’interno di una piccola stanza buia di una delle case-museo del parco.
Il primo non sono riuscita a vederlo perché impegnata in un breve corso di violino per principianti.
Nonostante l’insegnante (molto brava) mi traducesse il più possibile in inglese, quando dava i tempi parlava pur sempre in svedese per cui, oltre alla complessità di riuscire a dare un senso a quanto stavo provando a suonare, avevo la difficoltà aggiunta di ascoltare e pensare in una terza lingua: è stata un’ardua impresa, ma alla fine qualche nota non troppo stridente è uscita, con mia somma soddisfazione.
Ma non la sentirete qui 😉

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Il secondo concerto aveva come protagonisti Pontus Thuvesson (il marito di Louise, la mia host) e Joel Bremer, un vecchio amico violinista.

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Infine, dulcis in fundo, ad allietarci con la loro eccezionale bravura sono stati tre baldi giovani: Bröderna Ekman (i fratelli Ekman).
Purtroppo la pessima illuminazione della stanza, oltre alla mia macchina fotografica non esattamente ottima come videocamera (e complice probabilmente anche chi filmava), non mi ha permesso di girare dei video di buona qualità, ma l’audio è buono abbastanza da potere godere delle capacità artistiche di questi ragazzi.
Potete farvi una prima idea in questo video, ma altri li trovate qui.

Penso che la bellezza di questo festival risieda nel fatto che persone di qualsiasi età si trovino a suonare insieme, anche per la prima volta, in qualsiasi momento e luogo, persino quando sono seduti a tavola a mangiare!
Se vi capiterà mai di trovarvi in Svezia in questo periodo dell’anno, vi consiglio caldamente di passare dalle parti di questa cittadina sconosciuta e immergervi per un intero week-end nel fascino della tradizione musicale svedese.

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Foto Festival

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“In un buco nel terreno viveva un Hobbit…”

Con grandissima sorpresa scopro che Louise ha letto “Lo Hobbit” ai suoi due figli, e che sta cominciando a leggere loro anche “Il signore degli anelli”, anche se è un po’ troppo impegnativo a quella età, a mio avviso.
Appeso allo sportello del frigorifero c’è questo bellissimo disegno che associa i membri della famiglia ad alcuni personaggi della Compagnia dell’anello.
Questi bimbi cresceranno bene 😀

La compagnia dell'anello

La compagnia dell’anello

L’altro giorno ho fatto vedere loro il mio tatuaggio di Smaug sul piedi, e Ejvind (il più piccolo) lo guarda con occhi sgranati e dice a sua madre: “Ma lei lo conosce?!
Dopo di che entrambi hanno voluto che lei gli rileggesse il libro dall’inizio.

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The Hobbit

Il libro è in inglese ma lei lo traduce per loro in svedese; ecco per voi un piccolo estratto delle prime righe, che come tutti ben sapete inizia con la famosissima frase: “In a hole in the ground there lived a Hobbit…”

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Scende la pioggia

Ieri ho preso tanta di quella pioggia che avrei potuto nuotarci dentro!
La mattina è iniziata con un duro lavoro di pulizia del pollaio, dove probabilmente nessuno aveva messo mano da tempo immemorabile, come d’altronde sembra testimoniare anche il resto della casa…
Una leggera e invitante pioggerellina faceva da sottofondo al mio raschiare e spazzare e pitturare (e imprecare), e mi pregustavo l’idea di andare a fare una bella corsa rinvigorente sotto l’acqua non appena finito il lavoro.
Intorno alla mezza finalmente parto per la mia corsetta, con tanto di mappa (a mente) disegnata da Louise per illustrarmi un percorso intorno alla casa, ma la pioggia diventa un lento gocciolìo e il percorso si allunga a dismisura perché sembra impossibile trovare una stradina che riporti indietro senza entrare in casa di qualcuno.
Ma non ha importanza, mi basta tornare sui miei passi e aggiungere qualche km in più al mio allenamento, in fondo è solo un mese che non mi muovo, dovrei riuscire a farcela…
Ogni tanto mi faccio distrarre dal paesaggio e dai nibbi che volano e planano sopra di me in cerca di cibo; a pochi metri di distanza ne vedo uno che cerca, invano, di catturare in volo un altro uccello: è uno spettacolo che vale la pena di osservare meglio e mi fermo.
Le poche macchine che passano mi guardano in modo strano e curioso, e la fame che comincia a sentirsi mi fa pensare di chiedere un passaggio a qualcuno.
Ovviamente desisto, e resisto, e continuo la mia corsa fino a ritornare a casa.

Un pasto veloce e un bisogno estremo di dolci mi spingono ad uscire di nuovo, ma questa volta chiedo a Louise se mi può accompagnare al villaggio di Löberöd (a circa 5km di distanza) in macchina, così da comprare anche qualcosa per la sua famiglia.
Lei non sta tanto bene, i bimbi nemmeno, quindi prendo e parto con la sua bicicletta (mezza sgonfia) per farmi un altro allenamento a sole due ore dall’altro.
Sono già stanca a metà percorso, con una bici che funziona male, la strada tra salite e discese, e il pensiero che al ritorno dovrò farmela con altro peso.
Ma non avevo messo in conto il tempo…
All’uscita dal negozio mi aspetta il diluvio, ma non uno di quegli acquazzoni estivi che durano 5min e che puoi aspettare che passino al riparo, no, la dannata pioggia ininterrotta che può durare un’eternità!
Così, con due sporte appese ai lati della bici, la mia borsa appesa al collo e niente di niente a coprirmi, ritorno pian piano sui miei passi sperando che la ruota già sgonfia non mi lasci del tutto.
Posso dire che mi è andata bene?
Sì, perché la ruota mi ha abbandonato, ma almeno lo ha fatto a circa 1km di distanza da casa (nell’unico tratto dissestato che c’è su quella strada e che a fatica la povera bicicletta poteva superare), anche se mi tocca portare bici, sporte e borsa fino a casa, dove arrivo dopo quasi un’ora, inzuppata, stanca e…
…secondo voi di che umore?

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Per cominciare

Eccomi arrivata alla fattoria Skogshem (che letteralmente significa “Casa Foresta”) dopo un viaggio che mi è sembrato interminabile.
Ho passato la notte di sabato a Malpensa per prendere il volo per Copenhagen la mattina successiva. Per la prima volta nella mia vita da aero-viaggiatore siamo partiti puntualissimi, e senza alcun intoppo, arrivando in Danimarca in perfetto orario.
Purtroppo non sono riuscita a vedere le bellezze del luogo, ma mi è bastata la presenza della squadra maschile di non so quale sport (forse rugby) ad attendermi in aeroporto per compensare alla mancanza!
Ma il dovere chiamava e ho dovuto, ahimé, lasciare i bei fanciulli tutto muscoli alle loro valigie.

Se qualcuno si stesse chiedendo cosa ci facessi in Danimarca la risposta è molto semplice: l’aeeo diretto per l’aeroporto di Malmö, a sud della Svezia, costa troppo per cui conviene prendere il treno che porta da Copenhagen alla città svedese.
Io sono capitata nel giorno dello sciopero ferroviario ma per fortuna qui i trasporti sono efficienti e di autobus che fanno la traversata ce ne sono in ogni orario.
Ero in fila ad acquistare il biglietto dalle macchinette “self-service”, aspettando da 5 min buoni che la tizia davanti a me si affrettasse nella stessa impresa, quando si libera dalla fila la macchina accanto; prontamente faccio per spostarmi, ben sapendo comunque che nel frattempo un’altra ragazza (inconfondibilmente inglese) si era messa in fila.
“Excuse me,”
dice quella stizzita (in verità sembrava avesse qualcosa infilato dove non si può dire…), “there is a queue”.
(Trad. “Mi scusi, c’è una fila”)
Io mi giustifico, anche se un po’ vergognandomi, dicendole che ero in attesa già da un po’, e quindi mi spettava (ovviamente!) di diritto cambiare fila, almeno secondo le “regole” italiane, ma lei, sempre con quel suo fare altezzoso, mi liquida semplicemente con un “yes, but in THAT queue!”
S#@#@#@!!!!

*Consiglio per chi si dovesse trovare a viaggiare da quelle parti e trovasse un altro sciopero dei treni: l’autobus porta alla fermata di Hyllie, da qui bisogna prendere il treno al binario n.3 per arrivare alla stazione centrale di Malmö, a 5 minuti di distanza.

Verso Malmö

Verso Malmö

Dopo interminabili giri in autobus arrivo finalmente alla fermata di Hurva, dove mi aspetta Louise con i suoi due figli rispettivamente di 8 e 5 anni, Arvid e Ejvind. La strada verso la sua fattoria è breve ma immersa nella campagna e foresta circostanti, e passiamo dal piccolo villaggio di Löberöd, di dimensioni così piccole che non facciamo nemmeno in tempo a entrarci che già ci ritroviamo fuori.
Ma all’interno c’è tutto: negozi, scuola, dentista, clinica medica, ospizio e non manca ovviamente una pizzeria!
Sembra di essere tornati indietro nel tempo, tutto di dimensioni ridotte e nel silenzio più totale; poche macchine in vista e case basse e di pietra o legno, quasi fossero finte.
Infine arriviamo alla fattoria, ad Askeröd (che si può tradurre con “terra in cui potere vivere perché libera da alberi”: röd è una vecchia parola per “abbattere”; ask significa “frassino”), e si trova all’interno del comune di Hörby.

Verso Hurva

Verso Hurva

La famiglia che mi ospita è composta, oltre che da i tre membri sopra citati, da Pontus, il marito di Louise; i due cani Gina (un Pittbull di una dolcezza unica) e Pussel (di non so quale razza ma estremamente fastidiosa!); vari gatti di cui ricordo il nome soltanto di Sushi, e capre, galline, anatre e faraone, ovviamente tutti con un nome di cui non ho assolutamente memoria!
La fattoria è praticamente gestita interamente da Louise, una biologa senza laurea (si è fermata alla tesi) che fa la guida turistica nei parchi e costruisce giardini sui tetti delle case. Una donna veramente in gamba la cui più grande passione è la natura e la sostenibilità. Pontos invece è nell’informatica, e non mi sono dilungata troppo nel sapere cosa fa esattamente perché è una materia che mi interessa relativamente poco.
Cosa molto interessante, invece, è che suona il violino, e il prossimo week-end ci sarà un festival di musica folk in cui parteciperà anche lui e a cui sono invitata.
Sono molto disponibili e ospitali, sebbene sempre nordici, quindi con quel giusto distacco che preferisco alle persone fin troppo “accoglienti”.
Hanno un modo di vivere tutto loro, quasi fossero staccati dal resto del mondo (e probabilmente nella loro mente lo sono davvero), sono così disordinati da dover coniare un nuovo termine solo per descrivere la loro casa, ma sembrano molto felici e questo alla fine è quello che conta.
Il primo impatto è quasi traumatico ma basta non pensarci troppo e ci si abitua, certamente non a vivere nel loro stile (sporcizia e disordine non fanno per me), ma nella convivenza pacifica e serena.

Arvid e Ejvind

Arvid e Ejvind

Skogshem è abbastanza piccola, circa tre acri di dimensione, secondo il marito di Louise non grande abbastanza per poter vivere del guadagno della fattoria, ma abbastanza per avere del lavoro da fare. Per Louise è più un hobby, il poco miele che ottiene dalle api per lo più lo regala, e il latte delle capre lo lascia per sfamare i cuccioli quando non ne ha bisogno.
Ogni animale è qui per un motivo: le galline per fare le uova, i tacchini per mangiare le zecche, le anatre per le lumache, i gatti per cacciare i topi, le api per impollinare e le capre per mantenere l’erba a livelli accettabili nel loro piccolo territorio.
Nei prossimi giorni prenderà in prestito due maiali da usare come “falciatori” per ripulire da erbaccia il resto della fattoria, spero di esserci ancora quando arriveranno.
A proposito di animali, c’è un proverbio molto carino che dice: “Kuckeliku klockam är sju”, ovvero “Il gallo canta alle 7”.
In svedese è in rima, quindi suona meglio, ma la cosa simpatica è che qui molta gente crede davvero che il gallo canti solo a quell’ora!

 

Foto Svezia

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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