Articoli con tag: vita

Niente Paura

— Cos’è la felicità per te? —
— Raggiungere una tale serenità nella mia vita da non avere paura di morire. —

 

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Sogno, o son morta?

A volte mi chiedo se sono morta oppure no.
Potrebbe essere il motivo per cui le cose non vanno avanti, stanno sempre ferme lì, e tu le attendi senza mai giungere alla conclusione perché significherebbe svegliarsi e fare i conti con la realtà, ovvero che tutto questo non esiste.
Se non nella mia mente deceduta.
A voi non capita mai di avere questa sensazione?
Nessuno chiama, nessuno risponde, nessuno scrive.
Il mondo attorno è morto.
Oppure lo sono io.
Il silenzio dell’informazione, è questo il più straziante.
Che succede oltre il confine della mia “non-morte”?
Qualcuno mi dia un segno.

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Quella gelida estate

Racconto pubblicato nell’antologia
“365 Racconti d’estate”, Delos Books.

Quasi ora di pranzo e sono ancora a letto, per niente ansiosa di alzarmi. È una domenica come tante: grigia e vuota come quelle passate, che riporta alla mente ricordi infelici non troppo lontani.
Guardo fuori l’inverno farsi strada tra le case e gli alberi, ammantando il mondo di malinconia.
Dipingerebbe un bel quadro, se non portasse con sé foschi pensieri e un gran freddo dentro.
Quand’è stata l’ultima volta che ho ascoltato il suono della primavera, quando si svegliano le fate per danzare con gli insetti? E quando, mi ha toccato l’estate, con la sua stella più grande a mordermi la pelle fino a farla bruciare?
Non ne ho memoria.
Ricordo solo attesa, speranza, un sogno.
La vita come la desideravamo: una casa, un orto, un bosco, e poco oltre il mare.
– Vorrei davvero vederla, quella casa – ti dicevo.
– Ma tu la vedi. Ogni giorno, nei miei sogni, tu sei lì ad aspettarmi.
– Vorrei che non fossero solo sogni.
– Ti ci porterò, quando tutto questo sarà finito.
Ma non è mai finito, e ora mi rimane il ricordo di quella gelida estate al mare, quando mi hai detto addio, non per l’ultima volta. E il mio ritorno a Mosca, nel suo abbraccio afoso, lontano da te. E le innumerevoli notti, e gli sterminati giorni, in quel torrido prolungarsi del tempo che consumava la mia vita, che ne portava un’altra con sé.
Non te lo dissi mai.
Mi sarebbe bastata quell’esistenza a metà, quel sapore dolce-amaro che mi lasciava la tua presenza.
Quel dolore che mi spalancava il cuore quando te ne andavi, e che ci faceva soffrire entrambi mentre sognavamo a occhi aperti, abbracciati negli ultimi istanti, la vita che mai avremmo potuto avere. Inutile la mia scelta di starti vicino, inutile la tua di parlare con lei.
Eppure mi sarebbe bastato.
– A me no – fu l’ultima cosa che mi dicesti.
Un pianto sommesso mi sveglia dall’incubo di quei giorni non troppo lontani; e l’amaro ricordo si placa, ora, nel guardare negli occhi tuo figlio: ultima cosa di te che Dio mi ha donato, unica cosa di noi che mai avrà fine.

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Gli imprevisti della vita

Incipit:

La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul ripiano più alto dell’armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza. Va a sedersi davanti allo specchio. E’ bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino.

Osserva la sua camicetta ancora una volta, restia a volerla riporre accanto agli altri indumenti e rischiare che anch’essa ne diventi parte: un amaro ricordo della sua vita prima di ieri. Un’ esistenza fatta di stenti, priva di passione, insieme ad un uomo che non riesce a darle nulla di più che amore, un amore che però a lei non basta, non più ora.
La vita è strana a volte, pensa sorridendo tra sé. Quando credeva che tutto stesse per crollare, che il mondo non avesse più nulla da offrirle, ecco che qualcos’ altro si era fatto strada verso di lei: una luce che rischiarava le tenebre e la invitava ad unirsi ad essa, pronta a regalarle un’altra giornata da vivere, da godere. Quando era uscita di casa, il giorno prima, non sapeva cosa
sarebbe successo, eppure doveva aspettarselo dopo tutti quegli incontri fugaci, di nascosto, al limite della legalità.
Se solo mio marito sapesse…
No, non può permettere che tali pensieri offuschino la sua felicità, non dopo ieri notte. Indossa di nuovo la camicia, stringendosela al corpo quasi fosse l’abbraccio di un amante.
Chiude gli occhi respirando profondamente e torna con la mente al giorno prima: il loro incontro in un bar di periferia, gli occhi di tutti puntati addosso e lei stranamente serena, sicura; il suo sguardo profondo che sembrava trapassarle il cuore, le labbra carnose che non chiedevano altro che essere baciate.
Il loro passaggio aveva destato scalpore per le vie del centro, due giovani amanti che esternavano il loro ardore senza curarsi di null’altro. Rammenta ancora il loro arrivo all’hotel, lo sguardo scioccato dell’anziano signore alla reception mentre consegna loro le chiavi della camera, e sorride.
C’era voluto così poco per dimenticarsi dell’uomo che le stava accanto da anni, una sola carezza e la promessa di una passione bruciante che non aveva mai provato prima. Una rampa di scale, la chiave che girava nella toppa, la porta che si chiudeva alle spalle… e di colpo si era ritrovata le sue mani su di lei: bottone dopo bottone le slacciavano la camicia, si stringevano sui suoi seni e correvano ansiose su tutto il suo corpo. Ripete ogni gesto, abbandonandosi al ricordo, respirando con affanno ora. Apre gli occhi e si volta, cogliendo la sua immagine allo specchio.
E’ decisa.
Prende in mano il telefono, compone un numero ormai così familiare, e attende di sentire quella voce calda e sensuale dall’altro lato. Sa che dovrebbe sentirsi in colpa, ma ormai suo marito è un ricordo lontano.
Nella sua vita ora c’è solo lei, quella donna che le risveglia i sensi, le accende la passione, le dona una vita che vale la pena di essere vissuta.

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La speranza, questa sconosciuta

Ogni volta che lascio l’italia per ritornare a Mosca rimane indietro un brandello di me, ma non per il posto, o il cibo o chissà altro, anche se quelli pure non smettono di mancarmi; sono altri i motivi e stavolta ci ho lasciato il mio intero corpo compresa l’anima. E’ stata fatta a pezzi, come Voldermort fece con la sua, solo che non mi ha reso l’immortalità.
Il mio corpo è vuoto, la mia mente è vuota, c’è posto solo per pensieri basilari come mangiare, dormire, andare in bagno, dover prendere un aereo… ma talvolta nemmeno quelli si fanno sentire.
Ogni volta che provo a distrarmi pensando alla normalità, la mia mente corre attraverso sentieri invalicabili, per poi stancarsi per la fatica e l’inutilità di raggiungerli.
Il risultato rimane comunque lo stesso: non c’è soluzione.
Ho perso la speranza. Non trovo più nulla per cui valga la pena soffrire, combattere, andare avanti.
Ogni cosa si è sgretolata sotto i miei piedi, lasciandomi a dover saltare di roccia in roccia senza però mai trovare un appoggio stabile e duraturo. Sono arrivata al limite della sopportazione.
C’è chi si rifugia in Dio, di qualsivoglia tipo, per alleviare le proprie pene da questo mondo, per dare un senso alle sofferenze sapendo di approdare a rive migliori.
Io non sono credente e, per quanto bello sia questo pensiero che trovo solo rassicurante per noi poveri esseri illusi e traditi, non ha niente a che fare con me, nemmeno con la mia peculiare spiritualità.
Può esistere Madre Terra, può questo Dio essere in realtà di una specie superiore, può davvero persino esistere come i religiosi lo intendono, perché no? Tutto può essere, ma ciò non toglie il fatto che QUESTA vita la devo affrontare io, nessun essere superiore è lì a farlo per me. Sono io che devo soffrire giorno dopo giorno, alternando momenti di contentezza a quelli, molto più frequenti, di tristezza, e senza mai ad arrivare alla piena soddisfazione e felicità di me stessa.
E io, con tutto il rispetto, francamente mi sono rotta le palle.
Ho creduto per tutta la mia vita nella speranza, mi sono comportata bene col prossimo nei modi migliori che ho potuto, ho sempre cercato di essere onesta e comprensiva. Certo, ho fatto errori, ho sbagliato molti di questi comportamenti che credevo di perseguire, ma in buona fede. Ho sempre chiesto scusa se in errore, ho tentato in tutti i modi di capire l’animo umano venendo da una minima esperienza nel campo etologico e psicologico (avendone frequentano persino uno) e, conoscendolo, l’ho sempre compreso ma mai giustificato, anche nei suoi peggiori errori.
Eppure cosa ottengo?
Solitudine, incomprensioni, insulti, disprezzo, un amore che si trasforma in odio, o un altro che si trasforma in incomprensione…
E forse si hanno spiegazioni logiche del perché di questo cambiamento repentino?
Secondo voi la VERA VERITA’ viene detta? No, figuriamoci, la gente si giustifica, li puoi anche comprendere, ma non ti spiegano mai come e perché questa cosa è successa; e non ti spiegano mai perché non era possibile parlarne prima, o meglio, se doveva essere qualcosa di scomodo, farlo semplicemente presente e non trattarlo come qualcosa di poco conto che in un secondo momento diventa di priorità estrema.
Ma forse a volte è anche vero che siamo noi stessi a comportarci in modo sbagliato senza nemmeno rendercene conto; a volte con tutte le nostre migliori intenzioni riusciamo solo a fare delle gran cazzate.
La maggior parte delle persone vede o vuole vedere in te soltanto il lato peggiore perché non è in grado di comprendere, ma esistono pochissime persone che invece riescono a capire e a perdonare chi e come sei, e per queste vale forse la pena aspettare, soffrire e combattere.
In ogni caso, adesso mi sento nulla, la mia ennesima speranza è andata a farsi benedire (o forse dovrei dire maledire), dentro di me ogni organo è come fosse stato estratto lasciando solo il vago ricordo della sua funzione.
Se prima la mia fiducia nel genere umano era scarsa, adesso è scomparsa del tutto.
Non vedo più futuro davanti a me, questa vita mi sta uccidendo lentamente, non so che fare.
Non sono viva, non sono morta.

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Tu che cosa vuoi?

Che cosa vuoi fare nella tua vita?

E’ una domanda che mi perseguita da sempre e a cui tutt’ora, alla mia età, ancora non so rispondere. Quando ero bambina era molto più semplice farlo: voglio un gelato, un vestito nuovo, voglio andare al mare, tornare a casa, voglio dormire, fare l’astronauta, diventare una cantante… a volte le ottenevi, molto più spesso no, e adesso mi accorgo che è molto più semplice porsi un’altra domanda: che cosa non vuoi fare?

Ecco, in questo caso ho le idee ben chiare.

So che non voglio sposarmi.

So che non voglio vivere in una rumorosa città.

So che non voglio vivere secondo gli stereotipi della società.

So che non voglio sprecare il mio tempo a inseguire falsi ideali.

So che non voglio diventare come gli altri.

So che non voglio essere infelice.

E so che non voglio continuare vivere come sto facendo.

Eppure, alla fine, il risultato non cambia e, che io voglia o non voglia una cosa, la domanda successiva è sempre e solo una: come faccio ad ottenerla?

Qualche idea ce l’ho ma per ora non credo di poterla mettere in pratica, e temo fortemente che, se e quando finalmente sarò in grado di farlo, non mi resterà più il tempo per goderne.

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In attesa…

In tutta la mia vita ho sempre desiderato riuscire ad arrivare da qualche parte. Ho sperato di avere un qualche talento nascosto, una dote che sarebbe saltata fuori nel momento giusto, e ho creduto di poter lasciare un segno nel mondo, prima o poi.

Sono sempre stata competitiva, e anche abbastanza ambiziosa, ma non ho mai avuto il genio che permette a persone con queste caratteristiche di ottenere qualcosa.

Ho sempre rinunciato prima, per paura di perdere, per evitare un’altra delusione, finché ho imparato a dover rischiare in ogni caso, anche se questa consapevolezza è forse arrivata troppo tardi: i treni che ho perso non torneranno di certo indietro a prendermi!

Eppure in questi ultimi tre anni qualcosa è cambiato: sono riuscita a ottenere un ottimo posto di lavoro e ho realizzato un sogno che ho sempre cercato di raggiungere, fino a trovare qualcosa che mi ha fatto cambiare totalmente idee e pensieri sulla carriera, l’ambizione, la competitività e le sorti del mio futuro.

Ho cominciato a credere in qualcos’altro, qualcosa di completamente diverso da quanto ho sempre pensato, ho intravisto l’idea ma anche la possibilità, di un futuro felice, un futuro che non prevede corse ma solo tanta serenità.

L’ho visto grazie a una persona che mi ha cambiato la vita. Una persona che mi ha dato una speranza che prima non avevo, un futuro che prima non vedevo. Molte delle mie convinzioni sono crollate, e altre idee e pensieri migliori si sono formati.

Speranza è una bella parola. Felicità ne è un’altra. Libertà è ancora più bella.

Ma quando si ripone tutto nelle mani di altri non ci si può aspettare né speranza, né felicità. Si va incontro necessariamente alla delusione, al fallimento, alla caduta dello spirito e della forza vitale. Ogni cosa si sgretola e ti accorgi che tutti i pensieri precedenti a queste belle parole, a queste chimere irraggiungibili, forse non erano poi così sbagliati.

La speranza è per gli sciocchi. La felicità è un concetto che non ci possiamo permettere e va di pari passo con la libertà: un sogno di cui l’essere umano si è privato nel momento in cui al puro istinto animale è subentrato il raziocinio.

Il pensiero porta inevitabilmente al dolore.

Ho creduto, ho sperato e ho fallito, di nuovo, e ora resto in attesa.

Ma di cosa?

Non so cosa mi aspetta e temo fortemente ciò che arriverà.

Prima non vedevo altro che il nulla davanti a me, ma non mi spaventava, l’avevo accettato; mi ero auto-convinta che fosse il mio destino, sperando (ancora questa parola a confondermi) che potesse trasformarsi in qualcosa di luminoso, ma senza mai davvero contarci. Quel qualcosa è infine arrivato, ma ora forse si è spento, e questa assenza di luce che non è il nulla mi spaventa più di qualsiasi altra cosa.

Il mio cammino è incerto e questa volta proseguo senza quella parola, vado avanti perché la vita mi spinge a farlo.

Ma non è vita questa: è solo una serie di eventi che si susseguono intorno a me, di cui non mi interesso e di cui non voglio prendere parte.

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«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

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