Articoli con tag: futuro

Lettera di una ragazza suicida

Quello che segue è per chi cercherà di trovarci un senso, delle giustificazioni, una motivazione.
È per chi si chiederà “com’è possibile? Era una persona così solare.”
Non cercate di capire: non ci riuscirete.
Non fatevene una colpa: non è vostra.
Ognuno di noi vive con i propri pesi, io ho cercato di portare il mio finché ho potuto, ma non è la prima volta che provo questa strada e spero sia l’ultima.
Il sangue sta scorrendo dalla mia arteria aperta, non riesco più a muovere la mano sinistra e fra poco non riuscirò più nemmeno a usare l’altra.
Comincio a vedere annebbiato, le mie percezioni sono alterate ma devo continuare. Ho bisogno di spiegare, per voi, per rendervi il dolore più facile da sopportare.
Mi trovo in un limbo, in uno stato di inquietudine perpetuo.
Attorno a me non ho appigli, solo il perenne vuoto. Non riesco a guardare oltre, il mio cervello si ribella al pensiero di ciò che sarà perché, come può esserci qualcosa se tutto rimane uguale?
Il tempo si muove in modo angosciante, si prende gioco di me e non mi regala niente, solo memorie di giorni sbagliati.
Ruota intorno al mio presente, diventando passato e futuro ma rimanendo fermo sullo stesso punto.
Vedo solo il nulla.
E mi chiedo perché andare avanti: lottare, impegnarsi, soffrire, perdere, cadere per poi, infine, morire?
La vita è questa e io sono stanca di seguirla.
Meglio anticipare l’inevitabile secondo le mie regole, non quelle di una qualche forza superiore con un suo magnifico piano.
Se un dio esiste non mi interessa, non voglio ascoltare ciò che ha da dire, non andremmo comunque d’accordo.
Non vi adirate con nessuno, so a chi state pensando, la colpa è solo mia: non sono mai stata adatta a questo mondo e ora me ne vado con tutta la serenità che non ho mai avuto prima.
Non sento più la mano, le palpebre si fanno pesanti, forse è davvero giunta l’ora.

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Into Darkness

Il mio futuro è inchiostro nero.
Solo tu puoi dargli colore.
(Silmarien)

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Un passo indietro

Sono silenziosa da troppe settimane.
Basta.
Ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Non so che piega prenderà e dove mi porterà. So anche che non posso permettermi di fare questa follia ma ormai quel che fatto è fatto: ho lasciato il mio lavoro.
Ho dato le dimissioni ufficiali ieri e terminerò il 31 ottobre.
Probabilmente in futuro me ne pentirò, perché lascio un bel lavoro, una carriera assicurata, un ottimo guadagno e con esso la possibilità di risolvere vecchi casini.
E per cosa?
Per un futuro incerto. Un posto di lavoro che ancora non ho trovato. Una casa in cui non voglio abitare. E un periodo che spero per un po’ mi porterà relax e serenità mentale.
E’ senz’altro la peggiore cazzata della mia vita, ma sono arrivata a sfiorare un esaurimento nervoso, un po’ per il lavoro, un po’ per i miei casini personali, e ho deciso che forse era il caso di fare un passo indietro, pur senza sapere dove avrebbero poggiato i piedi.
Non so cosa riserverà il futuro, non ho né speranze né curiosità.
Staremo a vedere.

 

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La speranza, questa sconosciuta

Ogni volta che lascio l’italia per ritornare a Mosca rimane indietro un brandello di me, ma non per il posto, o il cibo o chissà altro, anche se quelli pure non smettono di mancarmi; sono altri i motivi e stavolta ci ho lasciato il mio intero corpo compresa l’anima. E’ stata fatta a pezzi, come Voldermort fece con la sua, solo che non mi ha reso l’immortalità.
Il mio corpo è vuoto, la mia mente è vuota, c’è posto solo per pensieri basilari come mangiare, dormire, andare in bagno, dover prendere un aereo… ma talvolta nemmeno quelli si fanno sentire.
Ogni volta che provo a distrarmi pensando alla normalità, la mia mente corre attraverso sentieri invalicabili, per poi stancarsi per la fatica e l’inutilità di raggiungerli.
Il risultato rimane comunque lo stesso: non c’è soluzione.
Ho perso la speranza. Non trovo più nulla per cui valga la pena soffrire, combattere, andare avanti.
Ogni cosa si è sgretolata sotto i miei piedi, lasciandomi a dover saltare di roccia in roccia senza però mai trovare un appoggio stabile e duraturo. Sono arrivata al limite della sopportazione.
C’è chi si rifugia in Dio, di qualsivoglia tipo, per alleviare le proprie pene da questo mondo, per dare un senso alle sofferenze sapendo di approdare a rive migliori.
Io non sono credente e, per quanto bello sia questo pensiero che trovo solo rassicurante per noi poveri esseri illusi e traditi, non ha niente a che fare con me, nemmeno con la mia peculiare spiritualità.
Può esistere Madre Terra, può questo Dio essere in realtà di una specie superiore, può davvero persino esistere come i religiosi lo intendono, perché no? Tutto può essere, ma ciò non toglie il fatto che QUESTA vita la devo affrontare io, nessun essere superiore è lì a farlo per me. Sono io che devo soffrire giorno dopo giorno, alternando momenti di contentezza a quelli, molto più frequenti, di tristezza, e senza mai ad arrivare alla piena soddisfazione e felicità di me stessa.
E io, con tutto il rispetto, francamente mi sono rotta le palle.
Ho creduto per tutta la mia vita nella speranza, mi sono comportata bene col prossimo nei modi migliori che ho potuto, ho sempre cercato di essere onesta e comprensiva. Certo, ho fatto errori, ho sbagliato molti di questi comportamenti che credevo di perseguire, ma in buona fede. Ho sempre chiesto scusa se in errore, ho tentato in tutti i modi di capire l’animo umano venendo da una minima esperienza nel campo etologico e psicologico (avendone frequentano persino uno) e, conoscendolo, l’ho sempre compreso ma mai giustificato, anche nei suoi peggiori errori.
Eppure cosa ottengo?
Solitudine, incomprensioni, insulti, disprezzo, un amore che si trasforma in odio, o un altro che si trasforma in incomprensione…
E forse si hanno spiegazioni logiche del perché di questo cambiamento repentino?
Secondo voi la VERA VERITA’ viene detta? No, figuriamoci, la gente si giustifica, li puoi anche comprendere, ma non ti spiegano mai come e perché questa cosa è successa; e non ti spiegano mai perché non era possibile parlarne prima, o meglio, se doveva essere qualcosa di scomodo, farlo semplicemente presente e non trattarlo come qualcosa di poco conto che in un secondo momento diventa di priorità estrema.
Ma forse a volte è anche vero che siamo noi stessi a comportarci in modo sbagliato senza nemmeno rendercene conto; a volte con tutte le nostre migliori intenzioni riusciamo solo a fare delle gran cazzate.
La maggior parte delle persone vede o vuole vedere in te soltanto il lato peggiore perché non è in grado di comprendere, ma esistono pochissime persone che invece riescono a capire e a perdonare chi e come sei, e per queste vale forse la pena aspettare, soffrire e combattere.
In ogni caso, adesso mi sento nulla, la mia ennesima speranza è andata a farsi benedire (o forse dovrei dire maledire), dentro di me ogni organo è come fosse stato estratto lasciando solo il vago ricordo della sua funzione.
Se prima la mia fiducia nel genere umano era scarsa, adesso è scomparsa del tutto.
Non vedo più futuro davanti a me, questa vita mi sta uccidendo lentamente, non so che fare.
Non sono viva, non sono morta.

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In attesa…

In tutta la mia vita ho sempre desiderato riuscire ad arrivare da qualche parte. Ho sperato di avere un qualche talento nascosto, una dote che sarebbe saltata fuori nel momento giusto, e ho creduto di poter lasciare un segno nel mondo, prima o poi.

Sono sempre stata competitiva, e anche abbastanza ambiziosa, ma non ho mai avuto il genio che permette a persone con queste caratteristiche di ottenere qualcosa.

Ho sempre rinunciato prima, per paura di perdere, per evitare un’altra delusione, finché ho imparato a dover rischiare in ogni caso, anche se questa consapevolezza è forse arrivata troppo tardi: i treni che ho perso non torneranno di certo indietro a prendermi!

Eppure in questi ultimi tre anni qualcosa è cambiato: sono riuscita a ottenere un ottimo posto di lavoro e ho realizzato un sogno che ho sempre cercato di raggiungere, fino a trovare qualcosa che mi ha fatto cambiare totalmente idee e pensieri sulla carriera, l’ambizione, la competitività e le sorti del mio futuro.

Ho cominciato a credere in qualcos’altro, qualcosa di completamente diverso da quanto ho sempre pensato, ho intravisto l’idea ma anche la possibilità, di un futuro felice, un futuro che non prevede corse ma solo tanta serenità.

L’ho visto grazie a una persona che mi ha cambiato la vita. Una persona che mi ha dato una speranza che prima non avevo, un futuro che prima non vedevo. Molte delle mie convinzioni sono crollate, e altre idee e pensieri migliori si sono formati.

Speranza è una bella parola. Felicità ne è un’altra. Libertà è ancora più bella.

Ma quando si ripone tutto nelle mani di altri non ci si può aspettare né speranza, né felicità. Si va incontro necessariamente alla delusione, al fallimento, alla caduta dello spirito e della forza vitale. Ogni cosa si sgretola e ti accorgi che tutti i pensieri precedenti a queste belle parole, a queste chimere irraggiungibili, forse non erano poi così sbagliati.

La speranza è per gli sciocchi. La felicità è un concetto che non ci possiamo permettere e va di pari passo con la libertà: un sogno di cui l’essere umano si è privato nel momento in cui al puro istinto animale è subentrato il raziocinio.

Il pensiero porta inevitabilmente al dolore.

Ho creduto, ho sperato e ho fallito, di nuovo, e ora resto in attesa.

Ma di cosa?

Non so cosa mi aspetta e temo fortemente ciò che arriverà.

Prima non vedevo altro che il nulla davanti a me, ma non mi spaventava, l’avevo accettato; mi ero auto-convinta che fosse il mio destino, sperando (ancora questa parola a confondermi) che potesse trasformarsi in qualcosa di luminoso, ma senza mai davvero contarci. Quel qualcosa è infine arrivato, ma ora forse si è spento, e questa assenza di luce che non è il nulla mi spaventa più di qualsiasi altra cosa.

Il mio cammino è incerto e questa volta proseguo senza quella parola, vado avanti perché la vita mi spinge a farlo.

Ma non è vita questa: è solo una serie di eventi che si susseguono intorno a me, di cui non mi interesso e di cui non voglio prendere parte.

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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